poesia

Gennaio 1, 1983

MAPPETTA del sito

Settembre 1, 1999

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Le date dei “post” sono stravolte (ad arte).

Riguardo alle cose

Dicembre 15, 2009

L’arte di dettagliare

o dello stile con cui operare il taglio di un’opera

Immaginiamo di ritagliare prima tutto intorno in giro ai fatti di cui si scriva o si parli o che si vivano. In tal modo da lasciar vedere più immediata l’evidenza. Non una regola, non una forma semplice: se sarà necessario si può scegliere una fronda, come sarebbe un antefatto, piuttosto che un cerchietto: se al nostro centro porti concisione.

Sembra, alla luce delle letture, che nel Medioevo i sentimenti fossero ben chiari ai più, senza sbavature, senza doverli indagare più di tanto, come riferimenti; pensiamo anche alla innovativa pittura di Giotto. E ci si potesse appellare ad essi in modo abbastanza univoco. Alludere alla maternità voleva dire richiamare una gioia e qualche dolore, parte di comuni esperienze; si toccava quel certo tasto.

Oggi un sentimento anche legato a semplice vissuto, a fatti di base, appare più indefinito nella lacerazione del comune sentire; esiste, ma navighiamo nell’imprecisione; forse sperimentiamo una tensione verso una maggior definizione, lo sapremo solo in seguito. Comunque sia, la coesione o il semplice accordo generale sul modo di recepire un accenno, non è scontato.

Individuata la cosa da dire, si tratta di scendere nel dettaglio per pulire la sensazione sollevata: anche se essa per sua natura rimarrà un misto anche di contraddizioni, la cosa dettagliata può far leva con più vigore su una purezza di sentimento, sulla sua immagine inequivocabile che ci portiamo dentro. Un’emozione di bellezza che corrisponde a un bisogno. La ricerca dell’essenza.

Un minimo dettaglio è già una cosa. Già ogni cosa ci rimanda a molte altre. Per vedere questa rete occorre che siano a fuoco i suoi nodi. Un nodo ben evidenziato, circostanziato nei dettagli, lascia che la rete si intraveda da sé, ad opera del lettore, di chi ascolta, o di chi guarda il mondo con curiosità.

Per questo è di fondamentale importanza sgranare i pensieri. Definire una scelta di nodi, di cose su cui concentrare i discorsi. Intorno a questi punti poi possiamo supporre che il resto si svolga quasi da sé, almeno senza particolare necessità della nostra presenza.

Il lavoro consiste nello sfoltimento artigianale, in sostanza. Ed è tutto quel che ci è dato di fare, peraltro. In conseguenza di un’ispirazione, quando ci visiti lo spirito, che ci dispone ad osservare. Chi compie qualcosa è lo spirito, al cui sevizio noi possiamo sintonizzarci.

Una distanza, sapersi tenere un passo indietro, non farà che lasciare più spazio alla cosa. Se abbiamo saputo scendere nei dettagli, non dobbiamo inventare nulla, possiamo esimerci dal costruire di più. Solo recepire, e seguire l’impulso a condividere.

I dettagli portano a un elogio del quotidiano. Più che sufficiente, basterà attingere un frammento per sentirsi parte di un flusso della grande memoria.

Raggiungere un ‘unità con il tutto è proprio il fine, non solo della letteratura, ma di ogni vita: risvegliare il nostro senso poetico. Allora dettagliare diventa un metodo, non solo per un modo di scrivere, ma per un modo di progredire, un fatto di coscienza.

Benessere nordico

Dicembre 14, 2009

Francisco de Quevedo

Novembre 27, 2009

Desde la Torre

Retirado en la paz de estos desiertos,

Con pocos, pero doctos libros juntos,

vivo en conversaciòn con los difuntos

y escucho con mis ojos a los muertos.

Si no siempre entendidos, siempre abiertos,

o enmiendan, o fecundan mis asuntos;

y en mùsicos callados contrapuntos

al sueno de la vida hablan despiertos.

Las grandes almas que la muerte ausenta,

de injurias de los anos, vengadora,

libra, oh gran Josef, docta la emprenta.

En fuga irrevocable huye la hora;

pero aquella el mejor calculo cuenta

que en la lecciòn y estudios nos mejora.

Dalla Torre

Ritirato nella pace di questi deserti,

con pochi, però dotti, libri per compagni,

vivo in conversazione con i defunti,

e ascolto coi miei occhi i morti.

Se non sempre intesi, sempre aperti,

o correggono o fecondano i miei assunti;

e in musicali silenti contrappunti

al sogno della vita parlano svegli.

Le grandi anime che la morte rende assenti,

dalle ingiurie degli anni, vendicatrice,

libera, o gran don Josef, dotta la stampa.

In fuga irrevocabile fugge l’ora;

però quella il miglior calcolo conta

che nella lezione e negli studi ci migliora.

A Roma sepultada in sus ruinas

Buscas en Roma a Roma, oh peregrino,

y en Roma misma a Roma no la hallas:

cadaver son las que ostentò murallas,

y tumba de sì proprio el Aventino.

Yace donde reinaba el Palatino;

y limadas del tiemplo las medallas,

màs se muestran destrozo a las batallas

de las etades que blàson latino.

Sòlo el Tiebre quedò, cuya corriente,

si ciudad la regò, ya sepoltura

la llora con funesto son dolente.

Oh Roma, en tu grandezza, en tu hermosura,

huyò lo que era firme, y solamente

lo fuggitivo permanece y dura.

A Roma sepolta nelle sue rovine

Cerchi Roma a Roma, o pellegrino,

e in Roma stessa Roma non la trovi:

cadaveri sono quelle che ostentò mura,

e tomba di sè stesso l’Aventino.

Giace dove regnava il Palatino;

e limate dal tempo le medaglie,

più si mostrano distruzione di battaglie

delle età che blasone latino.

Solo il Tevere restò, la cui corrente,

se l’irrigò città, ora sepolcro

la piange con funesto suon dolente.

O Roma, nella tua grandezza, nella tua bellezza,

fuggì ciò che era fermo, e solamente

ciò che è fuggitivo permane e dura.

Goza el campo de primavera templada

y no el corazòn enamorado

Ya titulò el verano ronca sena;

vuela la grulla en letra, y con alas

escribe el viento, y en parlerai galas

Progne cantora su dolor desdena.

Semblante azul y alegre el cielo ensena,

limpìo de nubes y impresionas malas ;

y si a estruendo marcial despierta Palas,

Flora convida al sueno en blanda grena.

La sed aumenta el sol creciendo el dìa;

de la càrcel del yelo desatado,

templa el arroyo el ruido en armonia.

Yo solo, oh Lisi, a pena destinado,

y en encendido inverno l’alma mia,

ardo en la nieve y yèlome abrasalo.

Gode il campo della primavera temperata

e non il cuore innamorato

Già annunciò la primavera un rauco segno;

vola la gru come una lettera e con le ali

scrive nel vento, e in ciarliere gale

Progne canora il suo dolore disdegna.

Sembiante azzurro e allegro il cielo mostra,

limpido da nubi e impressioni cattive;

e se a insegnamento marziale sveglia Pallade,

Flora invita al sonno, in modo blando acconciata.

La sete aumenta il sole al crescere del giorno;

dal carcere del gelo liberato,

tempera il ruscello il rumore in armonia.

Io solo, o Lisi, alla pena destinato,

e in incendiato inverno l’anima mia,

ardo nella neve e mi gelo bruciato.

mi hanno fatto un regalo,  tutto qua:

Voce: Fausto Gazzoli

Foto: C. Adezati

Sonetto: C.Adezati

Produzione: F.Gazzoli

Sorisottolpino

 

F. Ponge

Ottobre 28, 2009

Francis Ponge, Le parti pris des choses, 1942

Pluie

La pluie, dans la cour où je la regarde tomber, descend à des allures très diverses. Au centre c’est un fin rideau (ou rèseau) discontinu, une chute implacable mais relativement lente de gouttes probablement assez lègères, une prècipitation sempiternelle sans vigueur, une fraction intense du mètèore pur. A peu de distance des murs de droite et de gauche tombent avec plus de bruit des gouttes plus lourdes, individuèes. Ici elles semblent de la grosseur d’un grain de blè, là d’un pois, ailleurs presque d’une bille. Sur des tringles, sur les accudoirs de la fenetre la pluie court horizontalement tandis que sur la face infèrieure des memes obstacles elle se suspend en berlingots convexes. Selon la surface entière d’un petit toit de zinc que la regard surplombe elle ruisselle en nappe très mince, moirèe à cause de courrants très variès  par les imperceptibles ondulations et bosses de la couverture. De la gouttière attenante où elle coule avec la contention d’un ruisseau creux sans grande pente, elle choit tout à coup en un filet parfaitement vertical, assez grossièrement tressè, jusqu’au sol où elle se brise et rejaillit en aiguillettes brillantes.

Chacun deses formes a une allure particulière ; il y rèpond un bruit particulier. Le tout vit avec intensitè comme un mècanisme compliquè, aussi prècis que hazardeux, comme une horlogerie dont le ressort est la pesanteur d’une masse donnèe de vapeur en prècipitation.

La sonnerie au sol des filets verticaux, le glou-glou des gouttières, les minuscules coups de gong se multiplient et rèsonnent à la fois en un concert sans monotonie, non sans dèlicatesse.

Lorsque le ressort s’est dètendu, certains rouages quelque temps continuent à fonctionner, de plus en plusralentis, puis toute la machinerie s’arrete. Alors si le soleil reparait tout s’efface bientôt, le brillant appareil s’èvapore : il a plu.

Pioggia

La pioggia, nel cortile dove la guardo cadere, scende con andature assai diverse. Al centro è una tenda sottile ( o reticolato) discontinuo, una caduta implacabile ma relativamente lenta di gocce probabilmente assai leggere, una precipitazione sempiterna senza vigore, una frazione intensa di meteora pura. A poca distanza dai muri di destra e di sinistra cadono con più rumore gocce più pesanti, individuate. Qui sembrano della grandezza di un chicco di grano, là di un pisello, altrove quasi di una biglia. Sui listelli di ferro, sui davanzali delle finestre, la pioggia corre orizzontalmente, mentre sulla faccia inferiore degli stessi ostacoli si sospende in rombi convessi. Lungo l’intera superficie di un piccolo tetto di zinco che lo sguardo vede giù a piombo, essa cola in strato molto sottile, marezzato dalle correnti variate secondo le impercettibili ondulazioni e bozzoli della copertura. Dall’attigua grondaia da cui scorre con la contenzione di un ruscello infossato senza grande pendenza, cade di colpo in un filo perfettamente verticale, grossolanamente intrecciato, al suolo dove si rompe e rimbalza in aghetti brillanti.

Ogni sua forma ha un’andatura particolare; le corrisponde un rumore particolare. Il tutto vive con intensità come un meccanismo complicato, tanto preciso quanto arrischiato, come un’orologeria la cui molla è il peso di una massa data di vapore in precipitazione.

La suoneria a terra dei fili verticali, il gluglu delle grondaie, i minuscoli colpi di gong si moltiplicano e risuonano insieme in un concerto senza monotonia, non senza delicatezza.

Quando la molla si è distesa, certi ingranaggi continuano a funzionare per un po’, via via più lenti, poi tutto il meccanismo si ferma. Allora se il sole riappare tutto si cancella subito, il brillante apparecchio evapora: è piovuto.

 

 

Les mures

Aux buissons typographiques constituès par le poème sur une route qui ne mène hors des choses ni à l’esprit, certains fruits sont formèe d’une agglomeration de sphères qu’une goutte d’encre remplit.

 

Noirs, roses et kakis ensemble sur la grappe, ils se offrent plutot le spectacle d’une famille rogue à ses ages divers, qu’une tentation très vive à la cueillette.

Vue la disproportion des pèpin à la pulpe les oiseaux les apprècient peu, si peu de chose au fond leur reste quand du bec à l’anus ils en sont traversès.

 

Mais le poète au cours de sa promenade professionnelle, en prend de la graine à raison : « Ainsi donc, se dit-il, rèussissent en grand nombre les efforts patients d’une fleur très fragile quoique par un rèbarbativ enchevètrement de ronces dèfendue. Sans beaucoup d’autres qualitès, – mùres, parfaitement elles sont mùres – comme aussi ce poème est fait. »

Le more

Sui cespugli tipografici costituiti dal poema, su una strada che non porta  fuori dalle cose nè verso lo spirito, certi frutti sono formati da una agglomerazione di sfere che una goccia di inchiostro riempie.

Neri, rosa e kaki insieme sul grappolo, offrono più lo spettacolo di una famiglia burbera nelle sue diverse età, che una tentazione molto viva a raccoglierle.

Vista la di sproporzione tra semi e polpa, gli uccelli le apprezzano poco, così poca cosa in fondo resta loro quando dal becco all’ano ne sono attraversati.

 

Ma il poeta nel corso della sua passeggiata professionale, ne prende a modello (la grana) a ragione: “Così dunque, lui si dice, riescono in gran numero gli sforzi pazienti di un fiore tanto fragile benché difeso da un arcigno intricarsi di rovi. Senza molte altre qualità, more, perfettamente son more/mature – come anche questo poema è fatto.”

 

 

La fin de l’automne

 

Tout l’automne à la fin n’est plus qu’ une tisane froide. Les feuilles mortes de toutes essences macèrent dans la pluie. Pas de fermentation, de crèation d’alcool : il faut attendre jusqu’au printemps l’effet d’une application de compresses sur une jambe de bois.

Le depuillement se fait en dèsordre. Toutes les portes de la salle de scrutin s’ouvrent et se ferment, claquant violemment. Au panier, au panier ! La Nature dèchire ses manuscrits, dèmolit sa bibliotheque, gaule rageusement ses derniers fruits.

Puis elle se lève brusquement de sa table de travail.

Sa stature aussitôt paraît immense. Dècoiffèe, elle a la tete dans la brume. Les bras ballants, elle aspire avecdèlices le vent glacè qui lui rafraichit, les idèes. Les jours sont courts, la nuit tombe vite, le comique perd ses droits.

La terre dans les airs parmi les autres astres reprend son air sèrieux. Sa partie èclairèe est plus ètroite, infiltrèe de vallèe d’ombre. Ses chaussures, comme celles d’un vagabond, s’imprègnent d’eau et fontde la musique.

Dans cette grenouillerie, cette amphibiguitè salubre, tout reprend forces, saute de pierre en pierre et change de prè. Les ruisseaux se muliplient.

Voilà ce qui s’appelle un beau nettoyage, et qui ne respecte pas les conventions ! Habillè comme nu, trempè jusq’aux os.

Et puis cela dure, ne seche pas tout de suite. Trois mois de rèflexion salutaire dans cet ètat, sans rèaction vasculaire, sans peignoir ni gant de crin. Mais sa forte constitution y rèsiste.

Aussi. Lorsque les petits bourgeons recommencent à pointer, savent-ils ce qu’ils font et de quoi il retourne,  – et s’ils se montrent avec prècaution, gourds et rougeauds, c’est en connaissance de cause.

Mais là commence une autre histoire, qui dèpend peut-etre mais n’a pas l’odeur de la règle noire qui va me servir à tirer mon trait sous celle-ci.

 

La fine dell’autunno

 

Tutto l’autunno alla fine non è che una tisana fredda. Le foglie morte di ogni essenza macerano nella pioggia. Nessuna fermentazione, nessuna creazione di alcol: bisogna aspettare la primavera per l’effetto di un ‘applicazione di compresse su una gamba di legno.

Lo spoglio si fa nel disordine. Tutte le porte della sala dello scrutinio si aprono e si chiudono sbattendo violentemente. Cestina, cestina! La Natura strappa i suoimanoscritti, demolisce la sua biblioteca, abbatte rabbiosamente i suioi ultimi frutti.

Poi si alza bruscamente dallo scrittoio. La sua statura subito sembra immensa. Spettinata, ha la testa nella bruma. Le braccia spenzolanti, aspira con delizia il vento ghiacciato che la rinfresca, le idee. I giorni sonobrevi, la notte cade in fretta, il comico perde i suoi diritti.

La terra nell’aria fra gli altri astri riprende la sua aria seria. La parte illuminata è più stretta, infiltrata di valli d’ombra. Le sue scarpe, come quelle di un vagabondo, s’impregnano d’acqua e fanno della musica.

In quest’acquitrino, in quest’anfibiguità salubre, tutto riprende forza, salta di pietra in pietra e cambia di prato. I ruscelli si moltiplicano.

Ecco ciò che si chiama una bella pulizia, e che non rispetta le convenzioni! Vestiti come nudi, bagnati fino all’osso.

E poi questo dura, non secca tutto d’un tratto. Tre mesi di riflessione salutare in questo stato; senza reazione vascolare, senza accappatoio né guanto di crine. Ma la sua forte costituzione resiste.

Così quando ricominciano a spuntare le piccole gemme, esse sanno quel che fanno e di cosa trattasi, e se si mostrano con precauzione, intorpidite e arrossate, è con cognizione di causa.

Ma lì comincia un’altra storia, che dipende forse ma non ha lo stesso odore della riga nera che mi serve a tirare il tratto qui sotto.

 

Guido Zavanone

Ottobre 27, 2009

Guido Zavanone da Se restaurare la casa degli avi:

LA FELICITA’       a Giovanna

Se esista davvero,
se sulla terra si celi od altrove
in qualche
sconosciuto astro o pianeta
e sia dono o conquista od incontro
improvviso ad un angolo
di una strada desueta…
Ma questo io so
che da tempo
più non la cerco, da quando
m’apparisti nel riquadro d’un giorno
e ancora
tra ingiurie e baci dolcemente infurii
tenacemente
mi vivi accanto.

DAS GLÙCK

Ob es wirklich existiert,

ob es sich auf Erden oder anderswo verstecke

auf irgend einem unbekannten Stern oder Planet;

und sei es Gabe, Eroberung oder Begegnung

plòtzlich an einer Ecke einer ungewòhnlichen Strasse…

Ich aber weiss

dass ich es làngst

nicht mehr suche, seitdem

Du mir im Rahmen jenes Tages erschienst,

und Du Dich immer noch,

zwischen Verletzungen und Kùssen, sùss àrgerst,

beharrlich

neben mir lebst.

SERA IN CUCINA

Tu l’ascolti quel ronzio

che s’incide nel silenzio

della stanza ottenebrata

scende e sale

già t’inscrive nel suo cerchio

insistendo, un sibilare

che t’avvolge ti trascina

con sé dentro una spirale

in un gioco un poco tetro

nella stanza di cucina?

Cresce ancora quel ronzio,

orbitando alla finestra

batte stride contro il vetro,

tu ne tremi, cuore mio,

un moscone,

il Tempo,

Dio?

ABEND IN DER KÙCHE

Du hòrst diesem Summen zu

welches sich in der Stille eingraviert

des dunkelgewordenen Zimmers

erniedrigt sich, steigt,

schon schreibt es Dich in seinen Kreis ein,

gibt nicht auf, ein Keuchen,

ein Vibrieren,

das Dich einwickelt, und mitzieht

in einer Spirale

in einem etwas finsternen Spiel,

im Kùchenzimmer?

Es wàchst noch, dieses Summen,

am Fenster kreisend,

es schlàgt, es zischt gegen das Glas,

Du zitterst davon, mein Herz,

eine Fliege,

die Zeit,

Gott?

R.M.Rilke

Ottobre 26, 2009

R.M.Rilke, Notizen zur Melodie der Dinge

Appunti sulla melodia delle cose

Siamo proprio all’inizio, vedi. Come davanti a Tutto. Con mille e un sogno dietro di noi e senza azione.

Non posso immaginarmi un sapere più beato di questo: che bisogna diventare uno che inizia. Uno che scrive la prima parola dopo un trattino di sospensione (dei pensieri) lungo secoli.

J. Conrad

Ottobre 26, 2009

J. Conrad, The Shadow-Line: A Confession,  (1917)

I

Only the young have such moments. I don’t mean the very young. No. The

very young have, properly speaking, no moments. It is the privilege

of early youth to live in advance of its days in all the beautiful

continuity of hope which knows no pauses and no introspection.

One closes behind one the little gate of mere boyishness–and enters an

enchanted garden. Its very shades glow with promise. Every turn of

the path has its seduction. And it isn’t because it is an undiscovered

country. One knows well enough that all mankind had streamed that

way. It is the charm of universal experience from which one expects an

uncommon or personal sensation–a bit of one’s own.

One goes on recognizing the landmarks of the predecessors, excited,

amused, taking the hard luck and the good luck together–the kicks and

the half-pence, as the saying is–the picturesque common lot that holds

so many possibilities for the deserving or perhaps for the lucky. Yes.

One goes on. And the time, too, goes on–till one perceives ahead a

shadow-line warning one that the region of early youth, too, must be

left behind.

Solo i giovani hanno di questi momenti. Non intendo i giovanissimi. No. I giovanissimi, propriamente parlando, non hanno momenti. E’ privilegio della prima gioventù vivere proiettati in avanti rispetto ai propri giorni, in tutta la bella continuità di speranze che non conosce pause né introspezione.

Uno chiude dietro di sé il cancelletto della semplice infanzia- e entra in un giardino incantato. Persino le ombre splendono di promesse. Ogni svolta del sentiero ha il suo fascino. E non perché sia un paese inesplorato. Si sa bene che l’intera umanità lo ha percorso in folla. E’ l’attrattiva dell’esperienza universale da cui ci si aspetta una non comune o personale sensazione – un qualcosa del proprio sé.

Si procede riconoscendo i traguardi dei predecessori, eccitati, divertiti, prendendo insieme la cattiva e la buona fortuna – i colpi e la monetina, come si dice – il pittoresco cumulo che ha tante possibilità per i meritevoli o forse i fortunati. Sì. Si procede. E anche il tempo procede – finchè si percepisce davanti a sé una linea d’ombra che ci avvisa che la regione della prima gioventù dev’essere anch’essa lasciata indietro.

Lettori di Emily Dickinson

Ottobre 16, 2009

Il senso dell’inizio in Emily Dickinson,

Vi propongo lei perché mi pare sia molto amata da chi la legge:  ha un modo così diretto, da cuore a cuore, che fa sempre breccia, spesso diventa una preferita o la prediletta.

Con Dante si può dire tutto. Tutto ciò che riguarda noi, l’umano universale o la tavolozza dei colori fondamentali con cui si possono dire le emozioni. Ma almeno in parte questo può valere anche con altri autori.

Non ho pensato a testi che parlassero esplicitamente di inizio. Piuttosto ho pensato a quale senso traslato sia collegato ad esso, scegliendo testi in seconda battuta.

Magari all’inizio Emily ci appare come un’oasi in pieno ‘800, ci siamo già fatti un’idea di questo secolo e quando incontriamo lei, rimaniamo un po’ interdetti, da stranieri, ci spiazza. Se leggiamo Dante, è lui a raccontarci il modo di vivere di allora, e non ne abbiamo tante altre fonti, conosciamo il medio evo attraverso di lui. Invece Emily prescinde da quasi tutti i fatti che non accadano… in un prato. Il suo panorama è volutamente ristretto, un prato, un cielo sono i suoi luoghi dell’anima. Una scelta netta con un suo motivo.

Più che dire, il suo modo è suggerire: come chi sa che invocare la partecipazione è meglio che dire da soli. Sa che non c’è lettera senza lettore, di questo il suo modo di scrivere è un esempio lampante.

Lascia ampi spazi di ‘indefinito’ e ‘non-detto’ intorno a qualche punto dove invece concentra la precisione, l’accuratezza. Così i punti vengono messi in risalto dal contrasto; gli aloni, i contorni vaghi a gran voce chiamano in causa il lettore.

Pressoché in ogni frase lascia aperto il senso, offre almeno due significati. Il lettore può scegliere. Il lettore partecipa. Poi magari si accorge che tutte le valenze vanno bene, in tutte le accezioni c’è poesia.

Il suo modo di scrivere si direbbe proprio fatto apposta. La struttura stessa: i famosi trattini di cui fa una punteggiatura personale; l’uso della lingua, un inglese che come qualsiasi altra se volesse sa la definizione, ma per la poca grammatica, fra le lingue moderne già si presta particolarmente alla duttilità. Emily fa leva su questa possibilità. Senza forzature ma in modo anche molto studiato.

Evidentemente Emily non solo non vuole escludere i molteplici significati, li ricerca e li fa ricercare anche a noi.

Bravissima a cogliere e operare con il gioco di simmetrie, la ripetizione con variazione, il chiasmo, i parallelismi, tutta la griglia geometrica ordita nel testo.

Un disegno, portato avanti con tale perseveranza da far pensare all’arte araba e al divieto coranico. Un gioco di rimandi che fa del testo un tessuto astratto. Un ricamo, un pizzo di una donna precisa e puntuale, molto operosa e attiva come era anche esperta nella manualità casalinga.

Declinate le generalità, dove cominciare? Ma abbiamo già cominciato. Perché il nocciolo della poesia di questa autrice, il nucleo che vi ho accennato fin qui, è l’aggancio, come vedremo anche nei testi, con il tema: in-iziare.

Il piccolo prefisso ci dice grandi cose. Ci dice che c’è un Dentro e un Fuori. E un in-gresso. Una soglia da varcare, tra due condizioni. Un tempo in cui non-fare ancora e uno in cui fare, per esempio. Diciamo che a questo mondo tutto ha una fine, e anche un inizio allora. Di giornata, di vita, di viaggio…primavera stagione d’inizio; infanzia e giovinezza rispetto alle età dell’uomo, oriente per il viaggio del sole.

Emily offre con semplicità. Allora, mattino. Protagonista: il sole. Azione: entra in scena. Poche cose ci fa vedere, ma certo suggerisce che ognuna stia per qualcos’altro; che tutta la realtà sia rappresentazione: altro, ciò che non vediamo siamo invitati a immaginare.

Compito dei poeti fare accostamenti, associare significati; o meglio evidenziare queste vicinanze di segni che sono  e si trovano già insiti nelle cose. Nascere delle piante spuntare da dentro a fuori dalla terra, il nostro da dentro il corpo della madre a venire alla luce; oltrepassare una soglia; aprire, e chiudere  una porta; intravedere da una porta socchiusa una condizione diversa, interna: è un inizio. Tutti i concetti che implicano un passaggio sono figure di un iniziare.

Emily pensa che interno di ciascuno è la nostra anima. L’atto di guardarsi dentro, quel tanto che è consentito, è il tentativo di consapevolezza. Una trasformazione. Un passaggio, portare alla luce qualcosa che era nascosto. Capire. Capire l’altro anche, dargli posto dentro di noi, accogliere qualcosa di un’anima all’interno della nostra. Esprimersi, dar forma all’informe, è far passare una sensazione da noi a chi ci ascolta.

In un certo strato delle poesie, nell’immediatezza che indica l’urgenza del pensiero, l’urgenza del bisogno di comunicare, e con la freschezza delle scoperte: sentiamo un iniziare. Il senso dell’inizio qui è voler sbocciare, o voler coltivare dentro fino al compimento qualcosa che poi vuole uscire. Ogni dono di cui Emily si accorge dentro di sé, lo percepisce, lo cova, lo studia finchè esso preme per sorgere, fluire.

Emily Dickinson

Ottobre 5, 2009

Emily Dickinson, versione interlineare e numerazione

da The Complete poems, ed. by T.H.Johnson

Indice:

101 108 135 320 584 603 615 621 642
650 662 668 670 672 674 679 680 681
683 684 686 688 689 690 691 692 693
701 953 1002 1032

J101

Ci sarà davvero un “Mattino”?
C’è una cosa come il “Giorno”?
Potrei vederlo dalle montagne
se fossi alta come loro?

Ha piedi simili a Ninfee?
Ha penne come un Uccello?
E’ stato portato da famose regioni
di cui non ho mai sentito parlare?

Oh qualche Studioso! Oh qualche Marinaio!
Oh qualche Sapiente dai cieli!
prego di dire a una piccola Pellegrina
dove si trova il luogo chiamato “Mattino”!

108

I chirurghi devono stare molto attenti

quando prendono il coltello!

Sotto le loro fini incisioni

Striscia il Colpevole – Vita!

135

L’Acqua, insegnata dalla sete.

La Terra – da Oceani attraversati.

Il Trasporto – dal travaglio –

la Pace – dalle sue battaglie narrate –

l’Amore, da Impronta di Memoria.

Gli Uccelli, dalla Neve.

320

Giochiamo con le formine –

finchè qualificati per Perle –

allora , lasciamo le formine –

e ci consideriamo sciocchi –

le Forme – tuttavia – erano simili –

e le nostre nuove Mani

impararono Tattiche per Gemme –

praticando Sabbia –

584

Smise di farmi male, anche se così lentamente

che non potei sentire l’Angoscia andarsene –

solo sapevo guardando indietro –

che qualcosa – aveva obnubilato il Sentiero –

né quando cambiò, potrei dire,

perché l’avevo indossato, tutti i giorni,

costante come il vestito Infantile –

che appendevo al Gancio, la sera.

Ma non il Dolore – che si annidava fitto

nome aghi – che le signore spingono piano

nelle Guance di Cuscini –

per tenerli a posto

né quel che lo consolò, potrei tracciare –

salvo che mentre esso fu Selvaggio –

ora è meglio – quasi Pace –

603

Egli trovò il mio Essere – lo sollevò -

lo mise a posto –

poi incise il suo nome – su di esso –

e lo affidò all’Oriente

fosse fedele – in sua assenza –

e egli sarebbe tornato –

con Equipaggio d’Ambra –

questa volta – per portarlo a Casa

615

Il nostro viaggio era progredito –

i nostri piedi quasi arrivati

a quella strana Biforcazione in Via dell’Essere –

Eternità – dal Termine –

il nostro passo improvvisa venerazione

i nostri piedi – riluttanti – guidarono –

Davanti – v’erano Città – ma in Mezzo –

La Foresta dei Morti –

Ritirarsi – era fuor di Speranza –

Indietro – una Strada Sigillata –

la Bandiera Fresca dell’Eternità – Davanti –

e Dio – ad ogni Porta –

621

Non chiesi altra cosa –

non altra – fu negata –

offrii Essere – per essa –

il Potente Mercante – sogghignò –

il Brasile? Egli ruotò un Bottone -

senza uno sguardo verso di me –

“ma – Signora – non c’è altro –

che possiamo mostrarLe – Oggi?”

642

Me da Me – bandire –

sapessi un Modo –

imprendibile la mia Fortezza

da tutti i Cuori –

ma poiché Io – assalgo Me –

come aver pace

salvo soggiogando

la Consapevolezza?

E poiché Noi siamo mutui Monarchi

come può essere

salvo Abdicando –

Me – da Me?

650

La Sofferenza – ha un Elemento in Bianco –

non riesce a ricordare

quando ebbe inizio – o se ci fu

un tempo quando non esisteva –

non ha Futuro – se non sé stessa –

il Suo Infinito contiene

il suo Passato – illuminato a percepire

nuovi Periodi – di Sofferenza.

662

Metterci in imbarazzo a vicenda

e Dio

è il limite della Rivelazione,

a voce alta

non c’è chi prevalga,

ma in silenzio,

la Divinità dimora sotto sigillo.

668

“Natura” è quel che vediamo –

la Collina – il Pomeriggio –

Scoiattolo – Eclissi – l’Ape –

no – Natura è Paradiso –

Natura è quel che udiamo –

il fringuello – il Mare –

Tuono – il Grillo –

no – Natura è Armonia –

Natura è quel che conosciamo –

ma non abbiamo modo per dire –

così impotente il Nostro Sapere

per la Sua Semplicità.

670

Non c’è bisogno di essere una Camera – per essere Infestati –

non c’è bisogno di essere una Casa –

il Cervello ha Corridoi – che sorpassano

il Luogo Materiale –

ben più sicuro, di un Incontro a Mezzanotte

con Fantasma esterno

che il Confronto con l’interno –

quel Migliore Ospite.

ben più sicuro, durante una galoppata in Abbazia,

la caccia delle Pietre –

che disarmati, incontrare sé stessi –

in Luogo solitario –

noi dietro di noi, nascosti –

dovremmo spaventarci di più -

un Assassino nel nostro Appartamento

sarebbe l’ultimo degli Orrori.

Il Corpo – prende in prestito una Rivoltella –

spranga la Porta –

intravedendo uno spettro più grande

o Altro –

672

Il Futuro – mai parlò –

né lo farà – come il Muto –

rivela a segni – una sillaba

che Verrà dal Suo Profondo –

solo quando le Notizie sono mature –

le presenta – in Atto –

previene la Preparazione –

la Fuga – o il Sostituto –

Indifferente per Lui –

la Dote – come la Rovina –

Suo Compito – solo eseguire

del Destino – il Telegramma – a Lui –

672

Il Futuro – mai parlò –

né lo farà – come il Muto –

rivela a segni – una sillaba

che Verrà dal Suo Profondo –

solo quando le Notizie sono mature –

le presenta – in Atto –

previene la Preparazione –

la Fuga – o il Sostituto –

Indifferente per Lui –

la Dote – come la Rovina –

Suo Compito – solo eseguire

del Destino – il Telegramma – a Lui –

674

L’Anima che ha un ‘Ospite

va di rado all’estero –

Folla più divina a Casa –

oblitera il bisogno –

e la Cortesia vieti

una partenza dell’Ospite quando

da Lui sia in visita

l’Imperatore degli Uomini -

679

Consapevole sono nella mia Camera,

di un amico privo di forma –

non l’attesta con una Postura –

né conferma – con una Parola –

né un Posto –occorre Gli offra –

più appropriata Cortesia

l’ospitale intuizione

della Sua Compagnia –

la Presenza – è il Suo definitivo permesso –

né Lui a Me

né Io a Lui – dall’Accento –

penalizza l’Onestà –

stancarsi di Lui, sarebbe più strambo

che se la Monotonia

conoscesse una Particella – della Società

Vasta dello Spazio –

né se Egli visiti Altri

se Egli dimori – o Nulla- so io –

ma l’Istinto Lo considera

Immortalità –

680

Ogni Vita Converge a qualche Centro –

Detta – o tacciuta –

esiste in ogni Natura Umana

una Meta –

Scarsamente incorporata in sé stessa – forse –

troppo bella

perché la presunzione di Credibilità

la guasti

Adorata con cautela – come un Cielo Fragile –

che raggiungere

sarebbe senza speranza, come toccare

il Vestito dell’Arcobaleno –

Ma perseverando – certo – per la Distanza –

che alta –

verso la diligenza lenta dei Santi –

il Cielo –

non raggiunto – forse – dalla bassa Ventura di una Vita -

ma allora –

l’Eternità abilita il conseguimento

un’altra volta.

681

Terreno di Pietra Acciarina, se arato a dovere –

ricompenserà la Mano –

seme di Palma, dal sole della Libia

fatto fruttificare nella Sabbia –

683

L’’Anima di sé stessa

è un’ amica imperiale –

o la più agonizzante Spia –

un Nemico potrebbe mandare –

sicura contro il proprio –

nessun tradimento può temere –

Lei di sé Sovrana – di sé

l’Anima dovrebbe stare in Venerazione –

684

I migliori Guadagni – devono passare il Test di Perdita

per essere costituiti – Guadagni –

686

Dicono che “il tempo cura” –

il tempo non cura mai –

una sofferenza in atto si rafforza

come i Nervi, con l’età –

il tempo è un Test del Male –

non un Rimedio –

se si dimostra tale, dimostra anche

che non c’era Malattia –

688

“Discorso” – è un lusso del Parlamento –

“Lacrime”- uno scherzo dei nervi.

Ma il Cuore con il carico più pesante -

non – sempre – si muove –

689

Gli Zeri – ci insegnò – Fosforo –

imparammo ad amare il Fuoco

giocando con i Ghiaccioli – da Ragazzi –

e l’Esca – indovinata – dal potere

degli Opposti – per bilanciare la Diversità –

se il Bianco – un Rosso – dovesse essere!

Paralisi – il nostro Innesco – muto

fino a Vitalità!

690

La Vittoria arriva tardi –

e viene calata su labbra gelate –

troppo rapite dal gelo

per prenderla –

come sarebbe stata dolce –

solo una Goccia –

fu così economo Dio?

la Sua Tavola apparecchiata troppo in alto per Noi –

a meno di cenare in punta di piedi –

briciole – per bocche così piccole –

ciliegie – adatte a Pettirossi –

la Colazione d’Oro dell’ Aquila Li strangola –

Dio mantiene la Sua Parola con i Passeri –

con poco Amore – sanno come rimaner alla fame –

691

Ti piace l’estate? Gusta le nostre.

Spezie? Compra qua!

Malato! Abbiamo bacche , per la gola riarsa!

Stanco! Licenze d’alba!

Perplesso! Domini di viola su cui il male nemmeno mai pose lo sguardo!

Prigioniero! Portiamo tregua di rose!

Svenuto! Fiaschi d’aria!

Persino per la Morte, una medicina di fate.

Ma, qual è, signore?

692

Il sole continuava a tramontare – tramontare – eppure

nessuna Sfumatura di Pomeriggio –

sul Villaggio percepivo –

di Casa in Casa era Mezzogiorno –

il Crepuscolo continuava a scendere – scendere – eppure

nessuna Rugiada sull’Erba –

ma si fermava solo sulla mia Fronte –

e passeggiava sulla mia Faccia –

i miei Piedi continuavano a trascinare – trascinare – eppure

le mie dita erano sveglie –

ma perché così poco rumore – Io

alle mie Sembianze?

Come conoscevo bene la Luce prima –

riuscii a vederlo ora –

è la Morte – quel che sto facendo – ma

non ho paura di sapere –

693

Conchiglie della Costa sbagliando –

le tenni care come fossero il Tutto –

accadde in Ere Posteriori

di contenere una Perla –

perché così tardi – mormorai –

il mio bisogno di Te – sia finito –

perché – rispose la Perla -

il mio Periodo cominci

701

Un pensiero salì alla mia mente oggi –

che avevo avuto prima –

ma non avevo terminato – tempo fa –

non potei stabilire l’Anno –

né dove andò – né perché venne

a me la seconda volta –

né certo, che cosa fosse

ho il Modo di dire -

ma da qualche parte – nella mia Anima – lo so –

incontrai la Cosa prima –

me la ricordò soltanto – fu tutto –

e non venne mai più sulla mia strada –

J953

Una Porta si aprì appena sulla strada -
io – sperduta – stavo passando di là -
l’Ampiezza del Calore di un istante si dischiuse -
e Ricchezza – e Compagnia.

La Porta altrettanto istantaneamente si chiuse – E io
io – sperduta – stavo passando di là -
sperduta due volte – ma per contrasto – soprattutto
che mostrava – miseria –

J1002

L’Aurora è il tentativo
del Volto Celeste
l’Inconsapevolezza della Perfezione

di simulare, per Noi.

J1032

Chi è l’Oriente?

L’Uomo Giallo
che vuol essere Purpureo se può
che porta dentro il Sole.

Chi è l’Occidente?
L’Uomo Purpureo
che vuol essere Giallo se può
che Lo fa uscire di nuovo.