PLEDGED TO POETRY
gennaio 26, 2012
Chiara Adezati
Pledged to poetry
Indice
Capo I, Risorse e riserve
Capo II, Tragico incipit, Lettera ad un neonato
Capo III, Cuore fegato polmoni e altri visceri di vero, Articolo per il quotidiano
Capo IV, Minima moralia
Capo V, Sul passato en passant
Capo VI, Una soluzione finale
Capo I
Risorse e riserve
La vita che non ha accesso, quella irraggiungibile, che ci sembra scorrere lontano, un fiume in cui non ci è dato immergersi: è quello che vorremmo.
La vita au bord de l’eau è quella che ci tocca, se pure l’altra non ci sfiori: cosa che non è dal momento che la guardiamo. Chi dice che occorra bagnarsi tanto? Andar oltre? Se nella vita quando si oltrepassa una soglia se ne presenta un’altra.
Non pare poi gran rinuncia sostare sul limitare della cosa se la sappiamo quasi impenetrabile. Lo sguardo e ciò che avremo di più sottile potrà permearla e così infondere qualcosa di noi nella materia estranea, come negli occhi di un altro.
Se neanche la parola avrà accesso, o la preghiera muta, sarà un’onda elettromagnetica, un ormone o altra particella ancora da scoprire che migrerà da noi a là, la taciturna presenza di due esseri apparentemente separati.
Capo II
Tragico incipit
Lettera ad un neonato
“Peso leggero il lenzuolo di lino
l’augurale camicina di seta.”
Aria, invochi? Ti mancava l’aria forse quando nascesti e a forza a rischio di soffocare ingoiasti ingurgitasti a fatica qualche molecola della più sottile materia nei tuoi polmoni piccoli forse quanto un gheriglio. La poca aria ne cavò un grande urlo. Spaventò forse anche te? Il primo vagito venne dal vuoto che per la prima volta si riempì. Di così poco. Ma era gioco forza era destino era la tua prima prova.
Tu conoscevi un liquido denso, colloso; la tua pelle conosceva quel contatto, il tuo peso vi si dondolava indolente che ne fu nutrito. Con tatto, certo, durante quei nove mesi ti comportasti verso tua madre; e lei pure, conscia di quel primo dei sensi che sviluppavi, con tatto ti parlava col canto della sua voce stabiliva un continuo contatto per il tuo senso dell’udito molto fine, che non voleva essere turbato.
Dunque sei all’aria tu quasi intatto ma toccato già dalla vita per quel poco di aria tu stralunato nuovo nato perdi un neurone dopo l’altro e sarà così una perdita accelerata, volano via a sciami tu certo l’avverti il vuoto.
Perché la nascita inizia una rovinosa scivolata verso la morte, una decrescita magari appena per consunzione ma sai che fosti generato per degenerarti.
Cosa ti manca? Bisogna supplire all’improvvisa scossa, all’assenza della placenta e del bagno amniotico.
Ti manca la parola, tu non chiedi che con altro inarticolato pianto.
A tratti è attenuato il vuoto da un più ruvido abbraccio se ti ninnano. Ti tengono: che vuol dire? Impedito nel moto fisico, non cammini dapprima ma non sapresti dove andare. Ti fai capire, si fa parola una parte del pianto.
Vorresti i visceri, e la certezza. Quanto al resto sai ancora farne a meno. Ben che vada resta il contatto con il seno. Mal che vada presto parleremo.
Capo III
Cuore fegato polmoni e altri visceri di vero
Articolo per il quotidiano
“the smoulderig embers blush”
J1132 E. D
Furon già più che cibo per i gatti, materia prima per divinazioni. Oggi più che sacrificate quasi abolite. Recuperare il rito significa materializzare letterariamente il momento: quel presente che vive solo tra passato e futuro ma vive solo se li assorbe del tutto, senza vanificarli, senza il minimo spreco.
Tutta la memoria e tutta la fantasia si concentrano in certi fortunati attimi delle nostre vite, allo stesso modo del cibo che nelle interiora preposte deposita essenze.
Sostanzialmente elementi molto volatili, come ossigeno e sappiamo quanto vitale, anche ossigeno carburato spesso, cioè legato al carbonio che sappiamo costituire pressoché tutta la materia organica, come dire quasi tutta la natura, in pratica il pianeta. Terra, humus: compresi i cicli di rigenerazione.
Insieme all’acqua, o all’aria più o meno umida, sono allo stato attuale questi i pochi dati della chimica e della fisica, delle scienze insomma che abbiamo dovuto e voluto rammentare qui per riconoscimento, noblesse oblige.
Ma che purtroppo sono ben lungi oh quanto lungi, dal sollevare il nostro presente.
Paura e preoccupazione non ci facilitano il compito che tutti ormai vorremmo assumere, ormai propagandato da tempo ma quindi anche già svuotato da ideologie mentali.
Arginare il crollo che in genere ci sovrasta vuol dire impegno testardo a stare nel presente, quello arricchito cioè, quello che racchiude in sé tutto il passato, tutto il possibile futuro.
Hic et nunc non è semplice. All’uopo prospettavamo pocanzi per soccorrere alla bisogna, un rito. Che sia antico o variato, di per sé un rito sacrificale che asseconda la tendenza già forte di concentrarsi su una perdita, un fatto decisamente frequente sia per le speci nell’humus che per l’humus stesso.
Se il presente è la perdita, sarà un primo passo farne un rito e che ci assorba il più possibile per il momento. Ah poveri noi quanto e quanto spesso dal più futile e insignificante gingillo al sommo bene ne lamentiamo.
Non è fine a sé stesso il lamento; per quanto possa disgustarci irritarci sui marciapiedi della fretta, se lo convogliamo gentilmente nel rito, lo contempliamo con un tocco di distacco, lo consideriamo una richiestadiaffetto, in breve. Ci disponga all’ascolto, si faccia un benedetto silenzio finalmente, taccia il turbine solito che ci distrae. Ben venga il rito.
Là per là, siccome non si può rimanere senza nulla, voglio dire sgombro l’animo se non dall’afflizione, chè si può sì tentare di fare il vuoto piuttosto orientale e tanto decantato. Però non si entra mai nei buchi neri, sebbene li si studierà ancora a lungo. Non pare adatta la nostra materia a farsi antimateria, o in qualche modo ad essa compatibile.
Facciamocene una ragione, e immaginiamo un rito. Lentamente e gradatamente l’attenzione si sposti si focalizzi. Brucino pure qualche grammo di interiora animali, ne scruti pure qualcuno i fumi e altri segnali. Noi osserviamo l’aria e annusiamo l’atmosfera. Non è cosa da nulla. Non di poco momento. E siamo vivi.
Capo IV
Minima moralia
…ho pensato a una mente viva – una mente intera – completa fin nei minimi particolari. Con tutto quel che si sa, quanto poi non si sa? Un tempo immaginavo che uno sapesse tutto a eccezione di una specie di nocciolo misterioso (o quanto meno ne aveva la possibilità). Ma ora credo proprio il contrario.
K. M., Letters, 17.1.1921
Fra i due poli, “tutto è già stato detto” e “tutto è ancora da dire”, entrambi interamente veri, sapersi situare è per lo scrittore trovare la propria misura di tempo dedicato a scrivere e tempo dedicato a leggere. Per scrivere l’importante è leggere: chi leggere e quanto, ognuno sa, sentirà da sé seguendo suo gusto. Solo questioni di buon senso quelle a cui si riducono tutte le cose che si possono tramandare di generazione in generazione, e in fatto di consigli. I maestri di uno scrittore sono via via coloro che egli sceglie di leggere continuamente e con passione.
Le forze del sentire e la passione per la scrittura altrui, la gioia con cui si legge: sono qui i paesaggi, gli unici dove può presentarsi la nuova ispirazione e qualcosa da raccogliere che ti è stato offerto, ha messo radici e ora ti “ditta dentro”.
Il modo nuovo in cui dire sempre le stesse poche cose, gli stessi sentimenti, le stesse emozioni che prova l’umanità intera e fioriscono tutto l’humus, , la novità che potresti aggiungere a quel che già esiste e fu e a quel che ne resta è una questione di fatica sulla forma, di molta esperienza e di lunghe prove e lavorìo; ma nasce anche la creatività, il seme di essa, la voglia di fare, nasce sempre dall’ispirazione.
Da qualcosa che sta oltre la nostra esperienza sensoriale, dalla capacità di accogliere chi ci ha preceduto, capienza, dall’empatia con cui leggiamo. In ottica storica le piccole variazioni, quel che ci può apparire una minima crescita dell’umanità nella stessa definizione di umanità e altro, da quando esiste il coltivare, da posizioni preistoriche piuttosto che dal cannibalismo, alle conoscenze dell’aggressività che vorremmo acquisire: cambiamento che è stato e altro che auspichiamo sono i minimi spostamenti che chi scrive ha il compito di rilevare, il suo apporto, il suo mestiere.
La parte di ombre che fa giungere a coscienza sarà una piccola parte rispetto all’enorme vastità del mistero che ci pervade e avvolge e rimarrà mistero, insondabile. Ma la piccola parte che a volte si illumina in parte, e in parte a nostro favore, è diversa di volta in volta; il mistero è come un mare pieno di correnti che formano onde e rivoltano senza fine inesorabilmente finchè ci sono, le particelle d’acqua.
Capo V
Sul passato en passant
Fortuna puoi dirla ora se, posto che il cuore sia sgombro, ha luogo la gioia. Ne accenni l’amico di sfuggita la bellezza e tu gioisci.
Erano troppe. Erano così tante le cose che giocoforza le chiamassimo promesse. Era tutto un invito. La festa attenda dicevi senza neanche chiedere quale. Una delle tante. Erravi il nome. Non sono morte le speranze. Quelle e troppe erano le cose.
Fu solo naturale e ovvio ci figurassimo, data la profusione, alludessero ad altro.
Non fu colpa l’abbaglio.
Quando il paesaggio cambia, si fa arido, volata la fertilità, impossibile illudersi, lo sai e non sai come, le cose ora sono poche. Fai forse meno passi più faticati pur negli stessi luoghi, e dove tu giovane e dove ora il giovane vede altro. O sono occhi vecchi che non vedono come una volta. Sia come sia.
Vedi che nemmeno hai scelta. Se ancora avrai vita sarà questa. Una cosa ogni tanto. Ma sai che non è altra da sé.
Capo VI
Una soluzione finale
..se un’immagine superna ci raggia dentro, potremmo mai piegarci a una sua pallida contraffattura? (T. Landolfi, Del meno, 1978 – da La valigia)
Se di vita in vita c’è un trapasso, non altrimenti sarà figurabile un più o meno veloce processo di distillazione che lasci semplicemente la frazione meno sublime a bagno in un’ampolla e ne liberi come un fiato quella più volatile d’ognuno: e come non divisarla per la più preziosa? Più pura, forse in quanto inafferrabile ovvero non immediatamente ricatturabile o riconvertibile, e nemmeno afferrabile mentalmente se oltre la sua provenienza altro non si destini che il mistero.
La frazione materia, meno mobile, più riconoscibile, destinata certo ad alimentare tramite il proprio dissolvimento, il protrarsi di questo ciclo.
“Altrimenti detta storta, dritta non è.” Seppure la suddetta trasformazione segua un ordine naturale delle cose. Infatti verso la fine ci s’accorge inevitabilmente di quanto stoni un’anima vecchia, sì invecchiata e da ciò magari nobilitata, pura magari quanto agli inizi, saggia per aver indenne attraversato vicende, ma infine stanca: e come potrà non domandare ché ci azzecca lei ancora trattenuta, impedita dai vincoli, ché aver ancora a che fare con un calcificato corpo grinzoso di mille ambasce, esoso di sempre più pressanti preoccupazioni, fonte di moltiplicate cure, e via via meno attraente. Nulla di più ordinato e poi auspicato che separarsi se diversi irrimediabilmente si rivelino i destini.
Così sempre di più stride la discordanza dei due elementi, la differenza di peso delle loro reciproche intime nature.
Da ambo le parti si reclama: torni terra il corpo e l’anima aria.
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Raccontirochi n.6
gennaio 24, 2012
Dialogo R (-azional-me) / E (-motive-me)
A proposito del vivere in scioltezza
E: Voglio lui. (…badly I want you, so bad…B.Dylan) Gli dico veramente quello che sto pensando, sento fortissimamente che funziona. Non mi voglio trattenere. Voglio che ‘non trattenermi’ diventi obiettivo primario nella mia vita. Sarei abbandonica. Così le chiamano. Quelle che sanno abbandonarsi a qualcuno. Che sembrano poco indipendenti ma forse poi lo sono più delle altre. Gatte?
R: Ma non gliene frega più niente. Non farti sentire mai più…almeno per mesi.
E: Non è vero. Ci vuole bene. Un bene dell’anima. Tutte le volte che lo sento, sento così. Non me lo puoi negare. Le parole che diciamo respingono, molto! Per avere conferme, certo, per paura. Tremiamo continuamente di paura. Ma è da deficienti! Come chi non ha avuto mamma. Ancora non l’hai capito? Sembra il teatrino delle ombre kabuki. A volte un po’ hai ragione. Occorre dar tempo agli altri come a noi stesse. A volte non funziona così. Fai, di pancia, quello che viene.
R: Scrivendo già sto bene. E’ saggio non rinunciare a niente. Lui se la deve vivere, se sente così. Lasciamo che se la viva, intanto se la vivrebbe comunque. Poi si vedrà, nel frattempo adoro il Santo Mistero. Di coloro che hanno tante energie. O noi le spendiamo altrove? E dove? Nell’esser noi stessi. Con tutti ‘sti pezzettini? Da tenere insieme come un puzzle, che ancora nemmeno conosciamo tutto. Hm, è divertente. Essere proteiformi.
E: Sono come sono. E ne vado pure fiera. Non ho nulla da rimproverarmi, qualche miglioria da apportare…poca cosa. Salvo quando mi sento sottoterra.
R: A questo provvederemo: sono obiettivi ormai praticati su larga scala e meccanismi perfettamente noti.
E: Che manager! Uau!
R: Non c’è mai stato dialogo, proprio. Se no, lo capivi prima. Con chi hai a che fare.
E: Sapevo di avere una forza in campo. Che non ha rivali. Me ne avevano parlato.
R: Io non facevo il minimo conto su di te, se devo esser sincera. Che tu fossi sana, pur avendo vissuto in ambienti così corrotti! Chi l’avrebbe detto?
E: Le tempeste, persino le tempeste: di sabbia, di elettricità, di umori!
R: Finisco il verso: persino le tempeste lasciano nel substrato qualcosa di intatto.
Procediamo, allora. Tu che ne pensi di un obiettivo primario enorme per la nostra vita, al posto dei piccoli insignificanti per cui ci siamo arrabattate finora? Al posto del tentativo vano di risparmiare sui tempi morti per ragranellare dieci minuti di quiete, per esempio.
E: Ci cambia la vita. Ma non stare a farti bella con enunciazioni che sono solo buone regole dell’economia. La misura del tempo degli orologi è pura finzione. Il tempo non si misura in ore ma in stagioni della natura e dei viventi. E noi non siamo forse ‘ viventi’?
R: Per meglio dire, siamo viventi quando.. quando non corriamo come forsennati dietro alle lancette, quando seguiamo i nostri tempi interni. Allora la vita cambia, cambia, eccome se cambia. In questo senso vale la pena di andare contro le tradizioni. Anche se non lo capisce quasi nessuno, dapprima; dopo invece qualcosa resta, di quel che hai seminato qualcosa prende, allora lo vedono.
E: Aiutami a sognare, non farai come chi mi dice lascia perdere e non c’è nulla per cui valga la pena…
R: Questo te lo garantisco. Sono dentro di te, dalla tua parte. Solo in un’altra ottica. Garantisco a te che tu nella difficoltà del mare senza forme non rimanga travolta. Sognare…in quanto a questo è affar tuo.
E: Mi basterà sapere dove sono e cosa voglio? Chi sono lo so, per sempre. Un pioniere dei nuovi modi di vivere. Senz’arroganza. Sono una che non si accontenta. Una cercatrice di oro e di ossa. Una che persegue l’Utopia, il non-luogo. Che vive per la poesia e non per altro. Non per etica ma per poetica.
Ridotta malamente, peraltro, sono una povera senzatetto brancolante nel buio. Il tetto di una nuova cultura, a ricercare. Un tetto trasparente al cielo, sottilissimo, fragile e indispensabile, essenziale. Non di più.
R: E’ tanto di più di quel che abbiamo.
E: Ci puoi giurare! Se no che lavoro sarebbe?
R: E’ difficile, molto.
E: Mi sento nata per questo. Non una missione, di grazia. Ma ci hanno, fin da piccoli, attirato soltanto le imprese più ardue. Ci piace rischiare quanto possiamo, altrimenti non ci sentiamo utili. Destino.
R: Ora tocca a me dire che tu non ti faccia bella con un semplice rimaneggiamento di idee altrui, or ora masticate e non digerite!
E: Sì, sì, da Platone a Plotino, attraverso Plauto, per Plutone. Io lo ammetto. Però sempre è più difficile seguire un filo, anche rosso in una trama fitta fitta e compatta…e poi detto tra di noi, sempre meglio Ben rubato che Mal inventato, o no?
R: Va bene. Il tuo strumento è affinato. Accordato. Sai riconoscere immediatamente un tono da tutti gli altri.
E: Intonata sono! Beh, sì. Canto. Rintronata che sono. Canto per la musica stessa.
R: Mi par di vederti, come minimo…arretrata nel tempo come minimo di due secoli, in una ottocentesca mansarda bohemmienne, a scrivere, sul letto come sei ora.
E: E io sento la musica. Sui tetti diluvia. Lampi, tuoni e la luce del mezzogiorno. Che bellezza! Non è rovinato il mondo. Non lo è affatto quando guardi i suoi lati naturali.
R: Per questo bisogna vivere in campagna: come dicevano, a contatto con la Natura.
E: Chi lo diceva? I filosofi o gli scout?
R: Tutt’e due. Sciocca!
E: Un attimo di silenzio e di raccoglimento, allora. Prego signori! Non faccio altro che citazioni di ciò che già è stato detto, e meglio. Non voglio far sfoggio. Il mio compito, modesto, è quello di ri-dire, di tradurre nella lingua del mio tempo quegli echi che mi giungono da tempi lontani. Dagli albori alla decadenza.
R: Non te ne voglio, ma ti ricordo che continui a citare, anche te stessa.
E: Dentro di me ci può essere solo quel che è appunto dentro di me.
R: Ti irrito?
E: Non sono poi tanto permalosa. Se mai suscettibile, molto nervosa, sempre vigile. Ma potete anche dirmi che sono una puttana, intanto non ci credo. Vola alto. Non mi offendo.
R: Torniamo all’origine del discorso! Trovo appassionanti questi cicli esplorativi. Ogni volta il diametro è diverso, ma alcuni punti sono comuni. Io torno spesso sulle visioni matematiche. Vicino alla fisica, l’astronomia e le scienze esatte. Tu, ai confini con me, sei nel lato filosofico e occupi le arti umanistiche. Hai notato?
E: Bene così. Bene, bene. Continua pure!
R: Non è mica ironico quel che dici. Io sono in perpetua attesa. Del tuo permesso, del tuo lasciapassare, del tuo beneplacito. Del tuo incitamento, infine. Dipendo da te.
E: E io dalle tue lusinghe!
R: Diamoci un po’ al buontempo, ora.
E: Volentieri, mia vecchia buontempona, buongustaia…
R: E buona forchetta.
E: Diamine, passeremmo ore piacevoli, insieme, se solo anche tu ti lasciassi un po’ andare. Sei sempre trattenuta. Sei una tassa! Mollare: sai cosa significa?
R: Se perdiamo il controllo, rallenteremo, dilateremo i tempi indefinitamente; non sarà necessariamente molto visibile dall’esterno, ma sarà un grosso investimento. Se decidiamo che questo è l’obiettivo, saremo vincenti. Non c’è nulla da acquisire, si tratta di buttare zavorra.
A-limentati B-evi C-aga D-ormi E-sprimiti F-agocita G-odi H-a Cosa pensi volesse Rabelais con Gargantua e Pantagruele e una coppia in viaggio, come noi, di piacere? I-struttivo J-ollifica, tira fuori il jolly dalla… K-azzo L-ambiscila M-angiala N-utriti, vedi l’alfabeto tematico O-bnubilati P-ascola Q-uaglia R-istorati S-dilinquisciti T-romba U-lula V-agina di Zebedeo! L’alfabeto non dice Astieniti, Belinone, Corri, Domina, Elevati, Friggi…Il bello delle parole è che fai dir loro quello che vuoi. Tu sai. Tu sai cosa vuoi. Mangiare, bere, necessità fisiologiche diverse, fantasiose, laiche e protestanti. Un grande, un grande…Francois! Medico e monaco..
E: Non m’aspettavo questo da te, tutto ‘sto ben di Dio. Sei secca, di solito, come un’inglese. E io bagnata come un babà. Me ne succhierei diciotto, sempre della stessa pasta: non ho bisogno di varietà. Anche la quantità dà gusto. O sostieni ancora che assaggiare equivalga a mangiare? Ammetto che è buona regola rimanere in forma. Ma debordare non è poi così delirante, almeno in senso metafisico. Tira dei bordi sul tuo cap, come dicono i francesi, la tua meta, cazza e lasca. Sur ton cap, suona bene, è musica! Nella lingua in cui impari, la buona lingua madre: materna, che ti lecca dappertutto. Hm!
R: Te piace o presepe?
E: Sì, Filippo, tanto! E’ così distruttivo farne a meno. Perché questi bigotti infliggono tanto? Infestano e infastidiscono. Mi piace la cosa che piace a tutti. In natura e pagarla in natura. L’amore con l’amore si paga…
R: Attenzione un attimo! Se non sbaglio, ironia della sorte – non mia, quindi – beh, fino a poco fa non eri un’elitaria solitaria sulla via degli alessandrini? Ora invece ti piace la cosa che piace a tutti. Non voglio rompere i coglioni, ma tu essere diabolico sei.
E: Esatto, e sai che sono per l’ambiguità.
R: Io per la logica, esatta.
E: Vaffanculo vuoi la nostra scissione. Fu di qui che ci siamo divise, merda!
R: Te piace, te piace.
E: Vox populi, vox dei. Se tutti, tanti, una gran folla, i popoli stanno a dirti…che non si fa, tu che fai?
R: Non s’ha ddaffà. Ha da passà a nuttata. Calmati. Ho capito che a volte è così, a volte cosà. Proverbio per proverbio: La vita è bella perché è varia. Son forse un personaggio dalla fissità della Commedia dell’Arte? o non t’aiuto invece sul dafarsi, pratico, traffichino, trasportante: non importante, il dafarsi che tocca qui, metti mano là, ti prende e ti trasporta?
E: Sono sempre per aria.
R: Come il tappeto magico. Dove credi che sia io? Con teeee! Come te lo devo dire, in arabo? Mille e una notte!
E: Ha da passà a nuttata…
R: Tu canta. Canta che ti passa. Conta che t’addormenti.
E: Sai che non mi riesce di smettere? E’ un vortice, un maelstrom. Liquido. Acqua e aria a cicli.
R: E’ finita la passione: non la volevamo più. Fuoco e terra che brucia, vulcani. Solido.
E: Sai che hai ragione? Hai ragioni da vendere, razionale mia! Caspita, sto dissipando tutto quell’accumulo. Sto dilagando. Sto liquida!
R: Mi prendi per il culo!
E: No, mica. Non posso stare senza di te. An vedi come balla Nando…Tu non ti sei stufata?
R: Non dubito. Ne sono anzi quasi certa. Dico quasi perché in realtà “Dubito ergo sum” è il mio motto…come ti ricorderai. Come ti ricorderò…ti ricorderò spesso. Ti ricorderò intelligente, cara ragazza.
E: Io voglio affetto, pur’affetto. Coccole, e andrò in brodo di giuggiole. Dolce.
R: Ehi, tu hai bisogno di un uomo, te lo dico io. Altro che… traspare tutto, adesso. Portatelo a letto, tientelo stretto.
E: Mollami.
R: Così abbiamo concluso. Di mollare.
Cala il sipario.
Raccontirochi, n.2
gennaio 19, 2012
Come Virus Vicente fu sconfitto da un battaglione di
batteri senza perdere alcunchè
Storia di imprevisti e favola per i bambini degli altri.
Solo alcuni miliardi di secoli erano passati dacchè per nascere, Caos aveva suscitato il boato del Big Bang e qui da noi era cominciato tutto. Tutto niente, solo questa storia. Come urlo di neonato era stato forte, ma pare non ci fosse nessuno in ascolto, nessuno in grado di ascoltare. Madre Terra però se ne uscì con l’esclamazione che avrebbe poi caratterizzato le sue bonarie ire verso il bambino: mondo crudele! E il modo in cui lo disse era tonante; pare secondo alcune supposizioni esser comparso anche il fulmine.
Virus Vicente, ora, era sicuramente un figlio della progenie di Caos, ma molto molto lontano nella discendenza. Prediligeva in effetti le discese e ne compiva a bizzeffe, ripetutamente, ora incarnandosi ora facendosi digerire, alla lettera, per quanto vi si possano discernere reminiscenze filosofiche umane, ora nell’uno, ora nell’altro essere. Al momento infatti la varietà degli esseri non era dubitabile. Era al contrario una delle poche certezze, tant’è che si udiva spesso la frase ‘il mondo è bello perchè è vario’, si udiva ad ogni angolo, senonchè era pure interrotta qua e là dal grido di mamma: mondo crudele! o a volte in tono rassegnato, un sommesso ‘il mondo è crudele’ senza esclamativo.
A farne le spese, di tali spostamenti, cadute e scivolamenti, erano allora i batteri, altri figli della progenie, i più disgraziati, all’epoca, indubbiamente. Intanto perchè si trattava di un popolo sterminato e poverissimo per giunta, e poi perchè per un motivo o per l’altro, storicamente, come da congetture di congiunture… pare sia per questo e pare sia per quello, si determinò il fatto noto (o vennero determinati essi stessi, non ci importa approfondire): i batteri erano quasi tutti uguali. Non era piacevole a vedersi, tale loro uniformità, dilagante per ogni dove. Sia che adempissero alle proprie necessità, si recassero a procurarsi cibo, passeggiassero o si annidassero. Talmente ricoprivano le superfici per la tendenza sempre più vincolante ad ammassarsi nonchè a ‘consumare’ qualsiasi spazio utile. Potevano ricordare le orde barbariche o forse la crescente concentrazione della folla nelle metropoli dei primi millenni, quando intorno avanzava il deserto, una sorta di tabula rasa, almeno agli occhi della vita organica degli esseri di dimensioni superiori.
Minime differenze fra i vari gruppi e ceppi batteriologici si potevano osservare, invero, e molto esse contavano fra coloro. Di continuo infatti si osteggiavano, in tutte le sfumature, fino a trucidarsi e annientarsi a vicenda, a causa delle sfumature ad esempio del colore, essenzialmente bruno, della pelle. E’ vero che il bruno poteva differenziarsi nei vari individui, conteneva sì diverse percentuali di giallo, rosa, o arancio. Ma è anche vero che per tutti il verde, il violetto, il blu non erano predominanti. Per quanto riguarda l’occhio, e nell’occhio l’iride, esso godeva di una poco più che duplice possibilità.
Oggi a un crocicchio di periferia sbraitavano tre batteri, Taddeo, Ivan e Sebastian, come tutti i batteri, molto litigiosi, attaccabrighe, rompiscatole, e persino attaccascatole nella sottospecie barattoli di latta, vedasi botulismo. Conformandosi all’uso del tempo, i batteri litigiosi conducono una continua battaglia. Nel senso che conducono una vita che consiste quasi esclusivamente in questo; quasi tutte le loro energie sono rivolte ad alimentare tale attività. Poteva dipendere dal fatto che sono molto mobili: in effetti, in un mondo molto grande essi proprio non riescono a stare fermi. La vita per questi esseri è movimento e agitandosi per loro natura, si può dire a loro discolpa che certo avevano molte occasioni di imbattersi in qualche parapiglia. Ormai comunque avevano sviluppato altamente il gusto oltre che la tendenza a cacciarvisi. Che dessero la caccia a un cibo, che fuggissero da un virus o che semplicemente decidessero di darsi addosso l’un l’altro, come capitava, poteva dipendere dalle situazioni, ma secondo le ricostruzioni storiche i batteri erano a quell’epoca sempre a mezzo. Sempre a discutere, sempre invischiati in qualche contesa. E’ vero, i motivi del contendere non mancavano neanche allora, e i batteri, come abbiamo detto, non erano particolarmente propensi… alla meditazione. No, caspita, che eufemismo, non erano propensi nemmeno a pensare. Dovevano muoversi. Ballavano in continuazione, anche sul posto. La prima volta che li vidi credetti che dovessero far pipì.
“Un batterio maldisposto è una vera calamità” dicono i batteri Ivan e Sebastian, incalzandosi e accalorandosi come si conviene. “Tanto avverso ormai nei nostri confronti, da non accorgersi se facciamo una battuta; da continuare a credere che stiamo parlando sul serio, e quindi considerarci pazzi.” “In quanto tali ci considera a priori; così conferma anche i suoi giudizi.” Intanto zampettavano e gesticolavano ambedue senza posa. “Non è più un nostro interlocutore nemmeno se parliamo per difendere il nostro operato; è una causa persa spiegarsi a qualcuno che non vuole capire. Men che meno sarà il caso di difendere le nostre opinioni.” Non conoscevano nemmeno di vista il batterio in questione, però incontrandosi spesso fra loro seppure casualmente, i casi altrui venendo loro immancabilmente a portata d’orecchio, era passatempo abituale e quasi d’obbligo esprimersi in proposito. Per nulla al mondo se ne sarebbero lasciati sfuggire l’occasione. Dei casi altrui erano sublimamente ghiotti.
“Mi hanno ingannato,” continuava con voce stentorea quanto decisa Taddeo, “e mi sono ingannato. Sbagliano insieme: chi inganna e chi si inganna. Si sbaglia insieme come si fa un’altra cosa, insieme. Dare di sé una falsa immagine, ingannevole… ma per dare, bisogna che ci sia chi riceve, bisogna essere almeno in due. Anche chi ha preso un granchio, ha in parte contribuito al falso. Vi risulta? D’altronde nemmeno quando si è fisicamente soli, si è del tutto soli. Siamo tutti attaccati in un mondo dove tutto è attaccato a tutto il resto. Fuori o dentro. Ci si compenetra più o meno allegramente. Diciamo pure di più: del male che circola, anche chi lo subisce dovrà prendersene carico. Non sarà questione di colpa, se vogliamo rimediare.”
Sebastian: “Quello là ha già dimostrato di non essere troppo intelligente. Ma così scemo da credere di lavorare? Piuttosto: stronzissimo nel farlo credere.”
Ivan ammutolì sconcertato da quel che gli era appena passato per la testa: se uno razzola male è perché in altro modo non ce la fa…se predica bene, però, qualcosa di bene fa. Possono essere due cose diverse. Laconico, e di carattere introverso, disse: “I proverbi a volte non bastano.” Nell’aria aleggiava la domanda ‘che fare?’ e ancora una volta madre terra imprecò.
Discutevano in maniera oziosa, quindi saltavano spesso di palo in frasca; l’interesse d’altronde era completamente sincero, almeno per l’atto di parlare. Anche se poi non sapevano proprio spingersi oltre. Né con la comprensione, né tantomeno con una qualsiasi risoluzione, per non dire azione. Le loro parole rimanevano come si suol dire lettera morta, lasciavano il tempo che trovavano, e pazienza.
“Noi non abbiamo idea…”, proseguì Ivan quasi in trance, con aria un po’ fuori di sé come peraltro aveva spesso,”…di quanto più di noi sappia chi sa più di noi. A dire il vero è già tanto se sappiamo distinguere chi sa più di noi.” Ora toccò agli altri due guardarlo allibiti. Le idee non erano il loro forte, e pazienza. Ma Ivan aveva colto una palla al balzo e ormai era bene avviato a passarla: “Afferriamo una piccola parte, la mettiamo in pratica meglio che possiamo, stimiamo chi ci fornisce uno spunto, uno spuntino dalla sua tavola imbandita, della quale peraltro non vediamo l’orlo della tovaglia. Non sappiamo quanto più di noi sa.” Questa conversazione dimostra che la specie progredisce; l’evoluzione, senza che gli interessati come gli spettatori sapessero verso quale meta, compiva i suoi piccoli passi. Si può ben dire che i tre fossero batteri d’eccezione.
Virus Vicente, passando di lì si era fermato a ascoltare. Siccome l’argomento lo toccava, ne aveva da aggiungere di suo, ma non lo disse ad alta voce. “Il miglior luogo dove leccare il culo è a letto. Penso per conto mio. Cioè per quanto mi riguarda, il letto è anche l’unico luogo dove ciò sia ammesso. Certo chi non coglie tali occasioni, sarà pressochè costretto a sbizzarrirsi altrove, al lavoro o con cosiddetti amici nella vita di relazione. Quest’ultima, di conseguenza, non potrà che esserne viziata. Ecco dove porta il turbamento. Il proibizionismo e il puritanesimo alla radice di molti mali. La perdita di anima-lità e fisicità alla radice della bestialità.” Pensò a Tina.
E andandosene, svoltato l’angolo, entrò in un caffè. “L’unico luogo,” continuava mentalmente, “in cui mi piace si sgomiti, è alla cassa. Voglio dire quando tutti vogliono pagare per tutti. Qualche volta mi è capitato, ma non spesso.”
Per chissà quale ragione, Virus Vicente si era dinuovo incupito, e riprese a rimuginare. Ci fu un tempo, ricordava, in cui proprio a causa della indiscutibile predisposizione… da guerrafondai, batteri e virus furono gli uni e gli altri strumentalizzati ai fini di guerra umana. E a questo scopo vennero anche geneticamente modificati, ai fini di potenziare la bellicosità; allevati a mo’ di mercenari, condizionati in campi di addestramento estremisti per distorcere e incentivare la caratteristica aggressività. Vennero sminuzzati e spediti per posta quando la carta non era ancora definitivamente caduta in disuso. Altri, spediti nella posta elettronica danneggiarono se non il fisico vero e proprio dei nemici, molti macchinari elaboranti, che, come protesi, ne costituivano il prolungamento sia delle mani che della memoria; dato che pare fosse allora alquanto diffusa l’abitudine a trascorrervi molto tempo ‘attaccati’. Molto tempo inteso rispetto a termini di paragone quali lo stare attaccati a un qualche esemplare della propria specie, ad esempio a guardarne uno da vicino. Pare anzi che nella cultura delle classi dominanti un così semplice atto fosse considerato sconveniente.
Quella brutta storia era chiamata malamente ‘bioterrorismo’. In un periodo in cui di biocose ce ne stavano parecchie e indicavano già cose sia buone che cattive, e stavano prendendo campo le biotecnologie… ci mancava solo quello. E pensare che ‘bio’, radice greca, stava per ‘vita’!
Pensava, il nostro, eccome se pensava. Scaltro come era. Gli pareva, a volte, di non poter smettere. Erano tante le cose spiacevoli. Alcune sembravano ormai appurate. Per esempio, allorchè si rendeva necessario un richiamo alla tradizione, ogniqualvolta si volesse trasmettere un messaggio di non ostilità, si ricorreva simbolicamente al contatto fisico ‘omologato’; si facevano circolare immagini di durata perfino anomala, se rapportata alla quasi banalità del gesto. Veniva proiettata ovunque, sugli innumerevoli schermi sparsi ovunque, la lunga ripresa fotografica di una artificiosamente prolungata stretta di mano, che, già rigida e formale, diventava grottesca grazie all’uso ripetitivo e al contesto. In effetti era solo uno dei tanti gesti di saluto vigenti, per un solo periodo storico, nella moda del tempo; un diverso modo di fronteggiare a un bisogno costante; un voler dichiarare appartenenza a un gruppo piuttosto che a un altro, a un secolo piuttosto che al precedente, magari.
Alcuni tra i più osservatori, notarono e fecero rilevare che venivano pronunciate formule di saluto in concomitanza di occasioni in cui individui anche fra loro sconosciuti, si intersecavano su un sentiero fuori mano o in mare aperto; mentre al contrario non appena uno di loro, uno qualunque, uno, si inseriva sulle grandi arterie, motorizzato a dovere, si avviava immediato e immancabile l’insulto reciproco. L’intolleranza era una questione che aveva a che fare con gli spazi.
Era in voga, invece, come fosse un altro bisogno costante, l’accalcarsi delle masse, il raggruppamento in numero così elevato, da rendere fisicamente spiacevole il risultato, se non lesivo. Ammassarsi, poi regolarmente accapigliarsi: così molti spendevano il tempo libero. A prescindere dai motivi, da un qualsivoglia motivo. Dare per scontato il fatto di avere un motivo, ma dimenticarsi… di non esserselo chiesto.
Virus Vicente pensava che non c’era niente da vincere e niente da perdere. Se ne andava a zonzo, tutti i giorni. Gli piaceva molto anche stare in casa, perchè poi a suo modo scriveva tutto. Era disoccupato, nel senso che non era impiegato da nessuno, ma si occupava da sé, di tantissime questioni, di quasi tutto, in effetti, di tutto quel che capitava. Era un po’ anomalo, rispetto alla sua razza, ma neanche tanto, secondo lui. Diceva che dopo essersi fatto problemi in gioventù e dopo essersi sperimentato qua e là in giovinezza, dopo essersi cimentato con molte cose apparentemente più grandi di lui, nella maturità, ora nell’incipiente vecchiaia aveva nel suo bagaglio un bilancio a suo dire positivo.
Non che non fosse mai di cattivo umore! Era di umore anche pessimo, si infuriava: era ed era rimasto, in tutto e per tutto, un passionale. La sua diversità gli derivava semplicemente dalle casse. Scritti su scritti di alcuni membri della sua famiglia, casse di cui era entrato in possesso fin da piccolo e che gelosamente custodiva come un tesoro. Non era l’unico al mondo ad aver letto tanto e a possedere una biblioteca di famiglia, ma è anche vero che i virus non si dice letterati, bensì capaci di leggere e scrivere, non erano molti.
Se per caso gli veniva chiesto qualcosa in merito, lui accennava appena, lasciava capire sì, che per lui la cultura aveva importanza… in qualche modo, però, sminuiva; e così per amore di modestia sminuiva sé stesso. Ogni santa volta riusciva a sviare il discorso dichiarando di avere avuto una, ‘la’ grande fortuna, il suo dono di natura ereditato: il suo gene dell’umorismo, che lo rendeva capace di scherzare, lo aiutava a sdrammatizzare, e gli dava il gusto di far ridere il suo interlocutore. Lui aveva solo coltivato un’attitudine.
La stessa cultura, vale a dire la sua genoteca, le famose casse, pareva esser stata solo funzionale all’umorismo. Certamente non la ingigantiva, non la vedeva come un fine a sé stesso e tantomeno la divorava, come la divorava, ai fini di una qualsivoglia ambizione. Lo sfoggio non era per lui. Quei batteri e quei virus che culturalmente si difendevano meno, erano caduti in preda all’ideologia corrente; forse era insieme il prodotto e l’agente della decadenza della loro civiltà. Essi stessi erano diventati il germe della decadenza.
L’immagine era tutto, tutto era solo immagine. Ovviamente l’immagine del dio denaro; qualsiasi attività era svolta in funzione di quest’idolo, e ci si attivava solo se si poteva ragionevolmente sperare di avvicinarsi a quel tempio. Sempre, per questi “miseri morali”, ogni minima cosa, a sentir loro, era un problema di soldi. Si erano dimenticati di essere dei miseri mortali con la ti, perché avevano acquistato molti status symbol e se li facevano spenzolare addosso. Non esistevano altri problemi. Per loro, non pareva esistere la morte. Morivano come mosche, statisticamente; facevano le corna se la morte passava loro davanti, ma non ne prendevano atto, più di così, finchè non toccava a loro. Quasi che non pensarci potesse equivalere ad annullarne l’esistenza. Pare la chiamassero rimozione. Così la solidarietà aveva perso terreno. Come già, prima ancora, l’ideale di fratellanza universale. E la terra continuava a urlare al mondo crudele.
In cotale mondo ve ne erano, all’interno delle diverse razze, molti che si arruolavano, facevano esclusivamente la vita militare, e per così dire ‘spostavano’ la pace in un’altra vita, magari eterna, un’esistenza a cui si aspettavano di rinascere. Avrebbero anche potuto chiamarla biovita, a questo punto, sebbene non ne fossero affatto certi nel loro intimo, quanto potevano invece esserlo davanti al nome di uno yogurt al supermercato.
Come non esistevano etimologie non esistevano contraddizioni. Non erano più vere religioni quelle che circolavano, ma la credenza era quella. Sarebbe stata un’operazione arbitraria come un’altra, una fantasia da accogliere come le altre, senonchè degradati o graduati, e del resto gli uni al pari degli altri, la pace non la godettero mai. Dico mai in vita loro, né ebbero modo di assaggiarla; si pensa oggi che non sapessero bene a che cosa si riferissero quando la prospettavano; quando addirittura qualcuno di loro dichiarava di combattere per la pace. Forse in qualche modo ne favorirono la prospettiva. La pace era tutta da inventare.
La loro vita, la vita che si sarebbe potuto percepire per il fatto che c’era, non aveva alcun valore. Non se ne parlava nemmeno. Solo dell’idolo si parlava, solo l’idolo si imitava.
“Non ho mica ammazzato nessuno, io”, si ripeteva virus Vincente. Oppure se gli strombazzavano i guidatori rampanti maleducati: “pago le tasse come tutti gli altri, io.” Inutile dirlo, in questi casi non erano previsti rimedi efficaci. Era già piuttosto noioso per lui imbattersi a ripetizione in vicende sempre riconducibili a quella che non poteva definire se non ‘pochezza di vocabolario’. Per virus Vicente questa era la tragedia, e con questa tragedia doveva convivere.
Era già stato tentato di tutto in precedenza, lo si sapeva bene. Rivoluzioni, restaurazioni, cicli terapeutici a diverse frequenze, insurrezioni, sollevamenti, sommosse, ribellioni, fino al malcontento masticato e rimasticato come gomma. Si poteva a stento inglobare tutto nell’evoluzione, dare l’ultima definitiva possibilità al miglioramento graduale, sapendo di poterlo ottenere a poco per volta e a singhiozzo. A fatica, bisognava soprattutto affidarsi ormai alla voglia di migliorare. Voglia, questa, che si doveva pur riconoscere a ciascuno. Peggio ancora, ad esser pignoli, bisognava altresì e prima di sperimentare, ‘supporre’, che essa risiedesse in ciascuno, non fosse che in un angolo. Inoltre bisognava dare per scontato ormai, che alla parola ‘migliore’ corrispondesse per tutti un significato se non identico, almeno abbastanza simile. A fatica, bisognava pur sempre dar credito e fiducia.
Il punto più arduo era il cosiddetto egoismo. Visto che non è affatto costante, e che dipende tanto dallo ‘spazio’ a disposizione, una volta afferrato il modo in cui poter manovrare su quel punto della dura questione, una volta in possesso del filo di Arianna , si poteva senz’altro dipanare la matassa, il groviglio per giunta. Lo scoglio era superato, la grettezza, i particolarismi, l’avidità erano acqua passata.
Quando finalmente a nessuno mancò quasi tutto, quasi tutti si accorsero finalmente che: esiste una forte somiglianza fra ‘non avere’ e ‘avere a fianco qualcuno che non ha’. Quel benedetto qualcuno non dev’essere troppo attaccato, ma siccome attaccati si è, dev’essere sistemato alla giusta distanza. Come fra gli atomi la maggior stabilità energetica risulta dalla somma algebrica delle attrazioni/repulsioni; e come di ogni atomo furono considerate le attrattive e le affinità quali prodotte e risultanti dai suoi elettroni, quasi da braccini mobili, che sembrano pencolare nel vuoto con esitanti vibrazioni, che però in definitiva risultano responsabili della posizione del nucleo oltre che di loro stessi. Riguardo alla ricerca di posizione e di distanza appropriata, pur soggetta a costanti aggiustamenti, una volta innescato il meccanismo, si percepì infine ma inequivocabilmente: non può che essere benvenuta e benvoluta la pratica. Oltretutto per l’esperienza che ne deriva, grata al palato più esigente.
Ai giorni nostri quindi, Virus Vicente salutava con gioia ogni evento di benevola inclinazione verso il prossimo, in cui gli fosse dato di incorrere. Sentiva che gli si sollevava il morale, che respirava più a fondo; e partecipava come meglio poteva.
Solitamente era ben accetto. Non era il tipo da propinare un suo intervento se non intravedeva prima una buona accoglienza. C’era voluta una vita, da parte sua. Miliardi di secoli erano trascorsi, ma non invano, possiamo dire. Lo vediamo: bene in carne; né troppo curato, né trascurato nel vestire; non indossare troppi colori ma neanche troppo smorto; ha raggiunto una misura, il suo personale equilibrio, da cui traspare una moderata soddisfazione. Come un benestante gentleman. Lo possiamo vedere aggirarsi per ogni dove, e spesso i bambini smettono di piangere quando lo vedono. Non sembra farci caso, ma si vede subito che non ha mai fretta. Perciò se uno lo guarda, ricambia lo sguardo adeguandone l’intensità. Specie con i bambini. Da parecchi anni fa tutte le conoscenze possibili di tutte le speci viventi. Inoltre considera speci viventi anche le rocce, i fossili, le conchiglie, e naturalmente le piante e gli astri. Ama i viaggi universali e li compie con flemma. Scrive, e mette tutto nelle casse. Si pensa che tutto sia ora registrato lì dentro, descrizioni, storia, cronaca, interpretazione, insomma la memoria e ciò che si è dimenticato. Si sente lui stesso libero di dimenticare perché sa che c’è tutto nelle casse, che lui tiene lì. Non si sa mai. Dovesse interessare a qualcuno. Chi desidera consultarle trova la porta aperta. A dispetto della quantità, non è nemmeno difficile pervenire alle pagine necessarie, poiché gli accessi sono regolati da straordinarie serie di incroci di argomenti e chiavi di lettura, ciascuna persino tabulata. E’ un lavoro di grande impegno e richiede al nostro un’applicazione quotidiana. Felice solo di poter essere utile, ha già invitato alcuni giovani ad apprendere il suo metodo, giovani che essendoglisi presto affezionati, fungono volentieri da coadiutori.
Tina non era il suo vero nome, ma siccome era stata da sempre, cioè da quando tutti e due erano assai giovani, l’innamorata di virus Vincente, da immemorabile data le avevano appioppato quel soprannome ‘Vicentina’, e in men che non si dica, quasi prima di accorgersene, era per tutti il suo nome: Tina. Comunque a lei non dispiaceva, tanto era presa dalle sue faccende di cuore, tanto era di carattere prorompente, tanto era pazza di Vincente, del suo ragazzo che correva a incontrare, prima; del suo compagno che tornava da lei, poi, quando cioè decisero di convivere e convolarono.
Educazione equivale a ricatto ragionato. Alla definizione avevano contribuito in diversi modi i figli. Il ricatto puro e semplice, del tipo ‘non ti danneggio, se mi paghi’, di stampo mafioso, è del tutto diverso, è reato. Tanto aveva con forza sostenuto virus Vincente alle prime ingenue rimostranze dei figli. Per altro il sistema, accompagnato da tanto affetto, era scivolato in modo indolore nell’accettazione.
I figli avevano provato a ricambiare i genitori con pari moneta, ma ciò non aveva sortito effetto alcuno, né minimamente influito sui coniugi, che insieme tenevano saldamente in mano il bilancio: era bastato loro formulare la fatidica domanda: ‘chi lavora qui?’ attenuata da un ‘per ora’, che ai figli era parsa una spaventosa apertura sull’incertezza. Ragionevolmente si prospettava loro un’inversione di ruoli, mantenere i genitori in cambio del diritto di pretendere qualcosa da loro. Al momento impensabile e molto più preoccupante della sottomissione al predetto assioma, che cioè il governo e le decisioni finali spettassero e fossero di pertinenza di chi si occupava dei mezzi di sussistenza, per intendersi, di chi preparava loro il cibo nel piatto o li imboccava, secondo le rispettive età. Non fuggirono mai di casa, poi, anche in seguito.
Tina e Virus Vicente non ebbero mai a pentirsene dei loro metodi. Esercitarono il loro potere sempre nella maniera più sensata possibile, sollecitarono il più possibile la partecipazione, la libera scelta e l’intelletto – entro questi precisi limiti. Per esempio, tutto ciò che era per i loro piccoli un divertimento era considerata una legittima aspirazione; fosse anche un’insulsa fase infantile e quindi certamente transitoria; magari derivata da una mancanza di migliore indirizzo, ossia proprio di loro in quanto genitori. La curiosità non andava punita. Semplicemente ogni cosa aveva un suo prezzo – non monetizzabile questa volta, ma il prezzo di un qualsiasi piccolo o grande impegno. Contratto su contratto, si contrattava alla grande.
Non si premiavano i bambini perché mangiavano, non si riconosceva alcun merito a chi aveva mangiato, non si pensava nemmeno lontanamente che dovessero mangiare per forza. Si aspettava che mangiassero per fame. Si dava per scontato che ne sentissero il bisogno e volessero soddisfarlo. Si pensava cioè che dovessero mangiare per forza, ma non una forza imposta, bensì una buona forza interna a loro stessi. La forza della fame naturale. Non si verificò, guarda cielo, il cosiddetto capriccio alimentare, non voler assaggiare qualcosa, rifiutarsi categoricamente a qualcos’altro. Solo ragionevoli preferenze. Non si verificò capriccio di sorta. Solo ragionevole ribellione, ma tanta capacità di contrattare quanta disponibilità e pazienza e fantasia avevano ivi investito Tina e Vicente.
Felici genitori erano stati di pargoletti, felici persino di adolescenti e ora felici di persone mature e adulte, più in forze di loro, felici di figli a cui potevano rivolgersi per aiuto. I loro bastoni della vecchiaia. Non erano ancora legalmente maggiorenni, che già venivano considerati tali, ne andavano tutti fieri, eppure chiedevano volentieri consiglio ai parenti.
Non aveva ancora pienamente realizzato come stavano le cose, il maggiore dei due, e chiese a Tina, che era di ritorno da un’assenza durata qualche giorno e stava riponendo gli strofinacci: “Mamma, tu mi consideri grande?” ”Certo e non per tuo merito particolare, tant’è che considero grandi pure i tuoi amici, e ritengo, ragionevolmente, che dovrebbero essere considerati tali anche dai loro genitori. Alla vostra età le vostre facoltà sono ormai pienamente sviluppate. Non avete la minima esperienza, però, questo è altrettanto fuor di dubbio. Solo l’esperienza ormai vi farà crescere, quindi vi occorrono le possibilità di farvela, le occasioni di cavarvela; e non mancano i rischi da correre, non vi terremo mai nella bambagia io e vostro padre.” Tina era una mamma molto coccolona che li abbracciava volentieri e così fece ancora una volta.
Non erano mai stati lasciati soli a piangere, non erano mai stati picchiati o umiliati altrimenti. Ora avevano grande rispetto per gli altri, e se si sentivano umiliati, grande capacità di riserbo come prima reazione, e di equilibrio, poi.
Vicente e Tina avevano nel nastro elicoidale del codice genetico allora altrimenti detto DNA, la stoffa dei loro antenati, e così i figli. Ma per esperienza sapevano bene quanto avevano assorbito dall’ambiente esterno, principalmente dalle rispettive famiglie d’origine. La famiglia conta più di ogni altra cosa. Avevano dapprima stentato a crederlo, ora invece amavano concordare su questo, che a ciascuno di loro la comune esperienza aveva inconfutabilmente dimostrato. Si trattava di una piacevole sicurezza per tutti i protagonisti e vi si poteva attingere coraggio a scapito del dilagante cinismo, che condizionava molte coppie a evitare di fare figli. La cronaca nera dei tempi rigurgitava di matricidi, sparatorie in classe e violenze, crimini improvvisi senza apparente motivo per la gente che conosceva di vista i giovani portatori di orrore. Non si doveva pensare sempre al peggio, nemmeno da vecchi.
In un mondo pieno di cattiveria, i bambini spalancano mondi di bontà. Cerchiamo solo di dargliene modo. La nostra ricompensa per aver fatto del bene è nella sensazione stessa di farlo. Non è mica posticipabile, questo lo abbiamo imparato dai bambini che cercano subito soddisfazione anche quando secondo noi c’è da aspettare.
L’avventura coi figli era stata dichiaratamente una politica di condiscendenza. D’altra parte erano stati molto severi, inflessibili, e parsimoniosi nel regalare oggetti.
Erano due vecchietti, i nostri, innamorati dei bambini degli altri, di quelli che passavano per la strada. Se li additavano l’un l’altro, se passeggiavano insieme; se li descrivevano a vicenda, se ognuno andava per i fatti suoi.
Idilli e catastrofi. Era la vita. Io non vi dico che fossero tutte rose e fiori. Ma nemmeno tutto uno schifo, anche se c’era la guerra. Anche se nello spettacolo prevaleva l’immagine cruenta. Gran parte del popolo era rimasto al circo dell’imperatore, i giochi che comunemente si prospettavano, erano ancora riconducibili a quel prototipo. Una sorta di spietato dare in pasto ai leoni qualche malcapitato primo cristiano, caduto nel fascio dei malfattori. Ci si divertiva con la morte.
Idilli e catastrofi. Era la vita. Qualcuno durante i suoi viaggi nel tempo, nello spazio, nei libri, negli incontri…virus o batterio che fosse, iniziava a imparare l’importanza di osservare. Le eccezioni a quel che ci si poteva aspettare, erano sempre tante e precipuamente degne di considerazione.
RACCONTIROCHI, uno
gennaio 13, 2012
Salvare capra, cavolo…e lupo
Pensieri di una vecchia in viaggio
…”Fanno scivolare un collare al lupo e appesa ad esso c’è una campana! Quindi si disperdono e lasciano libero il lupo…” (Un villaggio in Anatolia)
J. Berger, The Shape of a Pocket, Bloomsburypbks 2001
E’ fatica fisica, la prosa. A Francesca che l’aveva sentito dire, era rimasta impressa questa frase. Lei scriveva poesie, canzoni, arie che sono più leggere anche se magari più dense, più concentrate: si concludono in una volta, si portano in una pagina. Le scriveva da sempre anche se non sempre, piuttosto di rado anzi. Pareva non considerare altra possibilità; da quando da bambina suo padre le aveva francamente stroncato l’unico tentativo, un inizio di romanzo giallo a due mani. Non si era scoraggiata, piacevano i suoi scritti brevi, aveva imboccato un’altra strada.
La prosa la leggeva e molta, fatiche ne faceva e molte, anche a leggere: quando si trattava di ore, si dimenticava di sé come di cambiare posizione. Ma le piaceva immensamente. E quando si trattava di ore della vita anziché della giornata, pochi piaceri erano comparabili a quello del libro.
Il piacere di scrivere certo, soprattutto mentre la cosa è in atto, è enorme. A cose fatte è una bella soddisfazione, un bel ricordo: nell’insieme è più che altro piacere di restituire. Come quando si sono ricevuti molti doni e si conosce la felicità di donare. Che poi è sempre la stessa cosa…donare e ricevere, in un certo senso. Nel donare ricevi, nel ricevere doni. I doni poi sembravano provenire da un grande mercato comune delle civiltà, anche quando fra due doni correvano i secoli. La letteratura per Francesca era come un mare Nostrum in cui confluiva acqua da tutte le fonti del mondo.
Ora un impulso di chissà qual provenienza le suggeriva un pensiero che avrebbe potuto per lei essere ricco di conseguenze: forse era questione di mettersi comodi e scrivere una paginetta per volta? Poteva essere un buon approccio.
“Mamma, ma gli scheletri camminano?” Si ricordava benissimo Francesca la faccina seria di sua figlia già coricata, che, pur con esitazione, approfittava della grande confidenza nei momenti prima di addormentarsi.
Doveva avere quattro anni perché il periodo era caratterizzato dall’impatto con la scuola materna. Dove era stata secondo lei abbandonata dalle amate maestre del nido. Dove allora parevano in voga comunissimi scheletrini di plastica.
Neanche al buio a Francesca scappava da ridere alle domande dei bambini. Non per tutto l’oro del mondo. Era diventata una sua passione rispondere prendendoli sul serio. In questo caso poi…
Un lungo dialogo era seguito per assecondare la curiosità escatologica. Soddisfare no, non era possibile. Assecondare – salve ferme opposizioni – era assunto a metodo sistematico. Un’educazione che vedeva innato nel bambino se non tutto tanto di buono.
La parola scheletro era entrata altrove nel vocabolario di Silvia ed era di nuova acquisizione. Il fenomeno stesso anzi era nuovo, relativamente: finora Francesca aveva partecipato attivamente alla nascita anche di ogni parola, nella sua bambina. Invece non aveva idea dell’oggetto che la mente di Silvia si raffigurava. Istintivamente materna, lievemente allarmata, per far fronte in qualche modo alla perdita di controllo, si studiò di far colpo introducendo un’altra parola nuova: “Gli scheletri no” disse sicura, “magari le anime.”
Quando erano stanche di volare, forse? Continuò a immaginare fra sé. O quando i soffitti erano bassi. Silvia è di carattere riflessivo e meditabondo. Le pause nei discorsi di tipo filosofico stavano a dimostrarlo, così Francesca le rispettava contemplando il suo prodigio.
Morire è rimanere senza vita in tutto il corpo. Ossa comprese. I bambini sono una forza della natura, sono positivi e si avventurano volentieri dove c’è movimento. Silvia voleva sapere dove andavano le anime. Francesca si era ficcata in un pasticcio adesso, perché non aveva nessuna voglia di sostenere giudizi universali, castighi eterni e raffigurazioni dell’inferno. “Andavano in cielo!”, disse con entusiasmo.
Dove sono poteva non dirlo, se avesse sviato verso lidi …più concreti? Non era il tipo Francesca da cambiare discorso, non si sarebbe mostrata impaurita alla sua creatura tenera e indagatrice. L’unica tattica che intravide fu ripiegare sui limiti della conoscenza, fatto assodato e non compromettente.
Non sappiamo dove sono le anime perché…non si vedono. Eh, se sono anime non si vedono. Questo dogma occorre sostenerlo. Non è il caso di impelagarsi a parlare del Concilio di Trento, con una bambina, si rassicurò Francesca e si ritirò dandole la buonanotte.
Ricordava una delle rarissime volte che aveva stentato a capire al volo il linguaggio infantile. Si era verificata nientemeno che con la figlia. “Città, città” continuava a ripetere Silvia, guardando la madre con occhi sgranati. A sua volta Francesca sgranò gli occhi scervellandosi…città? che città? L’esclamazione veniva dal silenzio perché prima Silvia stava giocando per conto suo. Che cosa vorrà dire? Ah ecco, si era staccata dalla maniglia del comò. La bambina “ci sta!”. In piedi per la prima volta senza tenersi. Come dice ” ci ‘tà ” quando appila legnetti da costruzioni. Il tono sommesso ma leggermente perentorio, il tono di una constatazione: le venivano le lacrime agli occhi ancora oggi ogni volta che se ne ricordava. Il tono di Silvia diceva che lei sapeva bene di non aver fatto nulla di eccezionale, ma… dal suo punto di vista degno di una qualche attenzione.
Nello studio paterno con il fratellino di undici mesi Francesca a undici anni incentivò la motivazione ai primi passi limitandosi a tenere a dovuta distanza una scatoletta colorata e da lui molto apprezzata. Nel caso della figlia aveva saputo che non c’era da preoccuparsi.
Non si può se non assecondare le inclinazioni. Le proprie e le altrui. Appena potare un rametto qua e là. Con questo collaudato sistema le piante giovani vengon su benissimo. La suprema affidabilità del metodo favorisce le rare correzioni. La parte sana tenderà sempre alla luce, la radice sana all’acqua. Non di molto è il bisogno. Francesca non era stata in India; aveva acquisito zen e acquistato zenzero, radice. Un giorno inventò un motto: “Avoid avidity” si ripeteva, e quasi aveva imparato.
Al tramonto c’è un po’ di foschia, controluce due pescatori, uno in piedi, uno seduto, in pose canoniche, in cima al molo. Un gatto lo percorre fino a riva lentamente. Silouette solo profilata, tutto color ardesia e senza terza dimensione. Come ritagli in carta nera dei figurinai.
Lenta anche una barca di pescatori, sono due anche lì dentro, in piedi, quasi immobili. Calma piatta. Quando la barca si allontana, perde tutto il colore, l’azzurro del fasciame che aveva brevemente profuso. La veduta più che suggerisce, espande la quiete che indubbiamente contiene. Si sente solo lo sciacquio debole del mare. Anche in primo piano il colore predominante è il grigio, dei ciottoli. Così spesso fluisce la vita. Che è molto bella e incanta. Che trasporta una malia, delle cose fin dentro a chi guarda.
All’epoca in cui a Francesca raccontavano la fiaba di Cappuccetto rosso, il paese era già luogo di villeggiatura. I suoi nonni materni vivevano con la bisnonna in città e trascorrevano lì tutta l’estate. Ma la bisnonna era nata in una casa in paese, dove abitavano alcuni cugini, che avevano visto poche volte la città. La bisnonna, da bambina portava le mucche al pascolo, cosa che ora nessuno faceva più. Il parroco la vedeva intelligente e vivace, e riteneva che valesse la pena insegnarle qualcosa e prestarle libri. Il fratello sapeva diverse lingue, che aveva studiato da solo, e una volta aveva anche incontrato un lupo.
La nonna raccontava a richiesta qualche brano di storia vera, la bisnonna interveniva solo sporadicamente con una precisazione: si teneva un po’ in disparte pur ascoltando tutto, perché era quasi sempre il personaggio principale delle vicende. La sua storia includeva un fidanzamento con un compaesano, il quale emigrò in America. Scrisse poi che stava bene, nel nuovo continente, che aveva casa e terreno, e spedì la sua foto sul calesse. Intanto di là rinnovava alla fidanzata la richiesta di sposarsi… anzi di raggiungerlo per sposarsi. La bisnonna voleva sposarlo, ma gli fece sapere per certo che non avrebbe mai acconsentito, anzi che non avrebbe mai posto piede su un transatlantico perché aveva una gran paura. Il che era comprensibile. Allora egli vendette tutto e fece ritorno. Quindi diventò il nonno Giacomo: e i bambini chiedevano ogni volta come sarebbe stato se lei fosse partita, se loro fossero nati là. Francesca pensava persino che non si sarebbe propriamente trattato di lei, che non sarebbe neanche mai nata, dato il salto di generazione, cioè senza il suo vero padre, oltre a quella differenza…d’oltreoceano.
I bambini però chiedevano insistentemente che si raccontasse l’altra parte della vicenda, di cui anche ai loro occhi stupiti, questa era solo una pallida premessa. Non si veniva mai a sapere una parola sul matrimonio o la vita dei bisnonni, come se le cronache non lo registrassero e si passasse sotto silenzio per un tacito generale accordo. Invece la storia proseguiva direttamente nel mezzo della prima guerra, di cui la nonna aveva già qualche ricordo personale, e che aveva separato il bisnonno, bersagliere sul Carso, dalla bisnonna rimasta in paese con due figli piccoli.
E qui accadde il fatto, quella parte della storia che raccontata e riraccontata non stupiva un filo di meno e teneva ogni volta col fiato sospeso. Una notte la bisnonna si svegliò, nel cuore della notte si era sentita chiamare: due volte, dalla voce di suo marito. E siccome notizie se ne aveva raramente, non aveva dubitato che egli potesse essere tornato; era corsa ad aprire la porta. Per fortuna non dormiva sola, e aveva svegliato una donna che potè testimoniare il giorno e l’ora. Non c’era nessuno e non si ebbero nemmeno più notizie dal Carso fino alla fine della guerra. Una lettera orlata di nero comunicava ufficialmente, confermava anche l’ora di quella notte, alcune circostanze come l’essere stato colpito da una granata mentre avanzava su un sentiero a capo del suo drappello. E il particolare – nella lettera – che lo avevano i sopravvissuti udito invocare due volte il nome della moglie, a voce alta. La mamma, che aveva studiato, spiegava come si trattasse di un caso di telepatia, e noi capivamo che era un tipo di sensibilità. Francesca confessa: non aspettava altro, allora, che l’evento che avrebbe rivelato quel dono anche a lei.
Se non era ora di andare a dormire, davanti al camino, si poteva ancora sentire raccontare – ma il modo si faceva più pacato, la tensione si stemperava – delle difficoltà che erano intervenute, del lutto in abiti neri portato dalla nonna bambina, della forza di carattere della bisnonna, che si era dovuta trovare un lavoro in città, faceva la carbonaia, dava ordini agli uomini, e teneva i conti. I sacchi di iuta dall’orlo ripiegato…e dentro il luccichio delle facce più larghe dell’antracite, le disomogeneità di taglio, una storia di alberi e di miniere.
Nella seconda guerra poi erano sfollati al paese sull’Appennino. La nonna aveva a sua volta già figli piccoli, la bisnonna compiva traversate a dorso di mulo o a piedi, si nascondevano i partigiani. Nessun episodio saliente eguagliava per la capacità di rapire, quel richiamo, quel grido ripetuto dell’uomo morente: Carlottin! Carlottin!, le sue ultime parole.
Bambina, Francesca dava la mano al nonno, taciturno, e andava con lui per funghi, nei boschi di castagno. Oppure in gita in cima a qualche monte.
Avrebbe voluto fare mille cose. E mille e una ne doveva fare perché mandava avanti la baracca. Ma oltre a quello che riusciva a fare, con cui stupiva prima di tutto sé stessa, le venivano idee su idee che doveva accantonare, una cantina piena, una dispensa in disordine. Era fervida di idee.
Aveva bisogno anche di star ferma a pensare, quando le veniva qualche pensiero. Ma la vita è una sola per ognuno. Protestava allora fra sé in dialetto – non lo parlava mai. “La vita è la mia! Lasciatemi quella. Ci sono ingordi che vogliono quella degli altri. Vivi e lascia vivere. La mia è proprio la mia e di nessun altro. Puoi condividere quanto vuoi, la tua è la tua. Nemmeno te la può vivere un altro al tuo posto, chiaro? “ Ogni tanto aveva illuminazioni.
A volte lasciava cadere tutto, piangeva, diceva che non riusciva a far niente. Ma a far niente riusciva, allora, e così si riprendeva. Desiderava portare i raggi di felicità in giro per il mondo. Quando si accorse di poterlo fare si vergognò di non averlo fatto prima. Non se ne era accorta o non lo aveva fatto perché si vergognava. Ma ora era facile. Tutte le creature dovrebbero ricevere e trasmettere, supponeva allegra.
Felicità non è una parola abusata e ottusa. E’ una ‘parola-mondo’, ce ne sono. Ci sono parole che sono mondi, mica niente! …Felicità… Un mondo di felicità non c’è, ma un mondo su cui la parola felicità apre le finestre sì. Francesca ogni tanto elargiva rivelazioni.
Non era sempre stato così. Come avrebbe potuto capire, altrimenti? Il passato non c’è più ma è fondamentale, basilare. La giovinezza travagliata come solo può esserlo; e tanta della sua infanzia ingrata. Allora aveva la precisa sensazione di un’energia negativa, quando era nervosa, un flusso, che le usciva dalle cinque dita di ogni mano, come fulmini in un fumetto. Si sapeva contenere, ma non era solo un bene. Per lei come per chi le era vicino. Era stata sola, molto sola e molto alle prese con la sua solitudine.
Al cinema, The Million Dollar Hotel di Wenders: esplosivo esplorare esclusione. Con dovizia di mimica e gesti; senza molto dialogo. La storia d’amore narrata al presente sembra sottolineare la narrazione di una storia di amicizia del passato. “Non si spoglia nessuno”, osservò Francesca. “Una perla rara”, le rispose il marito.
La natura passionale aveva fatto sì che fosse innamorata. Era innamorata Francesca, ora? Il lettore non lo può sapere se non scrutandone il cuore, non lo può sapere ora. Inoltre qui non succede mai niente, siamo nella zona di pensiero, dove l’azione non può spingersi.
L’amore che cercava caparbia, che tutta la vita aveva continuato a cercare, era assoluto. Direte che allora non l’aveva mai trovato. Invece no, era un assoluto relativo, per quanto strano sembri. Un assoluto relativo: vivente, mitigato, compatibile con la vita. Un amore che facesse toccare l’anima. Le anime degli innamorati o la terza anima, la specie di anima che si veniva a formare, come un figlio, nell’amore stesso. Che bisognava allevare amorevolmente se si voleva che l’amore acquisisse una certa durata. Che assolutamente non sopportava maltrattamenti, era un’anima fragile. Poteva ammettere di essere tenuta in disparte per breve tempo, se ne stava in un angolo a giocare con le sole proprie risorse, insomma come un bambino ben abituato fin da piccolo. Senza avere più autonomia di un bambino piccolo.
Una questione di tono. Non bon ton. Pensandoci bene era sempre questione di tono. Per questo scrivo e anche parlo quando sto bene, – continuò a riflettere Francesca – solo con un buon tono riesco a immaginare le parole.
Sognava un ricongiungimento della musica alla poesia. Non un ritorno, ma… un ricollegarsi alle epoche in cui accadde che i poeti inventassero cantando, accompagnassero il loro canto con la lira, la mandola, il clavicembalo; i provenzali…i bizantini…chissà quante altre volte nell’antichità. Se mai lo sapremo.
Francesca, che era dedita ai ricordi, si accorse di essere stata respinta da un tono di una frase, non dal contenuto. Più di una volta. Non aveva mai smesso di far caso alla musica delle frasi. Come quando i bambini non capiscono ancora il significato delle parole, ma ne captano benissimo l’atmosfera.
Le cadenze del dialetto, le lingue straniere, il cicaleccio fra la folla nelle piazze, sull’autobus. Senza ascoltare ciò che viene detto. Una sorta di musica universale: molto affascinante. Il senso dell’udito!
Il tono dei pensieri, anche, che sono poi discorsi fra sé e sé, cambia con l’umore. Quando il tono è noioso, anche il pensiero è noioso. Capita eccome, di annoiarsi da sé. Mentre altrimenti, da soli, soli con sé stessi, non ci si annoia. Osservò: quanto più efficace la parola detta con il tono…che le si confà. Il vocabolario povero dei bambini piccoli non la deludeva mai, grazie all’espressività dei loro toni. Esercizi di sensibilità.
Non aveva bisogno di cercare le persone a cui rivolgere lo sguardo, il sorriso, il qualunque gesto. Non si può far finta d’ignorare, non era la bellezza, anche la bellezza, anche fisica, era semplicemente… che le persone si ricordavano di lei. Anche dopo un brevissimo insignificante interscambio. Di lei…in un modo legato all’aspetto, alla prima impressione. Non era che in qualche modo faceva colpo? Non necessariamente con simpatia, forse. Si ricordavano facilmente, questo era un dato assodato. In effetti una fortuna, se non si era un ladro, se non s’aveva nemmeno motivo di celarsi. Lei cercava di passare inosservata quando stava male. Ma quando le uscivano i raggi, non doveva cercare le persone su cui cadessero. Non doveva fare proprio niente. Era la natura solare che provvedeva a tutto.
Il costume poteva essere giallo. Con tanto azzurro nel mare e nel cielo, tanti toni di blu…Anche il verde, subito a ridosso della spiaggia, la bella macchia mediterranea piena di odori. Giallo stava bene a lei bruna, di pelle olivastra che si abbronza subito, e si intonava all’ambiente. Costume nero ci vuole sempre, anche bianco ne aveva uno; naturalmente interi. Grigio le piaceva molto, era venuto di moda alla fine del secolo nella biancheria intima. Aveva portato tanto, da bambina, la scamiciata grigia. Le piacevano molto le vecchiette vestite di nero sulla soglia delle case bianche nei paesi. Si comprò un due pezzi giallo.
Mentalmente vide il beauty-case e partì per la tangente. I prodotti nella lista della spesa potrebbero avere solo generiche indicazioni sul prezzo, perché prescindiamo dalle marche per elencare comunque solo quelli di uso quotidiano o quasi, senza affatto voler essere maniaci: si pensi che ne abbiamo trascurati alcuni, che riteniamo meno indispensabili, forse facoltativi.
Sapone per il viso, sapone per la doccia, shampoo e balsamo, crema per il cuoio capelluto, lacca per capelli, tonico, crema per brufoli, lozione equilibrante, crema contorno occhi, crema idratante, mascara, matita occhi, rossetto, salviette struccanti, maschera pulizia del viso, maschera nutriente, deodorante, profumo…
Mi sembra di non dimenticare nulla, tantopiù se mi ricordo tutta la sequenza al mattino appena alzata, suppongo che la ritualità faciliti la memoria. L’apprendimento non è immediato, tantomeno avviene in profumeria, bensì segue perlopiù le strade della vita, le scelte fra naturalezza e aggressione chimica, il bisogno di restauro dettato da età.
Da giovane Francesca era già ben radicata nelle abitudini. Il caso e la necessità avevano fatto sì che un giorno fosse costretta a abbandonarne una; non era facile, ma si poteva farne a meno…Poteva smettere di essere abitudine, poteva diventare facoltativo un atto che era sembrato indispensabile. Questo dava un senso di libertà, e pregevole è l’umana capacità di adattamento, come tante volte dimostrato. Poteva essere un’aggiunta, un piacere in più: più piacevole di un’abitudine.
Si applicò qualche volta ad abbandonare abitudini, allora, quasi per il gusto di farlo, magari per lasciare che se ne formasse una nuova, un diverso modo di fare la stessa cosa.
Si accorse che il cambiamento di una piccola cosa poteva avere effetti imprevedibili su altre cose, metteva in moto il bisogno di cambiamento, la revisione: era un gioco e ossigenava il cervello.
Il traghetto prese il largo. Finalmente in mare. Si vedeva la città allontanarsi, ben distinta, vie e palazzi nella prima luce del mattino. Poi solo una grande scia bianca da poppa, il solco delle murate ai lati… Francesca poteva stare molto tempo a guardare.
Isole, le sue mete preferite. Voleva vederne molte, e non avrebbe voluto una casa su un’isola. Da alcuni decenni ormai alimenta la speranza di una vecchiaia in decenti condizioni di salute, soprattutto per potersi permettere una vacanza lunga. Acciacchi permettendo, che d’altronde erano stati così numerosi nella sua vita e chissà… forse almeno potrebbero non aumentare.
Uno stacco, immersa nella natura. Non è una scoperta, se mai una riscoperta, e quasi di tutti, nel mezzo del cammin di loro vita… una riscoperta con un suo fascino…come se si risvegliasse un’ascendenza nomade.
Intanto il pensiero correva ancora verso riva. Una figlia femmina. Sia lei che il padre, ognuno per sue diverse ragioni, avevano desiderato che fosse femmina. Ma ciò che era singolare era che da parte di madre Silvia era la quarta femmina primogenita. Per quattro generazioni consecutive era nata prima una femmina. E ora Francesca era curiosa di vedere se anche a Silvia…
Non sapeva bene di che cosa, ma fin dall’inizio ne andò fiera, da quando la vide: quante cose aveva capite da lei, sì, proprio da sua figlia. Non dall’esperienza di essere madre, non si riferiva genericamente a questo. Tramite la freschezza dell’intelligenza, l’istinto incontaminato di bambina… per esempio: Silvia aveva le proprie simpatie a prima vista. Ai suoi primi passi, traballante per la strada, Silvia sorrideva ad alcuni come se scegliesse fra gli sconosciuti occasionali nella folla delle vie pedonali; invariabilmente, uno dopo l’altro, sorrideva a chi si dimostrava subito dopo (poi anche al più refrattario riconoscimento materno) come dotato di particolare benevolenza nei suoi confronti, di speciale predilezione per i bambini, provvisto di quattro tenere parole di cuore pronte ad essere offerte a quel sorriso; e sempre aveva fatto incontri convincenti per la mamma. Non era possibile che sapesse sempre suscitare simpatia da chiunque; non possiamo negare che certuni sono irrimediabilmente privati della simpatia per i più piccoli; alla mamma dunque restava un che di inspiegabile e misterioso, a cui rispondeva pensando fra sé che Silvia doveva avere un sesto senso per discernere velocemente.
Era cresciuta bene. In tutte le più diverse occasioni aveva dimostrato di possedere quel non so che, quel certo equilibrio, che hanno le persone a loro agio nella vita. Forse l’amore ricevuto si risolve in facilità a riceverne, e poi diventa l’amore stesso che queste persone danno.
Era una bella soddisfazione migliorare il mondo, aver generato un qualcosa di “migliore di sé stessi”. E qualcosa di tangibile, che si poteva abbracciare.
Lo sguardo fisso sulle onde, Francesca lasciava fluire anche le onde nella sua mente. Onda su onda. La natura è ordinata, se la si guarda con un certo occhio, magari quello di Linneo, botanico, zoologico. Se si guarda oltre la classificazione, la vita …no, sembrava proprio senza regole.
Poteva sembrare che seguisse almeno alcuni criteri. Salvo lo scarto, il capriccio di allontanarsene imprevedibilmente. La tendenza a aumentare il disordine. Non sarebbe altro che il terzo principio della termodinamica. Non sarà una legge eterna, perché nulla è eterno a questo mondo, tantomeno ciò che fa l’uomo, meno ancora quello a cui dà nome di legge l’onnivoro non onnisciente.
Indaghiamo oltre, si incoraggiava: la mitologia di tutte le culture ci parla del caos primordiale. La creazione introduce un minimo di ordine. La fisica non smentisce ancora i modelli proposti nel secolo scorso, che sarebbero energeticamente più stabili, quindi più probabili nella realtà, più irregolari sono, più discordanti dallo schema logico, più ingannevoli dal punto di vista della comprensione razionale. Fatto ad oggi accertato, una materia è più ‘solida’, più gli elettroni sono liberi di scrollare invisibilmente internamente. Dal caos al caos? Chi poteva saperlo. Credo che la natura ami il paradosso, soleva dire Francesca. Si sentiva, spesso, quasi presa in giro da tanti exploits, tanta arguzia, tanta buffonaggine, anche, da far pensare al giullare di un re.
Come dice il buon senso, nella vita succede di tutto, quindi mai ipotecare il futuro, mai dedurre impossibilità. Basta saper aspettare, dare tempo al tempo. La natura vive tempi inimmaginabili. Il centesimo di secondo, i miliardi di secoli. Aspettare non rientra nelle modalità del correre, ecco che può costituire una varianza: correre correre correre aspettare e viceversa aspettare aspettare aspettare e all’improvviso prendere la corsa, scattare. Quando? No, domanda sbagliata. Non bisogna nemmeno chiederselo, per non formalizzare una struttura, per non irrigidirla. D’intuito.
Assorta nelle visioni, Francesca ama nel contempo perdersi nella disquisizione a partire dalle parole. Le viene in mente Francis Ponge quando parla della pioggia: “La pluie ne forme pas les seuls traits d’union entre le sol et les cieux.” Sembra di vedere il fitto tratteggio fra il suolo e i cieli, ma non è l’unico trait d’union. No, ne esistono altri, fisici e metafisici. A un tratto le sembra… come altro dirlo? che la natura sia anche sopranaturale. Il mondo della natura appartiene al sensibile, ma non solo. Il cielo sovrasta, la natura è un suo sottoinsieme. Creata a immagine di un dio. Ecco, qui vuole arrivare. La natura umana contiene elementi che la legano alla terra. Contiene elementi che ci fanno pensare a un legame con il cielo, a un’anima. E contiene altri elementi, che hanno a che fare con l’arte; sono come un ponte, fra corpo e anima, fra terra e cielo, un arcobaleno… per avallare la coesistenza di viltà, bassezze e nobili desideri.
Come nelle onde cerca nella filosofia, perché non è stato risolto il problema del male. Cerca una morale… che non neghi il male inestirpabile. Una funzione che possa unificare bene e male, come sono uniti nella vita. I cardini di una passerella, che ci rassicuri; quando, in bilico, non siamo assicurati né di qua né di là, sui baratri di tanta infamia. Sorride fra sé, dei suoi pensieri, non sa se con le labbra o meno. Piccolo rendiconto di coscienza, all’atto di partire. Eppure…perché l’amore fa ridere? Perché è dolce. Perché l’amore fa piangere? Perché è amaro. Sembra una contraddizione? E’ un’ambiguità? Molta ambiguità è vera. E’ vera la risposta doppia, molteplice, sfaccettata. Fondamentale è scandagliare il fondo. Dove le ambiguità si esauriscono. Dice Emily Dickinson: Water is taught by thirst. Imparare l’acqua dalla sete.
Caro amore, ti porto un po’ d’acqua. Se riconosciamo un ecosistema. Se dal letame nascono i fiori, se certi mali permettono il ciclo dell’azoto. C’è qualcosa di marcio, c’è la muffa. E c’è il dolore. Le cure, le medicine venivano impartite a Silvia con la formula: è un male che fa bene. L’analisi occupava Francesca, curiosa, finchè trovava due o tre cose che je sais d’elle, e alla fine sentiva il ricongiungersi di tutto al tutto. E’ tutto attaccato. Il cerchio si chiude. Provava persino una momentanea soddisfazione. Non vorrei mai che si confondesse, proseguiva divertita, l’educazione con l’addestramento. Pratica questa più spesso riferita a cani o soldati, ma nella quale non riponiamo peraltro più alcuna fiducia. Invece educazione è già del neonato: in primo luogo nella radice etimologica di e-duco, porto fuori, al mondo, dalla caverna uterina. Auspico quindi un’educazione ostetrica: una buona tecnica, una mano che conduce ma che si vuol far sentire il meno possibile. L’immagine immediatamente successiva vede fra le braccia inerti della puerpera in barella, che arginerebbero la scivolata, il piccolo, posato ma non tenuto da alcuna mano, sulla pancia per il primo contatto pelle a pelle, guidato dall’olfatto, autonomo arrampicarsi e incespicare nei suoi primi movimenti all’aria aperta, per la scalata al colostro.
L’educazione basata su un principio fondante, che deriva dal detto “per amore o per forza”: bisognava decidersi, quando si voleva far fare qualcosa a un bambino, se si voleva farglielo fare per amore o per forza. E siccome fra i due lei era contro la forza, a netto favore dell’amore, puntava decisamente su questa via, cercava in tutti i modi di non dover ricorrere all’altra, insomma era impegnatissima a conquistare le simpatie dei bambini. La saggezza in fondo al pozzo è invariabilmente semplice. In fondo al cuore ci rende invariabilmente felici.
Ascoltata la fiaba di Cappuccetto rosso, Silvia l’aveva commentata così, come l’aveva accolta, con un fare un po’ secco: “Mamma, il lupo…non è cattivo. Ha fame.” Ecco perché, in qualche modo, bisognava salvare anche il lupo.
natalizio e auguri a tutti
dicembre 7, 2011
Tragico incipit
Lettera ad un neonato
“Peso leggero il lenzuolo di lino
l’augurale camicina di seta.”
Aria, invochi? Ti mancava l’aria forse quando nascesti e a forza a rischio di soffocare ingoiasti ingurgitasti a fatica qualche molecola della più sottile materia nei tuoi polmoni piccoli forse quanto un gheriglio. La poca aria ne cavò un grande urlo. Spaventò forse anche te? Il primo vagito venne dal vuoto che per la prima volta si riempì. Di così poco. Ma era gioco forza era destino era la tua prima prova.
Tu conoscevi un liquido denso, colloso; la tua pelle conosceva quel contatto, il tuo peso vi si dondolava indolente che ne fu nutrito. Con tatto, certo, durante quei nove mesi ti comportasti verso tua madre; e lei pure, conscia di quel primo dei sensi che sviluppavi, con tatto ti parlava col canto della sua voce stabiliva un continuo contatto per il tuo senso dell’udito molto fine, che non voleva essere turbato.
Dunque sei all’aria tu quasi intatto ma toccato già dalla vita per quel poco di aria tu stralunato nuovo nato perdi un neurone dopo l’altro e sarà così una perdita accelerata, volano via a sciami, tu certo l’avverti il vuoto.
Perché la nascita inizia una rovinosa scivolata verso la morte, una decrescita magari appena per consunzione ma sai che fosti generato per degenerarti.
Cosa ti manca? Bisogna supplire all’improvvisa scossa, all’assenza della placenta e del bagno amniotico.
Ti manca la parola, tu non chiedi che con altro inarticolato pianto.
A tratti è attenuato il vuoto da un più ruvido abbraccio se ti ninnano. Ti tengono: che vuol dire? Impedito nel moto fisico, non cammini dapprima ma non sapresti dove andare. Ti fai capire, si fa parola una parte del pianto.
Vorresti i visceri, e la certezza. Quanto al resto sai ancora farne a meno. Ben che vada resta il contatto con il seno. Mal che vada presto parleremo.
e il video fu
agosto 9, 2011
Zviad Ratiani, poesie (versione interlineare di Chiara Adezati)
***
Mai,
neanche una volta,
sono riuscito a svegliarmi
prima della vita per neppure un lampo: lei sempre
sentendo il mio risveglio,
si sistema in modo
che io, già sveglio,
la colga
esattamente come
la lasciai.
***
Una casa solitaria
Che confortevole sarebbe casa tua
e che piacevole la tua solitudine
se non fosse per questo topo:
salta fuori dal buco che hai riempito tante volte
scivola sul pavimento di legno
e s’infila sotto la credenza antica.
Che vuota un’intera casa in mancanza
del lampo di un breve improvviso
squittìo femminile.
**
Breve elegia per mio padre
Guarda, quest’albero è mio padre.
Ti sorprendi?
Ti aspettavi di vedere una quercia?
No, questo albero è mio padre,
un esile tronco
e non ancora troppo vecchio
che ha sonno leggero in inverno
ed è svegliato dal primo segno di calore della primavera.
Non fa ombra alla metà del cortile,
non toglie luce ad altri alberi.
La sua ombra è così gentile e docile
che persino il più debole sole d’autunno
fa avvolgere il tronco senza sforzo
ma d’estate quando è troppo caldo qui,
la sua ombra può contenere almeno cinque o sei di noi
e questo basta. Non siamo più che questo.
Non chiedere altro.
**
Facendosi la barba
per la mia propria faccia allo specchio
Non aver paura:
non riconoscerò mai me stesso
in te.
Questa goccia di sangue
che fiorisce sulla schiuma
mai ci congiungerà -
non aver paura.
Non aver paura:
mai incrocerò la superficie del tuo appartamento;
mai ti spiccherò dal vetro;
nemmeno riesco a ricordare le tue fattezze.
Non permetterò mai a me stesso di notare le tue imperfezioni
per paura che tu ti confonda ogni qual volta
tu confronti il tuo sorriso col mio.
Non aver paura:
noi non invecchieremo insieme.
**
Neve, neve. La vita è bella
La vita è bella. Mi svegliai alle sei e qualcosa
e accesi l’albero di Natale. E’ carino veder
scintillare luci piene di colore. La vita
è bella. I bambini dormono. Gli adulti pure. Neve,
per quanto mi ricordo, la prima di quest’inverno, cade.
La neve cade e il giorno spunta. Trentaquattro –
dico dapprima nel mio cuore e non sembro gradirlo. Trentaquattro –
ripeto a voce alta – e ancora qualcosa non và.
C’è qualcosa che non mi piace in quel numero. Ho appena compiuto trentaquattro anni
oggi. Dispongo di almeno un’ora e mezza per sedermi e scrivere. No,
non posso. Un cane ha cominciato ad abbaiare così forte
che pare avrà molto da abbaiare in proposito,
ma smette di colpo. La vita è
bella. Il giorno spunta veloce
e già sono pigro per attraversare questo
giorno. Non è vero per
la vita però. La vita è bella. Mi sento ozioso per
questo solo giorno – camminare nel nevischio,
ricevere auguri o non-auguri, ricambiare milioni di volte,
e far mimica di importanza. Il giorno spunta veloce,
l’albero di Natale scintillante non sembra più così carino alla luce del giorno. La vita
è bella. Mia figlia corre alla finestra
gridando: neve, neve, la sua voce riempie tutta la casa,
e mio figlio, anche se molto piccolo, ancora incapace di capire bene, sta saltando
felice sul letto. Potevo prevedere
un tale inizio di giornata
quando m’alzai alle sei e qualcosa,
e guardai per prima cosa fuori dalla finestra. Bambini,
questa non è neve buona –
in un’ora sarà fango,
è tanto sciocca quanto il numero trenta quattro,
o le luci dell’albero di Natale di giorno,
o vostro papà allo scrittoio,
ma, queste parole, bambini, sono peggio,
mentre questa neve è buona,
e così vostro padre, fra l’altro. Prima che egli esca,
prima che le auto trasformino la bianca neve in sporco,
dì solo una volta, bisbiglia solo: trentaquattro,
e il vostro papà diventerà bello,
attraverserà con scioltezza il nevischio,
per una volta forse senza neppure ricordare
come è diventata dura la vita,
e semplice il sogno. La vita
è bella.
**
Questionario invernale
Lascia che venga l’inverno, sono pronto.
Sono già vestito di nero,
con questi vestiti in mezzo a tanti stracci
a coprire non solo pelle ma anche anima:
pantaloni neri, maglia nera
e un cappotto nero, una volta indossato dal nonno.
La mia tipica pelle scura
è già scolorita
e sempre più sono troppo pigro per rasarmi.
Lascia che venga l’inverno.
Lascia che venga l’inverno, sono già freddo
e sono venuto qui dentro, in questo supermercato,
solo per un po’ di calore, dove sto in piedi statuario
su una scala mobile fra i piani gelati
o cammino nella confusione fra le casse e gli scaffali
dove tutto ammicca:
pellicce, lampadari e tazze da gabinetto
gelosi guardano attraverso la gente che cammina qua e là
cercando di scegliere nella folla di compratori
il vero unico proprietario.
Ma io non sarò scelto, indossando i miei vestiti neri,
gli unici vestiti in mezzo a tanti stracci,
io che vago di sezione in sezione senz’altro scopo
che scaldarmi, sento già sulla nuca
geloso gelato lo sguardo
delle schede di sicurezza che intimoriscono.
Lascia che venga l’inverno.
Manichini,
sono vostro fratello e vostro gemello,
e molto più artificiale di voi
qua nelle corsie del supermercato
dove la gente cade a pezzi nell’abbaglio delle cose,
diventa solo occhi per i lampadari,
solo spalle per le pellicce,
solo sederi per le tazze da gabinetto.
E più artificiale di me
il calore del supermercato
che non si può portar fuori gratis:
ogni volta che esci, svanisce.
E nei miei vestiti neri,
negli unici vestiti in mezzo a tanti stracci,
i pantaloni neri, la maglia nera, e il cappotto nero di mio nonno
(senza il cappello nero che portavo prima di perderlo)
manichini,
sono vostro fratello e vostro gemello,
belli, terribili manichini,
e molto più privo della vista di voi
qui, nelle ampie corsie del supermercato
dove le cose cercano pazientemente solo il loro destino, il loro proprietario,
dove la gente senza volerlo si trasforma in oggetto del desiderio,
dove l’inverno è l’unica stagione.
Lascia che venga l’inverno.
**
Alla fine , io, pure, imparerò a sentirmi bene
e salvo quel che tu vedi in me, non sarò nulla
o persino sarò appena quel che vedi.
Io pure, imparerò a scrivere di altri
e a parlare di me.
Questo è il modo in cui attuerò la mia vendetta sulla poesia.
Non fu un cattivo Dio.
Oltre alla mancanza di fede, essa non chiese altro
e non era solita proibire alcunché salvo in quanto a scrivere.
Che risultai un perdente. Nelle mie poesie non riuscii mai
neanche inane a camuffare la mia innata codardia.
Neanche ora ho abbastanza baldanza da scrivere l’ultima poesia
e non mi rimane altro che imparare a sentirmi bene,
ad esser contento delle penultime poesie.
E ogni qualvolta qualcuno mi chiami a una vita razionale
o una vita vissuta dall’interno, altri chiederanno nuove poesie, e io distoglierò la mia faccia
e mostrerò ad ognuno la mia vera maschera.
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Indice
Mai, neanche una volta
Una casa solitaria
Breve elegia per mio padre
Facendosi la barba
Neve, neve. La vita è bella
Questionario invernale
Alla fine , io, pure, imparerò a sentirmi bene
Incontro con Zviad Ratiani
luglio 5, 2011
L’associazione Il gatto certosino
invita
all’incontro con il poeta georgiano Zviad Ratiani,
il giorno VENERDI’ 29 LUGLIO 2011 alle ore 18
presso SoliDoc in piazza Matteotti 76R (a fianco alla Stanza della Poesia).
L’autore leggerà alcune poesie di cui verrà data versione interlineare a cura di Chiara Adezati.
Zviad Ratiani, un georgiano a genova
giugno 30, 2011
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Notizia flash:
questo grande poeta georgiano sarà qui di passaggio alla fine di luglio.
Con il gatto certosino organizzeremo un incontro, spero a Matteotti.
Chi è interessato si tenga aggiornato.
A presto!
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