poesia
gennaio 1, 1983
MAPPETTA del sito
settembre 1, 1999
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Le date dei “post” sono stravolte (ad arte).
Raccontirochi
febbraio 8, 2010
RACCONTIROCHI, Chiara Adezati
Indice
Salvare capra, cavolo e…lupo 3
Come Virus Vicente fu sconfitto da un battaglione di batteri senza perdere alcunchè 13
Loco de Leer, spagnolo in Sicilia 25
Tre fantasticherie 31
- Il poema di una vita
- Make the most of it
- Concerto
Dialogo R(-azional-me) / E(-motive-me) 41
Salvare capra, cavolo…e lupo
Pensieri di una vecchia in viaggio
…”Fanno scivolare un collare al lupo e appesa ad esso c’è una campana! Quindi si disperdono e lasciano libero il lupo…” (Un villaggio in Anatolia)
J. Berger, The Shape of a Pocket, Bloomsburypbks 2001
E’ fatica fisica, la prosa. A Francesca che l’aveva sentito dire, era rimasta impressa questa frase. Lei scriveva poesie, canzoni, arie che sono più leggere anche se magari più dense, più concentrate: si concludono in una volta, si portano in una pagina. Le scriveva da sempre anche se non sempre, piuttosto di rado anzi. Pareva non considerare altra possibilità; da quando da bambina suo padre le aveva francamente stroncato l’unico tentativo, un inizio di romanzo giallo a due mani. Non si era scoraggiata, piacevano i suoi scritti brevi, aveva imboccato un’altra strada.
La prosa la leggeva e molta, fatiche ne faceva e molte, anche a leggere: quando si trattava di ore, si dimenticava di sé come di cambiare posizione. Ma le piaceva immensamente. E quando si trattava di ore della vita anziché della giornata, pochi piaceri erano comparabili a quello del libro.
Il piacere di scrivere certo, soprattutto mentre la cosa è in atto, è enorme. A cose fatte è una bella soddisfazione, un bel ricordo: nell’insieme è più che altro piacere di restituire. Come quando si sono ricevuti molti doni e si conosce la felicità di donare. Che poi è sempre la stessa cosa…donare e ricevere, in un certo senso. Nel donare ricevi, nel ricevere doni. I doni poi sembravano provenire da un grande mercato comune delle civiltà, anche quando fra due doni correvano i secoli. La letteratura per Francesca era come un mare Nostrum in cui confluiva acqua da tutte le fonti del mondo.
Ora un impulso di chissà qual provenienza le suggeriva un pensiero che avrebbe potuto per lei essere ricco di conseguenze: forse era questione di mettersi comodi e scrivere una paginetta per volta? Poteva essere un buon approccio.
“Mamma, ma gli scheletri camminano?” Si ricordava benissimo Francesca la faccina seria di sua figlia già coricata, che, pur con esitazione, approfittava della grande confidenza nei momenti prima di addormentarsi.
Doveva avere quattro anni perché il periodo era caratterizzato dall’impatto con la scuola materna. Dove era stata secondo lei abbandonata dalle amate maestre del nido. Dove allora parevano in voga comunissimi scheletrini di plastica.
Neanche al buio a Francesca scappava da ridere alle domande dei bambini. Non per tutto l’oro del mondo. Era diventata una sua passione rispondere prendendoli sul serio. In questo caso poi…
Un lungo dialogo era seguito per assecondare la curiosità escatologica. Soddisfare no, non era possibile. Assecondare – salve ferme opposizioni – era assunto a metodo sistematico. Un’educazione che vedeva innato nel bambino se non tutto tanto di buono.
La parola scheletro era entrata altrove nel vocabolario di Silvia ed era di nuova acquisizione. Il fenomeno stesso anzi era nuovo, relativamente: finora Francesca aveva partecipato attivamente alla nascita anche di ogni parola, nella sua bambina. Invece non aveva idea dell’oggetto che la mente di Silvia si raffigurava. Istintivamente materna, lievemente allarmata, per far fronte in qualche modo alla perdita di controllo, si studiò di far colpo introducendo un’altra parola nuova: “Gli scheletri no” disse sicura, “magari le anime.”
Quando erano stanche di volare, forse? Continuò a immaginare fra sé. O quando i soffitti erano bassi. Silvia è di carattere riflessivo e meditabondo. Le pause nei discorsi di tipo filosofico stavano a dimostrarlo, così Francesca le rispettava contemplando il suo prodigio.
Morire è rimanere senza vita in tutto il corpo. Ossa comprese. I bambini sono una forza della natura, sono positivi e si avventurano volentieri dove c’è movimento. Silvia voleva sapere dove andavano le anime. Francesca si era ficcata in un pasticcio adesso, perché non aveva nessuna voglia di sostenere giudizi universali, castighi eterni e raffigurazioni dell’inferno. “Andavano in cielo!”, disse con entusiasmo.
Dove sono poteva non dirlo, se avesse sviato verso lidi …più concreti? Non era il tipo Francesca da cambiare discorso, non si sarebbe mostrata impaurita alla sua creatura tenera e indagatrice. L’unica tattica che intravide fu ripiegare sui limiti della conoscenza, fatto assodato e non compromettente.
Non sappiamo dove sono le anime perché…non si vedono. Eh, se sono anime non si vedono. Questo dogma occorre sostenerlo. Non è il caso di impelagarsi a parlare del Concilio di Trento, con una bambina, si rassicurò Francesca e si ritirò dandole la buonanotte.
Ricordava una delle rarissime volte che aveva stentato a capire al volo il linguaggio infantile. Si era verificata nientemeno che con la figlia. “Città, città” continuava a ripetere Silvia, guardando la madre con occhi sgranati. A sua volta Francesca sgranò gli occhi scervellandosi…città? che città? L’esclamazione veniva dal silenzio perché prima Silvia stava giocando per conto suo. Che cosa vorrà dire? Ah ecco, si era staccata dalla maniglia del comò. La bambina “ci sta!”. In piedi per la prima volta senza tenersi. Come dice ” ci ‘tà ” quando appila legnetti da costruzioni. Il tono sommesso ma leggermente perentorio, il tono di una constatazione: le venivano le lacrime agli occhi ancora oggi ogni volta che se ne ricordava. Il tono di Silvia diceva che lei sapeva bene di non aver fatto nulla di eccezionale, ma… dal suo punto di vista degno di una qualche attenzione.
Nello studio paterno con il fratellino di undici mesi Francesca a undici anni incentivò la motivazione ai primi passi limitandosi a tenere a dovuta distanza una scatoletta colorata e da lui molto apprezzata. Nel caso della figlia aveva saputo che non c’era da preoccuparsi.
Non si può se non assecondare le inclinazioni. Le proprie e le altrui. Appena potare un rametto qua e là. Con questo collaudato sistema le piante giovani vengon su benissimo. La suprema affidabilità del metodo favorisce le rare correzioni. La parte sana tenderà sempre alla luce, la radice sana all’acqua. Non di molto è il bisogno. Francesca non era stata in India; aveva acquisito zen e acquistato zenzero, radice. Un giorno inventò un motto: “Avoid avidity” si ripeteva, e quasi aveva imparato.
Al tramonto c’è un po’ di foschia, controluce due pescatori, uno in piedi, uno seduto, in pose canoniche, in cima al molo. Un gatto lo percorre fino a riva lentamente. Silouette solo profilata, tutto color ardesia e senza terza dimensione. Come ritagli in carta nera dei figurinai.
Lenta anche una barca di pescatori, sono due anche lì dentro, in piedi, quasi immobili. Calma piatta. Quando la barca si allontana, perde tutto il colore, l’azzurro del fasciame che aveva brevemente profuso. La veduta più che suggerisce, espande la quiete che indubbiamente contiene. Si sente solo lo sciacquio debole del mare. Anche in primo piano il colore predominante è il grigio, dei ciottoli. Così spesso fluisce la vita. Che è molto bella e incanta. Che trasporta una malia, delle cose fin dentro a chi guarda.
All’epoca in cui a Francesca raccontavano la fiaba di Cappuccetto rosso, il paese era già luogo di villeggiatura. I suoi nonni materni vivevano con la bisnonna in città e trascorrevano lì tutta l’estate. Ma la bisnonna era nata in una casa in paese, dove abitavano alcuni cugini, che avevano visto poche volte la città. La bisnonna, da bambina portava le mucche al pascolo, cosa che ora nessuno faceva più. Il parroco la vedeva intelligente e vivace, e riteneva che valesse la pena insegnarle qualcosa e prestarle libri. Il fratello sapeva diverse lingue, che aveva studiato da solo, e una volta aveva anche incontrato un lupo.
La nonna raccontava a richiesta qualche brano di storia vera, la bisnonna interveniva solo sporadicamente con una precisazione: si teneva un po’ in disparte pur ascoltando tutto, perché era quasi sempre il personaggio principale delle vicende. La sua storia includeva un fidanzamento con un compaesano, il quale emigrò in America. Scrisse poi che stava bene, nel nuovo continente, che aveva casa e terreno, e spedì la sua foto sul calesse. Intanto di là rinnovava alla fidanzata la richiesta di sposarsi… anzi di raggiungerlo per sposarsi. La bisnonna voleva sposarlo, ma gli fece sapere per certo che non avrebbe mai acconsentito, anzi che non avrebbe mai posto piede su un transatlantico perché aveva una gran paura. Il che era comprensibile. Allora egli vendette tutto e fece ritorno. Quindi diventò il nonno Giacomo: e i bambini chiedevano ogni volta come sarebbe stato se lei fosse partita, se loro fossero nati là. Francesca pensava persino che non si sarebbe propriamente trattato di lei, che non sarebbe neanche mai nata, dato il salto di generazione, cioè senza il suo vero padre, oltre a quella differenza…d’oltreoceano.
I bambini però chiedevano insistentemente che si raccontasse l’altra parte della vicenda, di cui anche ai loro occhi stupiti, questa era solo una pallida premessa. Non si veniva mai a sapere una parola sul matrimonio o la vita dei bisnonni, come se le cronache non lo registrassero e si passasse sotto silenzio per un tacito generale accordo. Invece la storia proseguiva direttamente nel mezzo della prima guerra, di cui la nonna aveva già qualche ricordo personale, e che aveva separato il bisnonno, bersagliere sul Carso, dalla bisnonna rimasta in paese con due figli piccoli.
E qui accadde il fatto, quella parte della storia che raccontata e riraccontata non stupiva un filo di meno e teneva ogni volta col fiato sospeso. Una notte la bisnonna si svegliò, nel cuore della notte si era sentita chiamare: due volte, dalla voce di suo marito. E siccome notizie se ne aveva raramente, non aveva dubitato che egli potesse essere tornato; era corsa ad aprire la porta. Per fortuna non dormiva sola, e aveva svegliato una donna che potè testimoniare il giorno e l’ora. Non c’era nessuno e non si ebbero nemmeno più notizie dal Carso fino alla fine della guerra. Una lettera orlata di nero comunicava ufficialmente, confermava anche l’ora di quella notte, alcune circostanze come l’essere stato colpito da una granata mentre avanzava su un sentiero a capo del suo drappello. E il particolare – nella lettera – che lo avevano i sopravvissuti udito invocare due volte il nome della moglie, a voce alta. La mamma, che aveva studiato, spiegava come si trattasse di un caso di telepatia, e noi capivamo che era un tipo di sensibilità. Francesca confessa: non aspettava altro, allora, che l’evento che avrebbe rivelato quel dono anche a lei.
Se non era ora di andare a dormire, davanti al camino, si poteva ancora sentire raccontare – ma il modo si faceva più pacato, la tensione si stemperava – delle difficoltà che erano intervenute, del lutto in abiti neri portato dalla nonna bambina, della forza di carattere della bisnonna, che si era dovuta trovare un lavoro in città, faceva la carbonaia, dava ordini agli uomini, e teneva i conti. I sacchi di iuta dall’orlo ripiegato…e dentro il luccichio delle facce più larghe dell’antracite, le disomogeneità di taglio, una storia di alberi e di miniere.
Nella seconda guerra poi erano sfollati al paese sull’Appennino. La nonna aveva a sua volta già figli piccoli, la bisnonna compiva traversate a dorso di mulo o a piedi, si nascondevano i partigiani. Nessun episodio saliente eguagliava per la capacità di rapire, quel richiamo, quel grido ripetuto dell’uomo morente: Carlottin! Carlottin!, le sue ultime parole.
Bambina, Francesca dava la mano al nonno, taciturno, e andava con lui per funghi, nei boschi di castagno. Oppure in gita in cima a qualche monte.
Avrebbe voluto fare mille cose. E mille e una ne doveva fare perché mandava avanti la baracca. Ma oltre a quello che riusciva a fare, con cui stupiva prima di tutto sé stessa, le venivano idee su idee che doveva accantonare, una cantina piena, una dispensa in disordine. Era fervida di idee.
Aveva bisogno anche di star ferma a pensare, quando le veniva qualche pensiero. Ma la vita è una sola per ognuno. Protestava allora fra sé in dialetto – non lo parlava mai. “La vita è la mia! Lasciatemi quella. Ci sono ingordi che vogliono quella degli altri. Vivi e lascia vivere. La mia è proprio la mia e di nessun altro. Puoi condividere quanto vuoi, la tua è la tua. Nemmeno te la può vivere un altro al tuo posto, chiaro? “ Ogni tanto aveva illuminazioni.
A volte lasciava cadere tutto, piangeva, diceva che non riusciva a far niente. Ma a far niente riusciva, allora, e così si riprendeva. Desiderava portare i raggi di felicità in giro per il mondo. Quando si accorse di poterlo fare si vergognò di non averlo fatto prima. Non se ne era accorta o non lo aveva fatto perché si vergognava. Ma ora era facile. Tutte le creature dovrebbero ricevere e trasmettere, supponeva allegra.
Felicità non è una parola abusata e ottusa. E’ una ‘parola-mondo’, ce ne sono. Ci sono parole che sono mondi, mica niente! …Felicità… Un mondo di felicità non c’è, ma un mondo su cui la parola felicità apre le finestre sì. Francesca ogni tanto elargiva rivelazioni.
Non era sempre stato così. Come avrebbe potuto capire, altrimenti? Il passato non c’è più ma è fondamentale, basilare. La giovinezza travagliata come solo può esserlo; e tanta della sua infanzia ingrata. Allora aveva la precisa sensazione di un’energia negativa, quando era nervosa, un flusso, che le usciva dalle cinque dita di ogni mano, come fulmini in un fumetto. Si sapeva contenere, ma non era solo un bene. Per lei come per chi le era vicino. Era stata sola, molto sola e molto alle prese con la sua solitudine.
Al cinema, The Million Dollar Hotel di Wenders: esplosivo esplorare esclusione. Con dovizia di mimica e gesti; senza molto dialogo. La storia d’amore narrata al presente sembra sottolineare la narrazione di una storia di amicizia del passato. “Non si spoglia nessuno”, osservò Francesca. “Una perla rara”, le rispose il marito.
La natura passionale aveva fatto sì che fosse innamorata. Era innamorata Francesca, ora? Il lettore non lo può sapere se non scrutandone il cuore, non lo può sapere ora. Inoltre qui non succede mai niente, siamo nella zona di pensiero, dove l’azione non può spingersi.
L’amore che cercava caparbia, che tutta la vita aveva continuato a cercare, era assoluto. Direte che allora non l’aveva mai trovato. Invece no, era un assoluto relativo, per quanto strano sembri. Un assoluto relativo: vivente, mitigato, compatibile con la vita. Un amore che facesse toccare l’anima. Le anime degli innamorati o la terza anima, la specie di anima che si veniva a formare, come un figlio, nell’amore stesso. Che bisognava allevare amorevolmente se si voleva che l’amore acquisisse una certa durata. Che assolutamente non sopportava maltrattamenti, era un’anima fragile. Poteva ammettere di essere tenuta in disparte per breve tempo, se ne stava in un angolo a giocare con le sole proprie risorse, insomma come un bambino ben abituato fin da piccolo. Senza avere più autonomia di un bambino piccolo.
Una questione di tono. Non bon ton. Pensandoci bene era sempre questione di tono. Per questo scrivo e anche parlo quando sto bene, – continuò a riflettere Francesca – solo con un buon tono riesco a immaginare le parole.
Sognava un ricongiungimento della musica alla poesia. Non un ritorno, ma… un ricollegarsi alle epoche in cui accadde che i poeti inventassero cantando, accompagnassero il loro canto con la lira, la mandola, il clavicembalo; i provenzali…i bizantini…chissà quante altre volte nell’antichità. Se mai lo sapremo.
Francesca, che era dedita ai ricordi, si accorse di essere stata respinta da un tono di una frase, non dal contenuto. Più di una volta. Non aveva mai smesso di far caso alla musica delle frasi. Come quando i bambini non capiscono ancora il significato delle parole, ma ne captano benissimo l’atmosfera.
Le cadenze del dialetto, le lingue straniere, il cicaleccio fra la folla nelle piazze, sull’autobus. Senza ascoltare ciò che viene detto. Una sorta di musica universale: molto affascinante. Il senso dell’udito!
Il tono dei pensieri, anche, che sono poi discorsi fra sé e sé, cambia con l’umore. Quando il tono è noioso, anche il pensiero è noioso. Capita eccome, di annoiarsi da sé. Mentre altrimenti, da soli, soli con sé stessi, non ci si annoia. Osservò: quanto più efficace la parola detta con il tono…che le si confà. Il vocabolario povero dei bambini piccoli non la deludeva mai, grazie all’espressività dei loro toni. Esercizi di sensibilità.
Non aveva bisogno di cercare le persone a cui rivolgere lo sguardo, il sorriso, il qualunque gesto. Non si può far finta d’ignorare, non era la bellezza, anche la bellezza, anche fisica, era semplicemente… che le persone si ricordavano di lei. Anche dopo un brevissimo insignificante interscambio. Di lei…in un modo legato all’aspetto, alla prima impressione. Non era che in qualche modo faceva colpo? Non necessariamente con simpatia, forse. Si ricordavano facilmente, questo era un dato assodato. In effetti una fortuna, se non si era un ladro, se non s’aveva nemmeno motivo di celarsi. Lei cercava di passare inosservata quando stava male. Ma quando le uscivano i raggi, non doveva cercare le persone su cui cadessero. Non doveva fare proprio niente. Era la natura solare che provvedeva a tutto.
Il costume poteva essere giallo. Con tanto azzurro nel mare e nel cielo, tanti toni di blu…Anche il verde, subito a ridosso della spiaggia, la bella macchia mediterranea piena di odori. Giallo stava bene a lei bruna, di pelle olivastra che si abbronza subito, e si intonava all’ambiente. Costume nero ci vuole sempre, anche bianco ne aveva uno; naturalmente interi. Grigio le piaceva molto, era venuto di moda alla fine del secolo nella biancheria intima. Aveva portato tanto, da bambina, la scamiciata grigia. Le piacevano molto le vecchiette vestite di nero sulla soglia delle case bianche nei paesi. Si comprò un due pezzi giallo.
Mentalmente vide il beauty-case e partì per la tangente. I prodotti nella lista della spesa potrebbero avere solo generiche indicazioni sul prezzo, perché prescindiamo dalle marche per elencare comunque solo quelli di uso quotidiano o quasi, senza affatto voler essere maniaci: si pensi che ne abbiamo trascurati alcuni, che riteniamo meno indispensabili, forse facoltativi.
Sapone per il viso, sapone per la doccia, shampoo e balsamo, crema per il cuoio capelluto, lacca per capelli, tonico, crema per brufoli, lozione equilibrante, crema contorno occhi, crema idratante, mascara, matita occhi, rossetto, salviette struccanti, maschera pulizia del viso, maschera nutriente, deodorante, profumo…
Mi sembra di non dimenticare nulla, tantopiù se mi ricordo tutta la sequenza al mattino appena alzata, suppongo che la ritualità faciliti la memoria. L’apprendimento non è immediato, tantomeno avviene in profumeria, bensì segue perlopiù le strade della vita, le scelte fra naturalezza e aggressione chimica, il bisogno di restauro dettato da età.
Da giovane Francesca era già ben radicata nelle abitudini. Il caso e la necessità avevano fatto sì che un giorno fosse costretta a abbandonarne una; non era facile, ma si poteva farne a meno…Poteva smettere di essere abitudine, poteva diventare facoltativo un atto che era sembrato indispensabile. Questo dava un senso di libertà, e pregevole è l’umana capacità di adattamento, come tante volte dimostrato. Poteva essere un’aggiunta, un piacere in più: più piacevole di un’abitudine.
Si applicò qualche volta ad abbandonare abitudini, allora, quasi per il gusto di farlo, magari per lasciare che se ne formasse una nuova, un diverso modo di fare la stessa cosa.
Si accorse che il cambiamento di una piccola cosa poteva avere effetti imprevedibili su altre cose, metteva in moto il bisogno di cambiamento, la revisione: era un gioco e ossigenava il cervello.
Il traghetto prese il largo. Finalmente in mare. Si vedeva la città allontanarsi, ben distinta, vie e palazzi nella prima luce del mattino. Poi solo una grande scia bianca da poppa, il solco delle murate ai lati… Francesca poteva stare molto tempo a guardare.
Isole, le sue mete preferite. Voleva vederne molte, e non avrebbe voluto una casa su un’isola. Da alcuni decenni ormai alimenta la speranza di una vecchiaia in decenti condizioni di salute, soprattutto per potersi permettere una vacanza lunga. Acciacchi permettendo, che d’altronde erano stati così numerosi nella sua vita e chissà… forse almeno potrebbero non aumentare.
Uno stacco, immersa nella natura. Non è una scoperta, se mai una riscoperta, e quasi di tutti, nel mezzo del cammin di loro vita… una riscoperta con un suo fascino…come se si risvegliasse un’ascendenza nomade.
Intanto il pensiero correva ancora verso riva. Una figlia femmina. Sia lei che il padre, ognuno per sue diverse ragioni, avevano desiderato che fosse femmina. Ma ciò che era singolare era che da parte di madre Silvia era la quarta femmina primogenita. Per quattro generazioni consecutive era nata prima una femmina. E ora Francesca era curiosa di vedere se anche a Silvia…
Non sapeva bene di che cosa, ma fin dall’inizio ne andò fiera, da quando la vide: quante cose aveva capite da lei, sì, proprio da sua figlia. Non dall’esperienza di essere madre, non si riferiva genericamente a questo. Tramite la freschezza dell’intelligenza, l’istinto incontaminato di bambina… per esempio: Silvia aveva le proprie simpatie a prima vista. Ai suoi primi passi, traballante per la strada, Silvia sorrideva ad alcuni come se scegliesse fra gli sconosciuti occasionali nella folla delle vie pedonali; invariabilmente, uno dopo l’altro, sorrideva a chi si dimostrava subito dopo (poi anche al più refrattario riconoscimento materno) come dotato di particolare benevolenza nei suoi confronti, di speciale predilezione per i bambini, provvisto di quattro tenere parole di cuore pronte ad essere offerte a quel sorriso; e sempre aveva fatto incontri convincenti per la mamma. Non era possibile che sapesse sempre suscitare simpatia da chiunque; non possiamo negare che certuni sono irrimediabilmente privati della simpatia per i più piccoli; alla mamma dunque restava un che di inspiegabile e misterioso, a cui rispondeva pensando fra sé che Silvia doveva avere un sesto senso per discernere velocemente.
Era cresciuta bene. In tutte le più diverse occasioni aveva dimostrato di possedere quel non so che, quel certo equilibrio, che hanno le persone a loro agio nella vita. Forse l’amore ricevuto si risolve in facilità a riceverne, e poi diventa l’amore stesso che queste persone danno.
Era una bella soddisfazione migliorare il mondo, aver generato un qualcosa di “migliore di sé stessi”. E qualcosa di tangibile, che si poteva abbracciare.
Lo sguardo fisso sulle onde, Francesca lasciava fluire anche le onde nella sua mente. Onda su onda. La natura è ordinata, se la si guarda con un certo occhio, magari quello di Linneo, botanico, zoologico. Se si guarda oltre la classificazione, la vita …no, sembrava proprio senza regole.
Poteva sembrare che seguisse almeno alcuni criteri. Salvo lo scarto, il capriccio di allontanarsene imprevedibilmente. La tendenza a aumentare il disordine. Non sarebbe altro che il terzo principio della termodinamica. Non sarà una legge eterna, perché nulla è eterno a questo mondo, tantomeno ciò che fa l’uomo, meno ancora quello a cui dà nome di legge l’onnivoro non onnisciente.
Indaghiamo oltre, si incoraggiava: la mitologia di tutte le culture ci parla del caos primordiale. La creazione introduce un minimo di ordine. La fisica non smentisce ancora i modelli proposti nel secolo scorso, che sarebbero energeticamente più stabili, quindi più probabili nella realtà, più irregolari sono, più discordanti dallo schema logico, più ingannevoli dal punto di vista della comprensione razionale. Fatto ad oggi accertato, una materia è più ‘solida’, più gli elettroni sono liberi di scrollare invisibilmente internamente. Dal caos al caos? Chi poteva saperlo. Credo che la natura ami il paradosso, soleva dire Francesca. Si sentiva, spesso, quasi presa in giro da tanti exploits, tanta arguzia, tanta buffonaggine, anche, da far pensare al giullare di un re.
Come dice il buon senso, nella vita succede di tutto, quindi mai ipotecare il futuro, mai dedurre impossibilità. Basta saper aspettare, dare tempo al tempo. La natura vive tempi inimmaginabili. Il centesimo di secondo, i miliardi di secoli. Aspettare non rientra nelle modalità del correre, ecco che può costituire una varianza: correre correre correre aspettare e viceversa aspettare aspettare aspettare e all’improvviso prendere la corsa, scattare. Quando? No, domanda sbagliata. Non bisogna nemmeno chiederselo, per non formalizzare una struttura, per non irrigidirla. D’intuito.
Assorta nelle visioni, Francesca ama nel contempo perdersi nella disquisizione a partire dalle parole. Le viene in mente Francis Ponge quando parla della pioggia: “La pluie ne forme pas les seuls traits d’union entre le sol et les cieux.” Sembra di vedere il fitto tratteggio fra il suolo e i cieli, ma non è l’unico trait d’union. No, ne esistono altri, fisici e metafisici. A un tratto le sembra… come altro dirlo? che la natura sia anche sopranaturale. Il mondo della natura appartiene al sensibile, ma non solo. Il cielo sovrasta, la natura è un suo sottoinsieme. Creata a immagine di un dio. Ecco, qui vuole arrivare. La natura umana contiene elementi che la legano alla terra. Contiene elementi che ci fanno pensare a un legame con il cielo, a un’anima. E contiene altri elementi, che hanno a che fare con l’arte; sono come un ponte, fra corpo e anima, fra terra e cielo, un arcobaleno… per avallare la coesistenza di viltà, bassezze e nobili desideri.
Come nelle onde cerca nella filosofia, perché non è stato risolto il problema del male. Cerca una morale… che non neghi il male inestirpabile. Una funzione che possa unificare bene e male, come sono uniti nella vita. I cardini di una passerella, che ci rassicuri; quando, in bilico, non siamo assicurati né di qua né di là, sui baratri di tanta infamia. Sorride fra sé, dei suoi pensieri, non sa se con le labbra o meno. Piccolo rendiconto di coscienza, all’atto di partire. Eppure…perché l’amore fa ridere? Perché è dolce. Perché l’amore fa piangere? Perché è amaro. Sembra una contraddizione? E’ un’ambiguità? Molta ambiguità è vera. E’ vera la risposta doppia, molteplice, sfaccettata. Fondamentale è scandagliare il fondo. Dove le ambiguità si esauriscono. Dice Emily Dickinson: Water is taught by thirst. Imparare l’acqua dalla sete.
Caro amore, ti porto un po’ d’acqua. Se riconosciamo un ecosistema. Se dal letame nascono i fiori, se certi mali permettono il ciclo dell’azoto. C’è qualcosa di marcio, c’è la muffa. E c’è il dolore. Le cure, le medicine venivano impartite a Silvia con la formula: è un male che fa bene. L’analisi occupava Francesca, curiosa, finchè trovava due o tre cose che je sais d’elle, e alla fine sentiva il ricongiungersi di tutto al tutto. E’ tutto attaccato. Il cerchio si chiude. Provava persino una momentanea soddisfazione. Non vorrei mai che si confondesse, proseguiva divertita, l’educazione con l’addestramento. Pratica questa più spesso riferita a cani o soldati, ma nella quale non riponiamo peraltro più alcuna fiducia. Invece educazione è già del neonato: in primo luogo nella radice etimologica di e-duco, porto fuori, al mondo, dalla caverna uterina. Auspico quindi un’educazione ostetrica: una buona tecnica, una mano che conduce ma che si vuol far sentire il meno possibile. L’immagine immediatamente successiva vede fra le braccia inerti della puerpera in barella, che arginerebbero la scivolata, il piccolo, posato ma non tenuto da alcuna mano, sulla pancia per il primo contatto pelle a pelle, guidato dall’olfatto, autonomo arrampicarsi e incespicare nei suoi primi movimenti all’aria aperta, per la scalata al colostro.
L’educazione basata su un principio fondante, che deriva dal detto “per amore o per forza”: bisognava decidersi, quando si voleva far fare qualcosa a un bambino, se si voleva farglielo fare per amore o per forza. E siccome fra i due lei era contro la forza, a netto favore dell’amore, puntava decisamente su questa via, cercava in tutti i modi di non dover ricorrere all’altra, insomma era impegnatissima a conquistare le simpatie dei bambini. La saggezza in fondo al pozzo è invariabilmente semplice. In fondo al cuore ci rende invariabilmente felici.
Ascoltata la fiaba di Cappuccetto rosso, Silvia l’aveva commentata così, come l’aveva accolta, con un fare un po’ secco: “Mamma, il lupo…non è cattivo. Ha fame.” Ecco perché, in qualche modo, bisognava salvare anche il lupo.
Come Virus Vicente fu sconfitto da un battaglione
di batteri senza perdere alcunchè
Storia di imprevisti e favola per i bambini degli altri.
Solo alcuni miliardi di secoli erano passati dacchè per nascere, Caos aveva suscitato il boato del Big Bang e qui da noi era cominciato tutto. Tutto niente, solo questa storia. Come urlo di neonato era stato forte, ma pare non ci fosse nessuno in ascolto, nessuno in grado di ascoltare. Madre Terra però se ne uscì con l’esclamazione che avrebbe poi caratterizzato le sue bonarie ire verso il bambino: mondo crudele! E il modo in cui lo disse era tonante; pare secondo alcune supposizioni esser comparso anche il fulmine.
Virus Vicente, ora, era sicuramente un figlio della progenie di Caos, ma molto molto lontano nella discendenza. Prediligeva in effetti le discese e ne compiva a bizzeffe, ripetutamente, ora incarnandosi ora facendosi digerire, alla lettera, per quanto vi si possano discernere reminiscenze filosofiche umane, ora nell’uno, ora nell’altro essere. Al momento infatti la varietà degli esseri non era dubitabile. Era al contrario una delle poche certezze, tant’è che si udiva spesso la frase ‘il mondo è bello perchè è vario’, si udiva ad ogni angolo, senonchè era pure interrotta qua e là dal grido di mamma: mondo crudele! o a volte in tono rassegnato, un sommesso ‘il mondo è crudele’ senza esclamativo.
A farne le spese, di tali spostamenti, cadute e scivolamenti, erano allora i batteri, altri figli della progenie, i più disgraziati, all’epoca, indubbiamente. Intanto perchè si trattava di un popolo sterminato e poverissimo per giunta, e poi perchè per un motivo o per l’altro, storicamente, come da congetture di congiunture… pare sia per questo e pare sia per quello, si determinò il fatto noto (o vennero determinati essi stessi, non ci importa approfondire): i batteri erano quasi tutti uguali. Non era piacevole a vedersi, tale loro uniformità, dilagante per ogni dove. Sia che adempissero alle proprie necessità, si recassero a procurarsi cibo, passeggiassero o si annidassero. Talmente ricoprivano le superfici per la tendenza sempre più vincolante ad ammassarsi nonchè a ‘consumare’ qualsiasi spazio utile. Potevano ricordare le orde barbariche o forse la crescente concentrazione della folla nelle metropoli dei primi millenni, quando intorno avanzava il deserto, una sorta di tabula rasa, almeno agli occhi della vita organica degli esseri di dimensioni superiori.
Minime differenze fra i vari gruppi e ceppi batteriologici si potevano osservare, invero, e molto esse contavano fra coloro. Di continuo infatti si osteggiavano, in tutte le sfumature, fino a trucidarsi e annientarsi a vicenda, a causa delle sfumature ad esempio del colore, essenzialmente bruno, della pelle. E’ vero che il bruno poteva differenziarsi nei vari individui, conteneva sì diverse percentuali di giallo, rosa, o arancio. Ma è anche vero che per tutti il verde, il violetto, il blu non erano predominanti. Per quanto riguarda l’occhio, e nell’occhio l’iride, esso godeva di una poco più che duplice possibilità.
Oggi a un crocicchio di periferia sbraitavano tre batteri, Taddeo, Ivan e Sebastian, come tutti i batteri, molto litigiosi, attaccabrighe, rompiscatole, e persino attaccascatole nella sottospecie barattoli di latta, vedasi botulismo. Conformandosi all’uso del tempo, i batteri litigiosi conducono una continua battaglia. Nel senso che conducono una vita che consiste quasi esclusivamente in questo; quasi tutte le loro energie sono rivolte ad alimentare tale attività. Poteva dipendere dal fatto che sono molto mobili: in effetti, in un mondo molto grande essi proprio non riescono a stare fermi. La vita per questi esseri è movimento e agitandosi per loro natura, si può dire a loro discolpa che certo avevano molte occasioni di imbattersi in qualche parapiglia. Ormai comunque avevano sviluppato altamente il gusto oltre che la tendenza a cacciarvisi. Che dessero la caccia a un cibo, che fuggissero da un virus o che semplicemente decidessero di darsi addosso l’un l’altro, come capitava, poteva dipendere dalle situazioni, ma secondo le ricostruzioni storiche i batteri erano a quell’epoca sempre a mezzo. Sempre a discutere, sempre invischiati in qualche contesa. E’ vero, i motivi del contendere non mancavano neanche allora, e i batteri, come abbiamo detto, non erano particolarmente propensi… alla meditazione. No, caspita, che eufemismo, non erano propensi nemmeno a pensare. Dovevano muoversi. Ballavano in continuazione, anche sul posto. La prima volta che li vidi credetti che dovessero far pipì.
“Un batterio maldisposto è una vera calamità” dicono i batteri Ivan e Sebastian, incalzandosi e accalorandosi come si conviene. “Tanto avverso ormai nei nostri confronti, da non accorgersi se facciamo una battuta; da continuare a credere che stiamo parlando sul serio, e quindi considerarci pazzi.” “In quanto tali ci considera a priori; così conferma anche i suoi giudizi.” Intanto zampettavano e gesticolavano ambedue senza posa. “Non è più un nostro interlocutore nemmeno se parliamo per difendere il nostro operato; è una causa persa spiegarsi a qualcuno che non vuole capire. Men che meno sarà il caso di difendere le nostre opinioni.” Non conoscevano nemmeno di vista il batterio in questione, però incontrandosi spesso fra loro seppure casualmente, i casi altrui venendo loro immancabilmente a portata d’orecchio, era passatempo abituale e quasi d’obbligo esprimersi in proposito. Per nulla al mondo se ne sarebbero lasciati sfuggire l’occasione. Dei casi altrui erano sublimamente ghiotti.
“Mi hanno ingannato,” continuava con voce stentorea quanto decisa Taddeo, “e mi sono ingannato. Sbagliano insieme: chi inganna e chi si inganna. Si sbaglia insieme come si fa un’altra cosa, insieme. Dare di sé una falsa immagine, ingannevole… ma per dare, bisogna che ci sia chi riceve, bisogna essere almeno in due. Anche chi ha preso un granchio, ha in parte contribuito al falso. Vi risulta? D’altronde nemmeno quando si è fisicamente soli, si è del tutto soli. Siamo tutti attaccati in un mondo dove tutto è attaccato a tutto il resto. Fuori o dentro. Ci si compenetra più o meno allegramente. Diciamo pure di più: del male che circola, anche chi lo subisce dovrà prendersene carico. Non sarà questione di colpa, se vogliamo rimediare.”
Sebastian: “Quello là ha già dimostrato di non essere troppo intelligente. Ma così scemo da credere di lavorare? Piuttosto: stronzissimo nel farlo credere.”
Ivan ammutolì sconcertato da quel che gli era appena passato per la testa: se uno razzola male è perché in altro modo non ce la fa…se predica bene, però, qualcosa di bene fa. Possono essere due cose diverse. Laconico, e di carattere introverso, disse: “I proverbi a volte non bastano.” Nell’aria aleggiava la domanda ‘che fare?’ e ancora una volta madre terra imprecò.
Discutevano in maniera oziosa, quindi saltavano spesso di palo in frasca; l’interesse d’altronde era completamente sincero, almeno per l’atto di parlare. Anche se poi non sapevano proprio spingersi oltre. Né con la comprensione, né tantomeno con una qualsiasi risoluzione, per non dire azione. Le loro parole rimanevano come si suol dire lettera morta, lasciavano il tempo che trovavano, e pazienza.
“Noi non abbiamo idea…”, proseguì Ivan quasi in trance, con aria un po’ fuori di sé come peraltro aveva spesso,”…di quanto più di noi sappia chi sa più di noi. A dire il vero è già tanto se sappiamo distinguere chi sa più di noi.” Ora toccò agli altri due guardarlo allibiti. Le idee non erano il loro forte, e pazienza. Ma Ivan aveva colto una palla al balzo e ormai era bene avviato a passarla: “Afferriamo una piccola parte, la mettiamo in pratica meglio che possiamo, stimiamo chi ci fornisce uno spunto, uno spuntino dalla sua tavola imbandita, della quale peraltro non vediamo l’orlo della tovaglia. Non sappiamo quanto più di noi sa.” Questa conversazione dimostra che la specie progredisce; l’evoluzione, senza che gli interessati come gli spettatori sapessero verso quale meta, compiva i suoi piccoli passi. Si può ben dire che i tre fossero batteri d’eccezione.
Virus Vicente, passando di lì si era fermato a ascoltare. Siccome l’argomento lo toccava, ne aveva da aggiungere di suo, ma non lo disse ad alta voce. “Il miglior luogo dove leccare il culo è a letto. Penso per conto mio. Cioè per quanto mi riguarda, il letto è anche l’unico luogo dove ciò sia ammesso. Certo chi non coglie tali occasioni, sarà pressochè costretto a sbizzarrirsi altrove, al lavoro o con cosiddetti amici nella vita di relazione. Quest’ultima, di conseguenza, non potrà che esserne viziata. Ecco dove porta il turbamento. Il proibizionismo e il puritanesimo alla radice di molti mali. La perdita di anima-lità e fisicità alla radice della bestialità.” Pensò a Tina.
E andandosene, svoltato l’angolo, entrò in un caffè. “L’unico luogo,” continuava mentalmente, “in cui mi piace si sgomiti, è alla cassa. Voglio dire quando tutti vogliono pagare per tutti. Qualche volta mi è capitato, ma non spesso.”
Per chissà quale ragione, Virus Vicente si era dinuovo incupito, e riprese a rimuginare. Ci fu un tempo, ricordava, in cui proprio a causa della indiscutibile predisposizione… da guerrafondai, batteri e virus furono gli uni e gli altri strumentalizzati ai fini di guerra umana. E a questo scopo vennero anche geneticamente modificati, ai fini di potenziare la bellicosità; allevati a mo’ di mercenari, condizionati in campi di addestramento estremisti per distorcere e incentivare la caratteristica aggressività. Vennero sminuzzati e spediti per posta quando la carta non era ancora definitivamente caduta in disuso. Altri, spediti nella posta elettronica danneggiarono se non il fisico vero e proprio dei nemici, molti macchinari elaboranti, che, come protesi, ne costituivano il prolungamento sia delle mani che della memoria; dato che pare fosse allora alquanto diffusa l’abitudine a trascorrervi molto tempo ‘attaccati’. Molto tempo inteso rispetto a termini di paragone quali lo stare attaccati a un qualche esemplare della propria specie, ad esempio a guardarne uno da vicino. Pare anzi che nella cultura delle classi dominanti un così semplice atto fosse considerato sconveniente.
Quella brutta storia era chiamata malamente ‘bioterrorismo’. In un periodo in cui di biocose ce ne stavano parecchie e indicavano già cose sia buone che cattive, e stavano prendendo campo le biotecnologie… ci mancava solo quello. E pensare che ‘bio’, radice greca, stava per ‘vita’!
Pensava, il nostro, eccome se pensava. Scaltro come era. Gli pareva, a volte, di non poter smettere. Erano tante le cose spiacevoli. Alcune sembravano ormai appurate. Per esempio, allorchè si rendeva necessario un richiamo alla tradizione, ogniqualvolta si volesse trasmettere un messaggio di non ostilità, si ricorreva simbolicamente al contatto fisico ‘omologato’; si facevano circolare immagini di durata perfino anomala, se rapportata alla quasi banalità del gesto. Veniva proiettata ovunque, sugli innumerevoli schermi sparsi ovunque, la lunga ripresa fotografica di una artificiosamente prolungata stretta di mano, che, già rigida e formale, diventava grottesca grazie all’uso ripetitivo e al contesto. In effetti era solo uno dei tanti gesti di saluto vigenti, per un solo periodo storico, nella moda del tempo; un diverso modo di fronteggiare a un bisogno costante; un voler dichiarare appartenenza a un gruppo piuttosto che a un altro, a un secolo piuttosto che al precedente, magari.
Alcuni tra i più osservatori, notarono e fecero rilevare che venivano pronunciate formule di saluto in concomitanza di occasioni in cui individui anche fra loro sconosciuti, si intersecavano su un sentiero fuori mano o in mare aperto; mentre al contrario non appena uno di loro, uno qualunque, uno, si inseriva sulle grandi arterie, motorizzato a dovere, si avviava immediato e immancabile l’insulto reciproco. L’intolleranza era una questione che aveva a che fare con gli spazi.
Era in voga, invece, come fosse un altro bisogno costante, l’accalcarsi delle masse, il raggruppamento in numero così elevato, da rendere fisicamente spiacevole il risultato, se non lesivo. Ammassarsi, poi regolarmente accapigliarsi: così molti spendevano il tempo libero. A prescindere dai motivi, da un qualsivoglia motivo. Dare per scontato il fatto di avere un motivo, ma dimenticarsi… di non esserselo chiesto.
Virus Vicente pensava che non c’era niente da vincere e niente da perdere. Se ne andava a zonzo, tutti i giorni. Gli piaceva molto anche stare in casa, perchè poi a suo modo scriveva tutto. Era disoccupato, nel senso che non era impiegato da nessuno, ma si occupava da sé, di tantissime questioni, di quasi tutto, in effetti, di tutto quel che capitava. Era un po’ anomalo, rispetto alla sua razza, ma neanche tanto, secondo lui. Diceva che dopo essersi fatto problemi in gioventù e dopo essersi sperimentato qua e là in giovinezza, dopo essersi cimentato con molte cose apparentemente più grandi di lui, nella maturità, ora nell’incipiente vecchiaia aveva nel suo bagaglio un bilancio a suo dire positivo.
Non che non fosse mai di cattivo umore! Era di umore anche pessimo, si infuriava: era ed era rimasto, in tutto e per tutto, un passionale. La sua diversità gli derivava semplicemente dalle casse. Scritti su scritti di alcuni membri della sua famiglia, casse di cui era entrato in possesso fin da piccolo e che gelosamente custodiva come un tesoro. Non era l’unico al mondo ad aver letto tanto e a possedere una biblioteca di famiglia, ma è anche vero che i virus non si dice letterati, bensì capaci di leggere e scrivere, non erano molti.
Se per caso gli veniva chiesto qualcosa in merito, lui accennava appena, lasciava capire sì, che per lui la cultura aveva importanza… in qualche modo, però, sminuiva; e così per amore di modestia sminuiva sé stesso. Ogni santa volta riusciva a sviare il discorso dichiarando di avere avuto una, ‘la’ grande fortuna, il suo dono di natura ereditato: il suo gene dell’umorismo, che lo rendeva capace di scherzare, lo aiutava a sdrammatizzare, e gli dava il gusto di far ridere il suo interlocutore. Lui aveva solo coltivato un’attitudine.
La stessa cultura, vale a dire la sua genoteca, le famose casse, pareva esser stata solo funzionale all’umorismo. Certamente non la ingigantiva, non la vedeva come un fine a sé stesso e tantomeno la divorava, come la divorava, ai fini di una qualsivoglia ambizione. Lo sfoggio non era per lui. Quei batteri e quei virus che culturalmente si difendevano meno, erano caduti in preda all’ideologia corrente; forse era insieme il prodotto e l’agente della decadenza della loro civiltà. Essi stessi erano diventati il germe della decadenza.
L’immagine era tutto, tutto era solo immagine. Ovviamente l’immagine del dio denaro; qualsiasi attività era svolta in funzione di quest’idolo, e ci si attivava solo se si poteva ragionevolmente sperare di avvicinarsi a quel tempio. Sempre, per questi “miseri morali”, ogni minima cosa, a sentir loro, era un problema di soldi. Si erano dimenticati di essere dei miseri mortali con la ti, perché avevano acquistato molti status symbol e se li facevano spenzolare addosso. Non esistevano altri problemi. Per loro, non pareva esistere la morte. Morivano come mosche, statisticamente; facevano le corna se la morte passava loro davanti, ma non ne prendevano atto, più di così, finchè non toccava a loro. Quasi che non pensarci potesse equivalere ad annullarne l’esistenza. Pare la chiamassero rimozione. Così la solidarietà aveva perso terreno. Come già, prima ancora, l’ideale di fratellanza universale. E la terra continuava a urlare al mondo crudele.
In cotale mondo ve ne erano, all’interno delle diverse razze, molti che si arruolavano, facevano esclusivamente la vita militare, e per così dire ‘spostavano’ la pace in un’altra vita, magari eterna, un’esistenza a cui si aspettavano di rinascere. Avrebbero anche potuto chiamarla biovita, a questo punto, sebbene non ne fossero affatto certi nel loro intimo, quanto potevano invece esserlo davanti al nome di uno yogurt al supermercato.
Come non esistevano etimologie non esistevano contraddizioni. Non erano più vere religioni quelle che circolavano, ma la credenza era quella. Sarebbe stata un’operazione arbitraria come un’altra, una fantasia da accogliere come le altre, senonchè degradati o graduati, e del resto gli uni al pari degli altri, la pace non la godettero mai. Dico mai in vita loro, né ebbero modo di assaggiarla; si pensa oggi che non sapessero bene a che cosa si riferissero quando la prospettavano; quando addirittura qualcuno di loro dichiarava di combattere per la pace. Forse in qualche modo ne favorirono la prospettiva. La pace era tutta da inventare.
La loro vita, la vita che si sarebbe potuto percepire per il fatto che c’era, non aveva alcun valore. Non se ne parlava nemmeno. Solo dell’idolo si parlava, solo l’idolo si imitava.
“Non ho mica ammazzato nessuno, io”, si ripeteva virus Vincente. Oppure se gli strombazzavano i guidatori rampanti maleducati: “pago le tasse come tutti gli altri, io.” Inutile dirlo, in questi casi non erano previsti rimedi efficaci. Era già piuttosto noioso per lui imbattersi a ripetizione in vicende sempre riconducibili a quella che non poteva definire se non ‘pochezza di vocabolario’. Per virus Vicente questa era la tragedia, e con questa tragedia doveva convivere.
Era già stato tentato di tutto in precedenza, lo si sapeva bene. Rivoluzioni, restaurazioni, cicli terapeutici a diverse frequenze, insurrezioni, sollevamenti, sommosse, ribellioni, fino al malcontento masticato e rimasticato come gomma. Si poteva a stento inglobare tutto nell’evoluzione, dare l’ultima definitiva possibilità al miglioramento graduale, sapendo di poterlo ottenere a poco per volta e a singhiozzo. A fatica, bisognava soprattutto affidarsi ormai alla voglia di migliorare. Voglia, questa, che si doveva pur riconoscere a ciascuno. Peggio ancora, ad esser pignoli, bisognava altresì e prima di sperimentare, ‘supporre’, che essa risiedesse in ciascuno, non fosse che in un angolo. Inoltre bisognava dare per scontato ormai, che alla parola ‘migliore’ corrispondesse per tutti un significato se non identico, almeno abbastanza simile. A fatica, bisognava pur sempre dar credito e fiducia.
Il punto più arduo era il cosiddetto egoismo. Visto che non è affatto costante, e che dipende tanto dallo ‘spazio’ a disposizione, una volta afferrato il modo in cui poter manovrare su quel punto della dura questione, una volta in possesso del filo di Arianna , si poteva senz’altro dipanare la matassa, il groviglio per giunta. Lo scoglio era superato, la grettezza, i particolarismi, l’avidità erano acqua passata.
Quando finalmente a nessuno mancò quasi tutto, quasi tutti si accorsero finalmente che: esiste una forte somiglianza fra ‘non avere’ e ‘avere a fianco qualcuno che non ha’. Quel benedetto qualcuno non dev’essere troppo attaccato, ma siccome attaccati si è, dev’essere sistemato alla giusta distanza. Come fra gli atomi la maggior stabilità energetica risulta dalla somma algebrica delle attrazioni/repulsioni; e come di ogni atomo furono considerate le attrattive e le affinità quali prodotte e risultanti dai suoi elettroni, quasi da braccini mobili, che sembrano pencolare nel vuoto con esitanti vibrazioni, che però in definitiva risultano responsabili della posizione del nucleo oltre che di loro stessi. Riguardo alla ricerca di posizione e di distanza appropriata, pur soggetta a costanti aggiustamenti, una volta innescato il meccanismo, si percepì infine ma inequivocabilmente: non può che essere benvenuta e benvoluta la pratica. Oltretutto per l’esperienza che ne deriva, grata al palato più esigente.
Ai giorni nostri quindi, Virus Vicente salutava con gioia ogni evento di benevola inclinazione verso il prossimo, in cui gli fosse dato di incorrere. Sentiva che gli si sollevava il morale, che respirava più a fondo; e partecipava come meglio poteva.
Solitamente era ben accetto. Non era il tipo da propinare un suo intervento se non intravedeva prima una buona accoglienza. C’era voluta una vita, da parte sua. Miliardi di secoli erano trascorsi, ma non invano, possiamo dire. Lo vediamo: bene in carne; né troppo curato, né trascurato nel vestire; non indossare troppi colori ma neanche troppo smorto; ha raggiunto una misura, il suo personale equilibrio, da cui traspare una moderata soddisfazione. Come un benestante gentleman. Lo possiamo vedere aggirarsi per ogni dove, e spesso i bambini smettono di piangere quando lo vedono. Non sembra farci caso, ma si vede subito che non ha mai fretta. Perciò se uno lo guarda, ricambia lo sguardo adeguandone l’intensità. Specie con i bambini. Da parecchi anni fa tutte le conoscenze possibili di tutte le speci viventi. Inoltre considera speci viventi anche le rocce, i fossili, le conchiglie, e naturalmente le piante e gli astri. Ama i viaggi universali e li compie con flemma. Scrive, e mette tutto nelle casse. Si pensa che tutto sia ora registrato lì dentro, descrizioni, storia, cronaca, interpretazione, insomma la memoria e ciò che si è dimenticato. Si sente lui stesso libero di dimenticare perché sa che c’è tutto nelle casse, che lui tiene lì. Non si sa mai. Dovesse interessare a qualcuno. Chi desidera consultarle trova la porta aperta. A dispetto della quantità, non è nemmeno difficile pervenire alle pagine necessarie, poiché gli accessi sono regolati da straordinarie serie di incroci di argomenti e chiavi di lettura, ciascuna persino tabulata. E’ un lavoro di grande impegno e richiede al nostro un’applicazione quotidiana. Felice solo di poter essere utile, ha già invitato alcuni giovani ad apprendere il suo metodo, giovani che essendoglisi presto affezionati, fungono volentieri da coadiutori.
Tina non era il suo vero nome, ma siccome era stata da sempre, cioè da quando tutti e due erano assai giovani, l’innamorata di virus Vincente, da immemorabile data le avevano appioppato quel soprannome ‘Vicentina’, e in men che non si dica, quasi prima di accorgersene, era per tutti il suo nome: Tina. Comunque a lei non dispiaceva, tanto era presa dalle sue faccende di cuore, tanto era di carattere prorompente, tanto era pazza di Vincente, del suo ragazzo che correva a incontrare, prima; del suo compagno che tornava da lei, poi, quando cioè decisero di convivere e convolarono.
Educazione equivale a ricatto ragionato. Alla definizione avevano contribuito in diversi modi i figli. Il ricatto puro e semplice, del tipo ‘non ti danneggio, se mi paghi’, di stampo mafioso, è del tutto diverso, è reato. Tanto aveva con forza sostenuto virus Vincente alle prime ingenue rimostranze dei figli. Per altro il sistema, accompagnato da tanto affetto, era scivolato in modo indolore nell’accettazione.
I figli avevano provato a ricambiare i genitori con pari moneta, ma ciò non aveva sortito effetto alcuno, né minimamente influito sui coniugi, che insieme tenevano saldamente in mano il bilancio: era bastato loro formulare la fatidica domanda: ‘chi lavora qui?’ attenuata da un ‘per ora’, che ai figli era parsa una spaventosa apertura sull’incertezza. Ragionevolmente si prospettava loro un’inversione di ruoli, mantenere i genitori in cambio del diritto di pretendere qualcosa da loro. Al momento impensabile e molto più preoccupante della sottomissione al predetto assioma, che cioè il governo e le decisioni finali spettassero e fossero di pertinenza di chi si occupava dei mezzi di sussistenza, per intendersi, di chi preparava loro il cibo nel piatto o li imboccava, secondo le rispettive età. Non fuggirono mai di casa, poi, anche in seguito.
Tina e Virus Vicente non ebbero mai a pentirsene dei loro metodi. Esercitarono il loro potere sempre nella maniera più sensata possibile, sollecitarono il più possibile la partecipazione, la libera scelta e l’intelletto – entro questi precisi limiti. Per esempio, tutto ciò che era per i loro piccoli un divertimento era considerata una legittima aspirazione; fosse anche un’insulsa fase infantile e quindi certamente transitoria; magari derivata da una mancanza di migliore indirizzo, ossia proprio di loro in quanto genitori. La curiosità non andava punita. Semplicemente ogni cosa aveva un suo prezzo – non monetizzabile questa volta, ma il prezzo di un qualsiasi piccolo o grande impegno. Contratto su contratto, si contrattava alla grande.
Non si premiavano i bambini perché mangiavano, non si riconosceva alcun merito a chi aveva mangiato, non si pensava nemmeno lontanamente che dovessero mangiare per forza. Si aspettava che mangiassero per fame. Si dava per scontato che ne sentissero il bisogno e volessero soddisfarlo. Si pensava cioè che dovessero mangiare per forza, ma non una forza imposta, bensì una buona forza interna a loro stessi. La forza della fame naturale. Non si verificò, guarda cielo, il cosiddetto capriccio alimentare, non voler assaggiare qualcosa, rifiutarsi categoricamente a qualcos’altro. Solo ragionevoli preferenze. Non si verificò capriccio di sorta. Solo ragionevole ribellione, ma tanta capacità di contrattare quanta disponibilità e pazienza e fantasia avevano ivi investito Tina e Vicente.
Felici genitori erano stati di pargoletti, felici persino di adolescenti e ora felici di persone mature e adulte, più in forze di loro, felici di figli a cui potevano rivolgersi per aiuto. I loro bastoni della vecchiaia. Non erano ancora legalmente maggiorenni, che già venivano considerati tali, ne andavano tutti fieri, eppure chiedevano volentieri consiglio ai parenti.
Non aveva ancora pienamente realizzato come stavano le cose, il maggiore dei due, e chiese a Tina, che era di ritorno da un’assenza durata qualche giorno e stava riponendo gli strofinacci: “Mamma, tu mi consideri grande?” ”Certo e non per tuo merito particolare, tant’è che considero grandi pure i tuoi amici, e ritengo, ragionevolmente, che dovrebbero essere considerati tali anche dai loro genitori. Alla vostra età le vostre facoltà sono ormai pienamente sviluppate. Non avete la minima esperienza, però, questo è altrettanto fuor di dubbio. Solo l’esperienza ormai vi farà crescere, quindi vi occorrono le possibilità di farvela, le occasioni di cavarvela; e non mancano i rischi da correre, non vi terremo mai nella bambagia io e vostro padre.” Tina era una mamma molto coccolona che li abbracciava volentieri e così fece ancora una volta.
Non erano mai stati lasciati soli a piangere, non erano mai stati picchiati o umiliati altrimenti. Ora avevano grande rispetto per gli altri, e se si sentivano umiliati, grande capacità di riserbo come prima reazione, e di equilibrio, poi.
Vicente e Tina avevano nel nastro elicoidale del codice genetico allora altrimenti detto DNA, la stoffa dei loro antenati, e così i figli. Ma per esperienza sapevano bene quanto avevano assorbito dall’ambiente esterno, principalmente dalle rispettive famiglie d’origine. La famiglia conta più di ogni altra cosa. Avevano dapprima stentato a crederlo, ora invece amavano concordare su questo, che a ciascuno di loro la comune esperienza aveva inconfutabilmente dimostrato. Si trattava di una piacevole sicurezza per tutti i protagonisti e vi si poteva attingere coraggio a scapito del dilagante cinismo, che condizionava molte coppie a evitare di fare figli. La cronaca nera dei tempi rigurgitava di matricidi, sparatorie in classe e violenze, crimini improvvisi senza apparente motivo per la gente che conosceva di vista i giovani portatori di orrore. Non si doveva pensare sempre al peggio, nemmeno da vecchi.
In un mondo pieno di cattiveria, i bambini spalancano mondi di bontà. Cerchiamo solo di dargliene modo. La nostra ricompensa per aver fatto del bene è nella sensazione stessa di farlo. Non è mica posticipabile, questo lo abbiamo imparato dai bambini che cercano subito soddisfazione anche quando secondo noi c’è da aspettare.
L’avventura coi figli era stata dichiaratamente una politica di condiscendenza. D’altra parte erano stati molto severi, inflessibili, e parsimoniosi nel regalare oggetti.
Erano due vecchietti, i nostri, innamorati dei bambini degli altri, di quelli che passavano per la strada. Se li additavano l’un l’altro, se passeggiavano insieme; se li descrivevano a vicenda, se ognuno andava per i fatti suoi.
Idilli e catastrofi. Era la vita. Io non vi dico che fossero tutte rose e fiori. Ma nemmeno tutto uno schifo, anche se c’era la guerra. Anche se nello spettacolo prevaleva l’immagine cruenta. Gran parte del popolo era rimasto al circo dell’imperatore, i giochi che comunemente si prospettavano, erano ancora riconducibili a quel prototipo. Una sorta di spietato dare in pasto ai leoni qualche malcapitato primo cristiano, caduto nel fascio dei malfattori. Ci si divertiva con la morte.
Idilli e catastrofi. Era la vita. Qualcuno durante i suoi viaggi nel tempo, nello spazio, nei libri, negli incontri…virus o batterio che fosse, iniziava a imparare l’importanza di osservare. Le eccezioni a quel che ci si poteva aspettare, erano sempre tante e precipuamente degne di considerazione.
Loco de Leer, spagnolo in Sicilia
Per ‘The mysterious stranger’ di M.T.
I suoi genitori, i marchesi de Leer, lo chiamavano Loco; o meglio lo chiamarono Lodovico ma lo soprannominarono Loco. Una sorta di contrazione del nome, sì, ma anche uno sconcio appellativo. Dispregiativo: sebbene solo fino ad un certo punto, in quanto non disgiunto da una punta di scherzo. Vi predominava però l’invidia. Ed era grave: essi non erano esattamente fatui o faciloni, anzi i libri erano importanti anche per loro; purtroppo scelsero senza mai accorgersene libri che avevano un taglio ideologico, in virtù dei tempi o delle carenze dei tempi, di guerra, da poco attraversati. La limitazione gravava, se non sugli argomenti – essi erano nobili molto curiosi – sul taglio e sulle correnti di pensiero; la scelta gravitava esclusivamente intorno ad autori di una certa area approvata, da cui non uscirono mai. Dove c’è una biblioteca, qualche classico c’è sempre: i classici, mi direte, non possono che aprire la mente. E sono d’accordo, assolutamente. Salva la sensibilità con cui vengono letti, che necessita d’esser coltivata tutta la vita.
I marchesi de Leer invece, come tanti altri, avevano sacrificato i classici relegandoli in una categoria per educandi evoluti o giovani precoci, quali desiderarono i loro figli; ma l’ambizione del discorrere nei loro salotti con i loro conoscenti a proposito di libri recenti, appena usciti freschi di stampa e possibilmente di autori a loro personalmente noti, che rivestissero ai loro occhi una certa importanza nel mondo dei fatti, delle cronache o che rasentassero la politica…magari la vita reale; l’ambizione dunque, la vanità tiranna di tante ottime superbe menti, li aveva distratti.
Ammettiamo che a tratti, qui e là, può succedere di sentirsi tristi fra i propri amici, durante una serata in cui essi non colgano i nostri riferimenti buttati lì nella conversazione su temi attuali, riferimenti se saldi tutti però derivati da volumi comparsi almeno un secolo prima. Un piccolo secolo di cento anni nella miriade dei miliardi che ne contano, se non la specie umana, almeno alcuni oggetti con cui essa viene in contatto tuttora…la terra, le stelle…che so. Si rende necessario fare alcuni conti, perchè i classici, dal canto loro, sono sempre libri datati.
Cos’altro poteva occupare il ragazzino nell’enorme casa avita senza fratelli né sorelle, senza frequentazioni di sorta dato che non gli erano accordate, cos’altro in effetti oltre alle brevi ore scolastiche e parrocchiali, oltre a qualche visita o, al limite del consentito, qualche scambio di frasi con le persone di servizio nella villa, cos’altro, se non poteva allontanarsene? Si dedicò da sempre alle fantasticherie, si annoiò fortunosamente dedicandovisi di conseguenza sempre di più, ma – punto fondamentale – finì anche per imparare a leggere prendendovi sempre più gusto. I piaceri sono cosiffatti.
Diverse stanze erano completamente rivestite da alte librerie. Ai signori marchesi non era mai passato per la mente che si potesse prescindere dal possesso, neppure da quello dei libri: non avevano il valore dei quadri né avveniva che si potessero ostentare come questi ultimi; le stanze adibite a biblioteca non essendo nemmeno di passaggio, anzi fortunatamente per il lettore, collocate in un’ala laterale.
Il bambino vi trascorse molte ore, ma non le moltissime che trascorse a leggere; solo la parte consacrata all’occupazione altrettanto impegnativa di scegliere i volumi, arrampicato sulla scala a decifrarne i dorsi. Non era mai riuscito a spiegarsi il perché alcuni editori li imprimessero per un verso e altri per l’opposto, cosa che lo costringeva a rovesciare il capo ora da un lato e ora dall’altro. Se tutto nella scrittura era convenzione, era questa una mancanza che non finiva di stupirlo. E dire che conosceva la vita e le sue infinite difformità, almeno quanto il giardiniere, che non è poco.
Inizialmente portava in camera sua un libro alla volta sforzandosi di memorizzare la collocazione dove avrebbe dovuto riporlo, poi ricorse all’astuzia di spostare leggermente in fuori il volume precedente, e passò presto a due e poi più tomi; anche se il criterio prevalente era quello di finirne uno prima di iniziare altro.
Eppure quando gli accadeva di adocchiarne diversi di cui tutto il suo animo dava a capire alla sua testolina che un giorno l’avrebbe letto, sarebbe venuto il giorno, non vi era replica o discussione di sorta, quando sentiva, più che pensare, di leggere un libro, anche se ne aveva già pianificato un altro e lo teneva già in mano, imparò a metterlo sotto l’ascella oltre che naturalmente a scendere dalla scala tenendosi con una mano sola.
Ai libri aveva libero accesso e i libri lo rendevano libero vieppiù. Il padre andava molto fiero di lui; vero, doveva a volte dileggiarlo, specie a suo avviso per non venir scalzato nel cuore di lei, la madre, che a sua volta per il tenero virgulto stravedeva.
Tutto questo andò avanti finchè Loco de Leer si accorse di avere anche un corpo. Ma pur cedendo secondo natura parte del suo interesse a qualche attività fisica e in seguito anche sociale, restò, ed è questo di cui ora ci occupiamo, il libro presenza costante nella sua vita.
Inspiegabilmente ciascuna lettura, anzicchè diminuire per esaurimento di risorse il numero dei libri da leggere, apriva un ventaglio di nuove possibilità cui attingere, rivelava nuovi nomi e impensate vastità. Con la conoscenza cresceva di pari passo la curiosità: per fortuna miracolosamente cresceva altresì l’ammontare dei libri di cui fiutare l’esistenza. Aldilà di ogni aspettativa, in qualunque momento si fosse fermato a riflettere, il lettore non vedeva che ampliarsi i suoi orizzonti di stampa. Doverosamente ne stupiva, eppure, ben consapevole, ormai prendeva appunti che riuniva poi in liste di letture future. Ne potè dedurre solo un ulteriore esempio di intuito socratico: più sai e più ti accorgi di non sapere. Non trovava più tutto in casa, in compenso aveva scoperto la biblioteca civica in città. Possibile lo scibile. Come se si moltiplicasse nel passato man mano che lo si riesumava.
Se interrompeva la lettura, si perdeva in fantasticherie, Loco; il che accadeva solo in occasione di momentanei bisogni legati alla sopravvivenza. Per quanto attuali i racconti erano sempre uno sguardo al passato. Supponeva si moltiplicassero anche nel futuro, come era logico pensare; o che anche nel presente stessero proliferando, in quel preciso istante. Dicevano che questo fosse dovuto a un eccesso, l’ultimo boom dell’editoria, lo scoppio dei best-sellers, che poi stava già sfociando nel mercato della microriproduzione. Ma era un particolare, in fondo insignificante. La vita è fatta di scelte. Sfoltire e scegliere come nella giungla.
Anche lui, Loco de Leer, avrebbe raccontato un giorno la sua vita. Ne era nel suo intimo sicuro. Perché forse non aveva una sua vita? Non la viveva in modo assolutamente pieno e non avrebbe essa a sua volta dato vita al traboccare delle parole nella narrazione? Ne era sicuro, nel suo intimo. A nove anni. Si trattava di un minimo di rendiconto che sarebbe intervenuto fra sé e la sua razza, la razza umana in estinzione, prima o poi, come tutte le altre. Dopo essersi appassionato a miti, cronache, fiabe e fantasie di tutti i popoli, se ne sentiva colmo. La sua mente nutrita da tanti autori aspettava a sua volta il turno di prendere la parola nel consorzio: il suo momento, dato che era nato, di raccontare qualcosa di cui, e non ne poteva dubitare, gli sarebbe venuta un giorno o una notte, nel sogno o nella veglia, l’ispirazione.
Durante gli anni seguenti si dedicò normalmente, cioè a scuola, allo studio della lingua straniera, che fu giocoforza l’inglese; e delle lingue classiche, al suo paese considerate latina e greca. Pur senza dedicarvisi tanto da poter fare traduzioni, né tanto da poter fare a meno delle traduzioni, si dilettava a scoprire nessi linguistici nei testi a fronte in originale; e trovandosi dotato di intuito, ne ricavava notevole soddisfazione. Così scavò ad esempio fra gli esordi della letteratura inglese, scovò il Beowulf, da cui seppe trarre il gusto per certo pensiero primitivo. Fu colpito dalla poesia dell’Edda, lesse il Kalevala finnico, il Mahabarata, le Mille e una notte e naturalmente Omero. Ma lesse ancora molto altro e, fatto molto importante, iniziò a tenere schede di ogni libro in una scatola da scarpe; note che fedelmente riportò all’elaboratore molti anni dopo, nella sua base-dati denominata Libreria. Questo corrispose a una maggiore presa di coscienza e denotò come il ragazzino sapesse prendersi sul serio. Perché in pubblico sarebbe stato difficile valutare il suo senso di dignità: di cui per altro non faceva mai sfoggio e che anzi nascondeva caparbiamente dietro a un senso di vergogna, piuttosto.
Certo a scuola riusciva discretamente e soprattutto senza sforzo; ma rifuggì sempre dal farsi notare: perché anzi non sopportava di staccare di tanto i compagni, a cui teneva, e da cui si sentiva segretamente già tanto staccato da non riuscire a ben figurare nei discorsi che tenevano fra di loro. Teneva ad essere benvoluto e l’emozione tendeva a sopraffarlo: e allora capì presto che era meglio fingere, senza alcuna cattiva intenzione; o almeno stare in silenzio; tuttalpiù elargire sparuti sorrisi. Ciononostante, quasi suo malgrado, gli sfuggirono più di una volta la buona osservazione o la battuta, che gli procurarono se non altro l’esser tenuto in una qualche considerazione.
Solo più tardi divennero frequenti gli incontri a tu per tu: la gran timidezza iniziò a lasciar posto all’apprendistato della confidenza. Era intelligente, perché avrebbe dovuto lasciarsi prendere in giro e dileggiare senza costrutto? Infiniti migliori motivi e spunti potevano darsi per ridere e scherzare. Coltivare il senso dell’umorismo e affinarlo divenne in breve uno degli scopi più importanti. E non fu esagerazione, di questo riscontrava puntualmente effetti buoni, sia nel vivere sociale che nella qualità della vita sua personale, sulla fisiologia per così dire di quel miscuglio intrinseco di reazioni nervose che sentiva fluire fra le ossa e i muscoli. Dove si situassero precisamente le capacità non seppe mai dire; sapeva di non essere solo una mente, a funzionare trasportata da un supporto fisico. Sentiva il respiro, i visceri nella pancia e il sangue stesso partecipare. Poteva risultargli tutto d’impaccio, quando non volesse trasudare le sue emozioni. Ma risultare emozionato non fu mai così terribile nelle conseguenze. Solo con alcune persone ne provava fastidio e imparò a dissimulare appena, a controllarsi. Poteva sfociare tutto in una situazione comica, e ciò era definitivamente più interessante. L’occhiata malandrina di complicità memorabile.
Tesoro, hai finito i compiti? Verso sera giungeva la voce della mamma, da in fondo alla scala nel corridoio, mentre con il padre si accingeva già a uscire. Nel complesso la sua personalità restava piuttosto sconosciuta a chi pure gli viveva vicino. Questo fa soffrire qualche volta, ma sembrava già anche inevitabile, ormai abitudine.
Cos’hai letto oggi, figliolo? Il padre nel recarsi dopocena nel fumoir, rito nel rito, gli si rivolgeva quasi da uomo a uomo. Come ambedue sapevano, la risposta non si sarebbe fatta attendere, veloce e sbrigativa: oh, non mi sono discostato dal filone della fantascienza…Scrisse parecchio H.G.Wells!
Oppure se il marchese era seduto e lo pregava con un gesto di accomodarsi vicino a lui, si scambiava una frase in più: e si finiva immancabilmente nel genere delle esplorazioni geografiche; pareva esser rimasto l’unico di interesse comune, o di cui il maturo gentiluomo amasse ricordarsi. D’altronde Loco esternava col rossore il sacro fuoco che provava al solo pronunziare nomi quali Alfonso Nobile o Marco Polo.
Per qualunque adulto, non solo per i genitori, era inconcepibile, e tale restò a lungo, che un giovane studioso come Loco potesse anche solo rubare la marmellata. Sarebbe stato contro ogni supposizione di buon senso, o era forse vero il contrario? Sia come sia, dovettero accorgersene negli anni seguenti: che il giovane iniziava a mordere il freno, si dimostrava impaziente riguardo a qualche cosa di non meglio precisato. Fu deciso che iniziasse a fare le cosiddette sue esperienze di mondo nel chiuso di un prestigioso collegio.
Quando crebbe, molto bello d’aspetto nonostante la sua scarsa attività fisica, e con un bel viso in sovrappiù, ebbe alcune belle storie d’amore. Belle e brutte, cioè come intendeva lui quelle finite male.
Fu appunto dopo una di queste delusioni, che – nuovamente dedito pressocchè solo alla lettura, una volta di più rinchiuso volontariamente nella sua stanza, con quell’unico sommo piacere a distrarlo dai ricordi come dall’autoanalisi – fu allora appunto che fu attraversato da un pensiero nuovo: si chiese come mai quando si trovava in compagnia era disposto e con entusiasmo a quasi qualunque cosa, mentre quando era solo aveva un solo desiderio, leggere. Ma era una fortuna!
A codesta complessa e articolata riflessione giunse stamani Loco, mentre passeggiava in giardino. Ne fu intenerito e appagato. Seppe che per il resto della sua vita cercherà qualcuno che lo capisca e che si faccia capire, dedicherà tutto sé stesso alla ricerca di condivisione. La sua fortuna (e la nostra).
Tre fantasticherie
Il poema di una vita
La nostra storia è un quadro che dipingiamo man mano, di tutti i colori, di ogni singola sfumatura, di ogni accostamento che sperimentiamo, ora di una macchia di colore puro, ora di un’irripetibile mistura.
Posso dirti che c’è del rosso e ce ne vedrei ancora, ma non ho dovuto metterlo in risalto, l’ho anzi tenuto di lato, nascosto…ha una tale carica che non vorrei esplodesse.
Abbiamo usato molte tinte pastello e la loro vitalità di ampio respiro mi colma di soddisfazione.
Guardo l’insieme: ne risulta una tenerezza dolce dolce e una passione tanto più pura in quanto non ottenuta mediante artificio, brilla di luce propria; mai vista tanta grazia.
Sei l’uomo dalle mille voci, sai suonare molti accordi e tutti i toni. Ascolto e mi accompagno a te. Risuonano dentro di me nella cassa toracica voci che ho sentito, voci non ancora emesse, voci che saranno modulate. In tua assenza me ne giunge l’eco a colmare la valle. Felice, felice!
Se succede è possibile, secondo accezione matematica. La possibilità di intesa a intuito, allargata, qualcosa di magico, di telepatico.
Non meraviglio il parlare, il potersi dire e raccontare, ma le implicazioni della parola, che vedo letteralmente scorrere e rimbalzare, tu capisci al volo, rimandi un’associazione: si gioca a palla, forse a pallanuoto per liquidità di comunicazione fluente.
In fondo intravedo sott’acqua il vantaggio, una bellissima crescita. La personalità nel suo svolgersi e progredire. Singoli momenti di cui m’affascina la concatenazione.
Secondo qualche geometria, un punto è un punto, possono esisterne qua e là, ma una linea, i ghirigori, le coordinate spazio e tempo, dove e quando; se sei qui, la geografia, tutto il mondo è paese e ovunque puoi sentirti a casa, quale uomo sei di fronte a me, certo conta.
Se sei al mare o in montagna, se il cielo è blu o che colori offre, le circostanze contano. Una bella giornata, oppure pioggia, la durata di uno sguardo, l’insistenza, l’eccitazione di un’occhiata di striscio, forse l’ho sognata?, il languore della fissità vellutata.
Pause più o meno lunghe fra una parola e l’altra, le frasi; i suoni e i silenzi. Le attese che assapori, l’abbraccio che t’avvolge prima che lo immagini, il raptus, la smania veloce e l’ozio più pieno di ozio che c’è.
Un dono, accrescersi è un dono. Per compleanni di amore e conoscenza, e ricambiato nel momento di riceverlo, per lo stesso impulso.
Voglia di immergersi in sentimenti, perdersi per disponibilità, divertirsi, leggére frivolezze metaprofonde. Mi riempie; me e la vita sento piene, gioia di vivere. Finalmente, chiudi questi occhi: non è per la stanza, tuttaltro, mi piace. Se sono sola, che sola la musica possa raggiungermi nel cuore del cervello dove penso con umore, solo così posso lasciare anche il tuo tantissimo umore pervadermi. Così lo sento e lo voglio sentire così. Chiudo occhi per aprire tutto. Quando arrivi apro anche occhi che ti guardino.
Vedo lo spessore di cose sottili, sensazioni vissute a tuttotondo, se non c’è sovraffollamento ipercinetico. Non manca nulla, me ne avanza.
Intenso si preannuncia questo pomeriggio. La mattinata è trascorsa tra stridi di rondini sui tetti della città. Sei tu? Sei tu che mi chiami? Mi sento attratta da un chè di misterioso. Ho la testa sgombra, una nuvola, in cui sono piacevolmente avvolta, passa nel riquadro della finestra: quello che dici non è quello che dici ma è quello che dici. Ineccepibile; metadiscorso è la mèta.
Se una maledizione incombe su di noi, un destino tragico, dover vivere tanta aggressività. Ne farei completamente a meno in un quadretto edulcorato lacchè color finto cotone; mi era stata proibita come se si potesse evitare, che abbaglio. Il merdaio bisogna sopportare in cambio di salvezze annoverabili, momentanee.
Un vizio voler essere amata e solo amata, sorridente. Una favola del principe almeno ci fosse lui bello azzurro. E basta con sovracondimento di misticismo. Alla porta, ditegli che non ci sono. Che vuole? Si traveste da playboy e lascia buonipropaganda per sesso libero, ma solo con me s.p.a.vento.
Di me, lo so, io sono chi vuole e chi disvuole; essi siamosono meno divisi se ci guardiamo coraggiosamente in faccia.
Dischiudo pori e sensi, spalanco visceri: un attimo dopo non tollero la minima intrusione. Ovvio, i governi cadono, lo scettro da un momento all’altro tutti lo prendono, e lo pèrdono subito, se lo contendono, se lo tirano dietro come se bruciasse loro le mani.
Agognata stabilità minimale, equilibrio, astrazione teorica per una media standard di estremi sballonzolanti, ubriachi, che camminano come spastici, saltano per aria come minati. Mendicata democrazia in un corpo lacerato. Dico loro e ripeto, intanto son tutti qua dentro, non possono esser sbattuti fuori tanto facilmente da nessuno, se la vedessero tra di loro; una linea comune, dopotutto sono nella stessa barca (me). Peste! Rifiutano di parlarsi. Ho allevato vipere. Forse per non esser figli dello stesso padre. Vero, qualcuno non lo vorrei riconoscere io stessa. Mala erbaccia. Trovatelli grami affibiatimi senza ch’io possa deruparli. Nemmeno vorrei farmi derubare, però. C’est la vie.
A volte la situazione pare insostenibile, eppure, e non solo per amore di paradosso, è senz’altro l’unica che posso sostenere, volendo. Volendo sopravvivere? Dato che la vivo ed è l’unica, intendo quella che provo a sostenere. Sottintendo la vita a monte della sostenibilità: sottintendo la morte. Anzi, è la vita che la sottende.
Amare la vita e volere morire. Per amor mio. Di buon grado. Buon viso a cattiva sorte? No, aver tatto, e contatto, con sé stessi e il prossimo.
Non riso nevrotico, né amaro, né sorriso imbecille. Direi serio, e dice che la malasorte non è mai soltanto tale: il cavaliere del deserto disarcionato da un ignoto, vomita, come scopre in seguito, un veleno.
La sorte è la sorte, né buona né cattiva, buona e cattiva. Insieme. Insiemistica di noi, campo fertile, non ipersfruttato. Coltiviamo ancora saggezza, accortezza, abilità, troviamo secret life of plants. Non c’è wonder che tenga. Sarà miracolo da ammirare.
Non c’è nulla di più bello, contemporaneamente calma e eccitata, due begli elementi fusi insieme, non sono più contrastanti. Ricette, solo questione di dosi, quali che siano i buoni ingredienti, salva la contraffazione.
Tentare l’immediatezza, vedi che prima si pareggiano i conti meglio è. Commisurare la risposta. And when I say slowly I mean as soon as possible.
Persona di cuore, ma anche di pancia, di orecchie, di tatto digitale, di pelle, persino di testa: di tutti gli organi fare un corpo intero. Armonico. Più classica dei classici sia la tendenza, perché ancora essi abbondano. Trattare infinitesimi per così dire ragionevoli, nelle dimensioni più consone, una grana né troppo grossa né troppo fine. L’estremo tentativo di raffinatezza è decadente e l’aristocrazia è schifiltosa: la naturalezza è studio. Insomma non sarà tutto oro quello che luccica, ma il segreto è non buttare via le perline. Succede di sentir dire dentro di sé: coinvolgiti, si, si…e un’incombenza banale quotidiana, un’occupazione la meno appariscente si muta si svela compiuta.
Mi so affrontare, non mi trascuro, non mi evado per paura di me, alcune cose sono acquisite per sempre: so che ne ho cura sine cura. Mi entrano dentro plenty of things, tesori, ricchezze favolose, e lo sai che se sto seduta in quel modo e piove mi ci entra l’acqua, ho scoperto.
Per la testa così succede che sono appagata di sapere con ordine semplice quelle quattro cose semplici. C’è anche da scrutare un mondo nuovo dove ho tutto da imparare e non si finisce mai con la sete. La conoscenza ha un indirizzo, potete scrivere lì. Sono in pace, in grande pace nella sorpresa di scoprirmi. Un diverso modo di sentire il peso del corpo, nelle varie parti, dalla testa ai piedi. La scioltezza. Ora voglio essere io a darmi agli altri, ora che ho cominciato a fare esperimenti su di me, e vedo che non fa poi tanto male. Se anzi proprio tutta intera sono una dose assennata di princìpi attivi e gusti, proporzionati a misura d’uomo, della mia specie, secondo fabbisogni vitali. Vi piaccio? Sono squisita, provatemi, non senza cuocermi a puntino, se anche richiedesse laboriosa elaborata preparazione. Col tempo potreste diventare sapienti, che sanno quanto sale, ottimi chef.
Addio marlboro e rollingstones, la caduta degli dei? No, la differenza tra miti e illusioni. La specie di rassegnazione tutta riferita all’oggi, che non intacca voglie, evoluzioni, mutamenti di domani. Semplicemente non è angoscia. Unico modo per accorgermi del tempo e adocchiare appena oltre. Il senso dell’inevitabile rimane, però scritto per me oggi, da chissà chi oltre a me: nasce ora per dopo. Riti, magia, luna e dèi sono nostri.
Momentaneo bisogno d’indipendenza s’alterna con volersi lasciar dipendere, abbandonarsi, fidarsi. Cogliere il reciproco desiderio: siamo tutti molto carini quando chiediamo.
Che sia un fatto fisiologico che una persona ti manchi tanto fisicamente perché fisicamente non la vedi, da sentirsene spogliati come ti strappassero vestiti di dosso, insieme a brandelli di carne? Non sentire così violentemente, tenta di pulire: la sensazione come il linguaggio nonché il fraseggio, di tamburi.
Allora è questo, tu ti difendi, pensi di poter tenere dentro, nonostante tutto, immagine, impronta, ricordo, affetto… e nonostante tutto soffri; soffri in un modo, senza precisare, ma precisamente così, come è. Modo non nuovo ma ora lucidamente avvertito. Intero come il messaggio lasciato. Passato su di me, diciamo pure passato. Futurito, scaturito, al maschile, come un maschio si rotola con me nel letto, con tutto il peso.
Quel che vedo nella stanza, per materializzare, come lo vedessi per la prima volta; lo vedo e me lo sento intorno: finestra con palma, mattonelle del pavimento, scarpe, giochi di luce, su libri, il rosso e il giallo di rettangoli disposti nell’aria, le spalliere…mentre tempo fa vedevo più bianco, un bianco da fissare. Gli oggetti, ciò che credevo fosse la realtà, cui attaccare gli occhi nella loro folle corsa. Volevano vedere tutto e vedevano solo la fretta. Ora cercano occhi.
L’irrimediabile è già avvenuto. Se ne può venire altro, come presento, tutto deve ancora succedere. L’irrimediabile è il già avvenuto, irreversibile, immutabile. Eppure i cuori infranti vanno riparati, e i cocci sono suoi. L’orologiaio dice che si lasci perdere il passato. Ulteriore opposizione: vengano curate le ferite. E lasciamo fuoriuscire dolenti note. Ah!
Mortificazione, rabbia, autodeprecazione, compassione penosa alla tristezza che pur minima si procura, nel substrato del mal di testa che perdura e imperversa. Lampi notturni sul mare in tempesta. Solo rumore. Non c’è anima viva che voglia andare da nessuna parte, a queste condizioni. Rallentare tuoni e fulmini, diradare nubi, rasserenarsi ogni tanto.
Concentrazione: ho voglia di qualcosa di serio, pure a volte me ne dimentico; purtroppo? Sono ritmi lenti. Una serietà tutta nel presente, se scatta la molla, se la ottenessi: prolifici verbi inderogabilmente si giocano da un momento all’altro; e la possibilità di giocare richiede solo quel famoso calarsi nella presenza.
Non una particolare situazione: sarà comunque particolare.
Quotidianamente (buon giorno!). La presenza nel presente, non ci sono dubbi. Metodica generale: ozio a iosa. Raccogliere gli spunti che mi colpiscono, anche se non so come mai. Di solito sono connessi. Su un filo diretto fra l’esterno e il mio interno.
Riandare con la memoria a raccontarsi i passaggi salienti e discendenti, cronistorie per capodanno, retrospettive, l’importanza al passato. Formulare minuziosamente.
Nomi, parole, focose, vocali, cori. Lenti focali a fuoco lento fuochino. L’eterna circolazione. Percezione, associazione, descrizione, interpretazione. La spirale del respiro, pensiero che porta.
Bioritmo preferito. La donna è mobile. E immobile dove il tempo si è fermato. Se no crolla? In alternativa ascoltarsi, seguirsi, occuparsi della propria integrità: nota per me.
Emerge un colloquio che pervade. Un tot di sensibilità da incanalare. Un uso per accorgermi di essa è lasciarmi venire paura e poi servirmene meglio. Incontri. Puntualmente sogno il commiato il giorno che ci si rivede.
Ambivalente è la sensibilità–vulnerabilità, non ciò che tocca quelle corde.
Sono un elettrone che l’energia analitica o vogliamo dire psichica ha portato al ‘continuo’. Salvato dal vincolo atomico dei salti obbligati, condizione di una sorta di sottosviluppo precedente: costretta a occupare livelli ben determinati, spazi recintati.
Mi sono aperta così morbidamente, così senza notarlo, ma così concentrata e lucida. Non tanto con la parte razionale e cosciente, con tutta la mente. Vorrei far ridere, preparata l’apparecchiatura. La prestanza di essere pronta.
Non devo decidere niente. La vita mi porta. Sarebbe una bella pretesa volessi portare io lei.
Un appuntamento insperato, evitata l’agitazione, trova sull’onda di desiderio il suo corso, di splendida naturalezza.
Avidità fa sentire al peggio; accontentarsi, non pretendere, pensare al meglio fa bene; desiderare persino più intensamente possibile: si tratta di un parametro, può andare al massimo senza che significhi un aut aut del tipo tutto o niente, bianco e nero.
A patto di smantellare idee coprenti, sono insiti minuto per minuto, limiti riconoscibili, ad ogni bisogno. Aumentare il flusso in tutti i canali, senza timore sia inarginabile inondazione; confidare è già come immaginare il beneficio dell’acqua. Un tuffo. Un tuffo al cuore. E subito mano all’agenda.
Make the most of it
La penna di cui bisogna scrivere a matita, mi procurò una bella colata a picco di umore: demoralizzata causa perdita, mentre l’assunto sarebbe vita straordinaria.
Come a tutti gli effetti essa possa diventare tale, proprio non so dire. Non apparirà subito in modo lampante, ma tu comincia a recepirne un morso, una piccola parte, poi la vita si impregna di straordinario come s’inzuppa un biscotto.
Portavo dunque con me questa penna solo da pochi giorni, però non era un nuovo acquisto. Il dispiacere sta nella quasi certezza di non poterla ritrovare. Nemmeno una sua copia.
Non discuto, non prendo in considerazione il varo delle variazioni di trattamento pensionistico, di cui i media ci propinano goccia a goccia, non mi riguarda; lavoro, mai fatta un’ora di straordinario, eppure, in vita mia, son tutte ore di straordinario: che mi faccio straordinarie.
Sono tanto stordita e frastornata; esprimo il dubbio di qualche malessere che si riferisca alla mancanza di esperienze comuni. In fede mia, di quelle fuori dal Comune continuo a viverne, senza che mai diventino comuni. Sono certa: nulla di banale!
Nel contempo mi sono un po’ ripresa, scrivo, strana storia. Da anni entrata in mio possesso, in seguito ad acquisto, nel solito posto, la suddetta penna era corta, un minimo più corta delle altre speci in commercio. Bordò, sfaccettata, filettata in oro, pennino medio, inchiostro nero, vecchio desueto modello di buona marca. Ho imparato a scrivere con la stilografica, a scuola (non comunale) ai miei tempi. In seguito tuttavia non ne avevo più prese in mano. Senza dimenticare, avevo perso la leggerezza.
Così, risultato: affascinata e totalmente incapace. Troppa emozione! Così di scrivere come di curarla, fra boccettino e carta assorbente. Usciva fuori un tratto intrattabile, una calligrafia irriconoscibile, un’impossibilità di esternare il tremito nervoso che si era impossessato di me. Mi era divenuto caratteristico, intanto. La posavo, orizzontale sul tavolo, e…che dire? Come mi piange il cuore…l’abbandonavo sistematicamente. Come infine l’abbandonai io so dove, e nessuno più la vide.
Era capitato più e più volte che scrivessi qualche frase, volontà d’esercizio in abbondanza, ma: si scaricava subito. Pigrizia imperante: mi si scusi, di fronte a tante novità, a cert’eccessi cui far fronte, ebbene vengo presa da accessi di pigrizia.
Considerato poi che per qualsivoglia tecnica la mia manualità è nulla, volgarmente zero, seccante… così per femmine come per femministe; insomma non sono scema, pur se a molti a prima vista lo sembro, ma non so far nulla; so far nulla, anzi, oziare e scrivere.
Mio marito in un raro raptus di comprensione misto a compiangimento, come forse sospinto da qualche suo bisogno di farsi perdonare con lo svolgere per me gradita incombenza, a suo modo la pulì. Ma da lì da capo. Lei rimase sul mio scrittoio bianco; confesso di averla sollevata per togliere la polvere. Eppure un bel giorno, recentemente, preso coraggio a quattro mani, la presi quasi furtivamente, infilata in borsa, fui dallo specialista, il migliore della città; a buon conto e gratis costui la volle ospedalizzare riconciliandomela alla consegna; contente tutt’e due, unite nell’intento di non lasciarsi turbare dai primi risultati visibili sulla carta.
Fu allora il periodo in cui copiavo, inebriata dall’estasi di amnuense, Emily la preferita: “water is taught by thirst…” Così stonata, per la di lei personalità, una grossa e rozza calligrafia da manifesto.
Esausta, scrissi un metodo; proposi indefessa di eseguire mensilmente la consigliata terapia di mantenimento. Operazione come un mestruo, che consiste nel lasciare immersa la penna fin oltre il pennino in acqua fredda, la notte, fatidica, dopo averla ripetutamente caricata e scaricata di acqua; ripetere questa lavanda ancora dopo l’ammollo. Mi parve di capire fosse questione di stantuffo e capillarità.
Premio della tenacia, felice di aver compilato il biglietto di accompagnamento per un regalo, ogni cosa finalmente perfetta, ben riuscita. Ora ecco il capovolgimento. Valore del regalo equiparabile a quello della penna, per inciso. La privazione, sottrarre io a me stessa, a dimostrare la Perdita, quella esistenziale. Ecco cosa intervenne.
In qualche modo so che riguadagnerò il terreno. Ma rendo l’idea del mio stato d’animo? Non posso dire ancora di essere disperata. Tanta è l’ironia dell’insegna di straordinario, tanto il suo potere, fortunatissimo singolare elemento partecipe della vita. Preferisco ridere.
Concerto
Musica improvvisata: pubblico eros a suon di suoni. Sulla scena eventualmente si contempla il fatto, accade lì per lì: i musici piacciono piacendosi l’un l’altro.
Migliore delle ipotesi; realistica tuttavia, visto che hanno scelto come e con chi. Si percepiscono in onde, si toccano a emozioni. Eros in senso lato, che in senso stretto sarebbe la corrente tensione delle coesistenze.
Rete di alimentazione che ne è la fonte, l’attenzione: a sé, agli altri, alle relative interazioni. Non si oppongano resistenze! L’intensità: l’apertura in codeste operazioni di scambio, la presenza di spirito in questo darericevere. Il circuito si chiude, in ogni brano può accadere di tutto, un lato conosciuto/sconosciuto delle persone diventa sonoro.
Occasioni, come avvenimenti della vita…qualsiasi siano. Reperiti nella mente, passano per di là. Unica regola dell’improvvisare: la non preselezione – estetica, morale, razionale che sia. Argomenti, atmosfere, pretesti; si attinge dal ritmo personale, si filtra nell’immanente, nel desiderio, anche; nell’essere a questo punto.
Piccolo cuneo acuto, il momento, incastrato di volta in volta a segnare il tempo: fin qui il passato, da qui il futuro. Dove cade l’accento. L’attimo molto atteso della provvisorietà. Un fiore colto senza antitesi tra esserci e olezzare. Un profumo che marcirà, un ciclo, ma irripetibile. Un privilegio del piacere sul dovere.
Impressione che il suonatore sia tutt’uno con lo strumento. Un pezzo unico di un uomo tutto di un pezzo. Un’unica struttura mobile. Tecnica al servizio della conoscenza.
Musica non meno intima ma meno privata, verso tout le monde. Non ci sono spettatori di un miracolo bensì silenziosi interlocutori. Captano suoni che il silenzio genera.
Dialogo R (-azional-me) / E (-motive-me)
A proposito del vivere in scioltezza
E: Voglio lui. (…badly I want you, so bad…B.Dylan) Gli dico veramente quello che sto pensando, sento fortissimamente che funziona. Non mi voglio trattenere. Voglio che ‘non trattenermi’ diventi obiettivo primario nella mia vita. Sarei abbandonica. Così le chiamano. Quelle che sanno abbandonarsi a qualcuno. Che sembrano poco indipendenti ma forse poi lo sono più delle altre. Gatte?
R: Ma non gliene frega più niente. Non farti sentire mai più…almeno per mesi.
E: Non è vero. Ci vuole bene. Un bene dell’anima. Tutte le volte che lo sento, sento così. Non me lo puoi negare. Le parole che diciamo respingono, molto! Per avere conferme, certo, per paura. Tremiamo continuamente di paura. Ma è da deficienti! Come chi non ha avuto mamma. Ancora non l’hai capito? Sembra il teatrino delle ombre kabuki. A volte un po’ hai ragione. Occorre dar tempo agli altri come a noi stesse. A volte non funziona così. Fai, di pancia, quello che viene.
R: Scrivendo già sto bene. E’ saggio non rinunciare a niente. Lui se la deve vivere, se sente così. Lasciamo che se la viva, intanto se la vivrebbe comunque. Poi si vedrà, nel frattempo adoro il Santo Mistero. Di coloro che hanno tante energie. O noi le spendiamo altrove? E dove? Nell’esser noi stessi. Con tutti ’sti pezzettini? Da tenere insieme come un puzzle, che ancora nemmeno conosciamo tutto. Hm, è divertente. Essere proteiformi.
E: Sono come sono. E ne vado pure fiera. Non ho nulla da rimproverarmi, qualche miglioria da apportare…poca cosa. Salvo quando mi sento sottoterra.
R: A questo provvederemo: sono obiettivi ormai praticati su larga scala e meccanismi perfettamente noti.
E: Che manager! Uau!
R: Non c’è mai stato dialogo, proprio. Se no, lo capivi prima. Con chi hai a che fare.
E: Sapevo di avere una forza in campo. Che non ha rivali. Me ne avevano parlato.
R: Io non facevo il minimo conto su di te, se devo esser sincera. Che tu fossi sana, pur avendo vissuto in ambienti così corrotti! Chi l’avrebbe detto?
E: Le tempeste, persino le tempeste: di sabbia, di elettricità, di umori!
R: Finisco il verso: persino le tempeste lasciano nel substrato qualcosa di intatto.
Procediamo, allora. Tu che ne pensi di un obiettivo primario enorme per la nostra vita, al posto dei piccoli insignificanti per cui ci siamo arrabattate finora? Al posto del tentativo vano di risparmiare sui tempi morti per ragranellare dieci minuti di quiete, per esempio.
E: Ci cambia la vita. Ma non stare a farti bella con enunciazioni che sono solo buone regole dell’economia. La misura del tempo degli orologi è pura finzione. Il tempo non si misura in ore ma in stagioni della natura e dei viventi. E noi non siamo forse ‘ viventi’?
R: Per meglio dire, siamo viventi quando.. quando non corriamo come forsennati dietro alle lancette, quando seguiamo i nostri tempi interni. Allora la vita cambia, cambia, eccome se cambia. In questo senso vale la pena di andare contro le tradizioni. Anche se non lo capisce quasi nessuno, dapprima; dopo invece qualcosa resta, di quel che hai seminato qualcosa prende, allora lo vedono.
E: Aiutami a sognare, non farai come chi mi dice lascia perdere e non c’è nulla per cui valga la pena…
R: Questo te lo garantisco. Sono dentro di te, dalla tua parte. Solo in un’altra ottica. Garantisco a te che tu nella difficoltà del mare senza forme non rimanga travolta. Sognare…in quanto a questo è affar tuo.
E: Mi basterà sapere dove sono e cosa voglio? Chi sono lo so, per sempre. Un pioniere dei nuovi modi di vivere. Senz’arroganza. Sono una che non si accontenta. Una cercatrice di oro e di ossa. Una che persegue l’Utopia, il non-luogo. Che vive per la poesia e non per altro. Non per etica ma per poetica.
Ridotta malamente, peraltro, sono una povera senzatetto brancolante nel buio. Il tetto di una nuova cultura, a ricercare. Un tetto trasparente al cielo, sottilissimo, fragile e indispensabile, essenziale. Non di più.
R: E’ tanto di più di quel che abbiamo.
E: Ci puoi giurare! Se no che lavoro sarebbe?
R: E’ difficile, molto.
E: Mi sento nata per questo. Non una missione, di grazia. Ma ci hanno, fin da piccoli, attirato soltanto le imprese più ardue. Ci piace rischiare quanto possiamo, altrimenti non ci sentiamo utili. Destino.
R: Ora tocca a me dire che tu non ti faccia bella con un semplice rimaneggiamento di idee altrui, or ora masticate e non digerite!
E: Sì, sì, da Platone a Plotino, attraverso Plauto, per Plutone. Io lo ammetto. Però sempre è più difficile seguire un filo, anche rosso in una trama fitta fitta e compatta…e poi detto tra di noi, sempre meglio Ben rubato che Mal inventato, o no?
R: Va bene. Il tuo strumento è affinato. Accordato. Sai riconoscere immediatamente un tono da tutti gli altri.
E: Intonata sono! Beh, sì. Canto. Rintronata che sono. Canto per la musica stessa.
R: Mi par di vederti, come minimo…arretrata nel tempo come minimo di due secoli, in una ottocentesca mansarda bohemmienne, a scrivere, sul letto come sei ora.
E: E io sento la musica. Sui tetti diluvia. Lampi, tuoni e la luce del mezzogiorno. Che bellezza! Non è rovinato il mondo. Non lo è affatto quando guardi i suoi lati naturali.
R: Per questo bisogna vivere in campagna: come dicevano, a contatto con la Natura.
E: Chi lo diceva? I filosofi o gli scout?
R: Tutt’e due. Sciocca!
E: Un attimo di silenzio e di raccoglimento, allora. Prego signori! Non faccio altro che citazioni di ciò che già è stato detto, e meglio. Non voglio far sfoggio. Il mio compito, modesto, è quello di ri-dire, di tradurre nella lingua del mio tempo quegli echi che mi giungono da tempi lontani. Dagli albori alla decadenza.
R: Non te ne voglio, ma ti ricordo che continui a citare, anche te stessa.
E: Dentro di me ci può essere solo quel che è appunto dentro di me.
R: Ti irrito?
E: Non sono poi tanto permalosa. Se mai suscettibile, molto nervosa, sempre vigile. Ma potete anche dirmi che sono una puttana, intanto non ci credo. Vola alto. Non mi offendo.
R: Torniamo all’origine del discorso! Trovo appassionanti questi cicli esplorativi. Ogni volta il diametro è diverso, ma alcuni punti sono comuni. Io torno spesso sulle visioni matematiche. Vicino alla fisica, l’astronomia e le scienze esatte. Tu, ai confini con me, sei nel lato filosofico e occupi le arti umanistiche. Hai notato?
E: Bene così. Bene, bene. Continua pure!
R: Non è mica ironico quel che dici. Io sono in perpetua attesa. Del tuo permesso, del tuo lasciapassare, del tuo beneplacito. Del tuo incitamento, infine. Dipendo da te.
E: E io dalle tue lusinghe!
R: Diamoci un po’ al buontempo, ora.
E: Volentieri, mia vecchia buontempona, buongustaia…
R: E buona forchetta.
E: Diamine, passeremmo ore piacevoli, insieme, se solo anche tu ti lasciassi un po’ andare. Sei sempre trattenuta. Sei una tassa! Mollare: sai cosa significa?
R: Se perdiamo il controllo, rallenteremo, dilateremo i tempi indefinitamente; non sarà necessariamente molto visibile dall’esterno, ma sarà un grosso investimento. Se decidiamo che questo è l’obiettivo, saremo vincenti. Non c’è nulla da acquisire, si tratta di buttare zavorra.
A-limentati B-evi C-aga D-ormi E-sprimiti F-agocita G-odi H-a Cosa pensi volesse Rabelais con Gargantua e Pantagruele e una coppia in viaggio, come noi, di piacere? I-struttivo J-ollifica, tira fuori il jolly dalla… K-azzo L-ambiscila M-angiala N-utriti, vedi l’alfabeto tematico O-bnubilati P-ascola Q-uaglia R-istorati S-dilinquisciti T-romba U-lula V-agina di Zebedeo! L’alfabeto non dice Astieniti, Belinone, Corri, Domina, Elevati, Friggi…Il bello delle parole è che fai dir loro quello che vuoi. Tu sai. Tu sai cosa vuoi. Mangiare, bere, necessità fisiologiche diverse, fantasiose, laiche e protestanti. Un grande, un grande…Francois! Medico e monaco..
E: Non m’aspettavo questo da te, tutto ’sto ben di Dio. Sei secca, di solito, come un’inglese. E io bagnata come un babà. Me ne succhierei diciotto, sempre della stessa pasta: non ho bisogno di varietà. Anche la quantità dà gusto. O sostieni ancora che assaggiare equivalga a mangiare? Ammetto che è buona regola rimanere in forma. Ma debordare non è poi così delirante, almeno in senso metafisico. Tira dei bordi sul tuo cap, come dicono i francesi, la tua meta, cazza e lasca. Sur ton cap, suona bene, è musica! Nella lingua in cui impari, la buona lingua madre: materna, che ti lecca dappertutto. Hm!
R: Te piace o presepe?
E: Sì, Filippo, tanto! E’ così distruttivo farne a meno. Perché questi bigotti infliggono tanto? Infestano e infastidiscono. Mi piace la cosa che piace a tutti. In natura e pagarla in natura. L’amore con l’amore si paga…
R: Attenzione un attimo! Se non sbaglio, ironia della sorte – non mia, quindi – beh, fino a poco fa non eri un’elitaria solitaria sulla via degli alessandrini? Ora invece ti piace la cosa che piace a tutti. Non voglio rompere i coglioni, ma tu essere diabolico sei.
E: Esatto, e sai che sono per l’ambiguità.
R: Io per la logica, esatta.
E: Vaffanculo vuoi la nostra scissione. Fu di qui che ci siamo divise, merda!
R: Te piace, te piace.
E: Vox populi, vox dei. Se tutti, tanti, una gran folla, i popoli stanno a dirti…che non si fa, tu che fai?
R: Non s’ha ddaffà. Ha da passà a nuttata. Calmati. Ho capito che a volte è così, a volte cosà. Proverbio per proverbio: La vita è bella perché è varia. Son forse un personaggio dalla fissità della Commedia dell’Arte? o non t’aiuto invece sul dafarsi, pratico, traffichino, trasportante: non importante, il dafarsi che tocca qui, metti mano là, ti prende e ti trasporta?
E: Sono sempre per aria.
R: Come il tappeto magico. Dove credi che sia io? Con teeee! Come te lo devo dire, in arabo? Mille e una notte!
E: Ha da passà a nuttata…
R: Tu canta. Canta che ti passa. Conta che t’addormenti.
E: Sai che non mi riesce di smettere? E’ un vortice, un maelstrom. Liquido. Acqua e aria a cicli.
R: E’ finita la passione: non la volevamo più. Fuoco e terra che brucia, vulcani. Solido.
E: Sai che hai ragione? Hai ragioni da vendere, razionale mia! Caspita, sto dissipando tutto quell’accumulo. Sto dilagando. Sto liquida!
R: Mi prendi per il culo!
E: No, mica. Non posso stare senza di te. An vedi come balla Nando…Tu non ti sei stufata?
R: Non dubito. Ne sono anzi quasi certa. Dico quasi perché in realtà “Dubito ergo sum” è il mio motto…come ti ricorderai. Come ti ricorderò…ti ricorderò spesso. Ti ricorderò intelligente, cara ragazza.
E: Io voglio affetto, pur’affetto. Coccole, e andrò in brodo di giuggiole. Dolce.
R: Ehi, tu hai bisogno di un uomo, te lo dico io. Altro che… traspare tutto, adesso. Portatelo a letto, tientelo stretto.
E: Mollami.
R: Così abbiamo concluso. Di mollare.
Cala il sipario.
ancora riguardo ai corpi (modi di dire)
gennaio 25, 2010
| MODI DI DIRE CHE RIGUARDANO IL CORPO | |||||||||||||||||||||||||||||||
| l’occhio ci cade sopra | |||||||||||||||||||||||||||||||
| A occhi chiusi | |||||||||||||||||||||||||||||||
| A occhio e croce | |||||||||||||||||||||||||||||||
| A vista d’occhio | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Adocchiare fiutare la preda | |||||||||||||||||||||||||||||||
| chiudere un occhio | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Guardarsi in cagnesco | |||||||||||||||||||||||||||||||
| la lacrima all’occhio | |||||||||||||||||||||||||||||||
| L’occhio in fico | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Mi esce dagli occhi | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Occhio per occhio | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Vederci doppio | |||||||||||||||||||||||||||||||
| uscire dagli occhi | |||||||||||||||||||||||||||||||
| saltare agli occhi (notare l’appariscenza / aggredire) | |||||||||||||||||||||||||||||||
| mangiare con gli occhi | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Andare a naso | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Moccioso | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Mosca al naso | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Naso all’insù | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Puzza al naso | |||||||||||||||||||||||||||||||
| sentir puzza di bruciato | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Battere i denti | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Boccalone | |||||||||||||||||||||||||||||||
| chi ha pane non ha denti | |||||||||||||||||||||||||||||||
| La bava alla bocca | |||||||||||||||||||||||||||||||
| L’acquolina in bocca | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Lingua biforcuta | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Lingua lunga | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Linguacciuto | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Mascella volitiva | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Mordo il freno | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Mordo la lingua | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Morsi dalla tarantola | |||||||||||||||||||||||||||||||
| non aver peli sulla lingua | |||||||||||||||||||||||||||||||
| pane per i tuoi denti | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Porgere l’altra guancia | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Ridere a squarciagola | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Sbavarsi addosso | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Sboccato | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Sputare addosso | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Stringere i denti | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Tengo a freno la lingua | |||||||||||||||||||||||||||||||
| mandar giù | |||||||||||||||||||||||||||||||
| tener a freno la lingua | |||||||||||||||||||||||||||||||
| togliersi il pane di bocca | |||||||||||||||||||||||||||||||
| a bocca aperta | |||||||||||||||||||||||||||||||
| fare il muso (lungo) | |||||||||||||||||||||||||||||||
| acqua alla gola | |||||||||||||||||||||||||||||||
| acqua in bocca | |||||||||||||||||||||||||||||||
| levarsi la pelle dai denti (far l’impossibile) | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Fasciarsi la testa | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Mettere una pulce nell’orecchio | |||||||||||||||||||||||||||||||
| orecchi da mercante | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Orecchione | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Un diavolo per capello | |||||||||||||||||||||||||||||||
| tirato per i capelli | |||||||||||||||||||||||||||||||
| uscire dalle orecchie | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Alitare sul collo | |||||||||||||||||||||||||||||||
| avere nausea | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Bilioso | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Collo taurino | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Braccino corto | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Colpo di mano | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Dita incrociate | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Incrociare le braccia | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Mani bucate | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Mani di fata | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Mani in mano | |||||||||||||||||||||||||||||||
| mani legate | |||||||||||||||||||||||||||||||
| mano libera | |||||||||||||||||||||||||||||||
| mano di velluto | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Mano lesta | |||||||||||||||||||||||||||||||
| metter mano a | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Olio di gomito | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Pollice verde | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Polliceverso | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Polso di ferro | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Scottarsi le dita | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Tiro mancino | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Tocco il cielo con un dito | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Uomo di polso | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Volpe sotto l’ascella | |||||||||||||||||||||||||||||||
| sull’unghia | |||||||||||||||||||||||||||||||
| gomiti che ridono (maglie bucate) | |||||||||||||||||||||||||||||||
| A crepapancia | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Mal di pancia | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Mi riempie di bile | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Pancia mia fatti capanna | |||||||||||||||||||||||||||||||
| pelo sullo stomaco | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Petto infiammato | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Piegare la schiena | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Porgere il fianco | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Schiena dritta | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Sudare freddo | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Uomo di panza, uomo di sostanza | |||||||||||||||||||||||||||||||
| la pancia in terra | |||||||||||||||||||||||||||||||
| avere le spalle larghe | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Sentirsi stringere il petto, il cuore | |||||||||||||||||||||||||||||||
| darle la parte dritta (dx) | |||||||||||||||||||||||||||||||
| A cuore aperto | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Cuore in petto | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Cuore infranto | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Mi piange il cuore | |||||||||||||||||||||||||||||||
| mi rimescola il sangue | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Sangue marcio | |||||||||||||||||||||||||||||||
| uscire dal cuore | |||||||||||||||||||||||||||||||
| vegnì in cò | |||||||||||||||||||||||||||||||
| morire di crepacuore | |||||||||||||||||||||||||||||||
| avere cuore, mal di cuore, batticuore | |||||||||||||||||||||||||||||||
| avere il cuore grosso, gonfio | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Col cuore in gola | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Col cuore in mano | |||||||||||||||||||||||||||||||
| A calci in culo | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Cagarsi sotto | |||||||||||||||||||||||||||||||
| castrato | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Cazzone | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Ciù nuiuso che a merda in to letto | |||||||||||||||||||||||||||||||
| contapalle | |||||||||||||||||||||||||||||||
| cù in te ròse | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Dui cù in te un pa de braghe | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Fa ciu gii che a merda in ti tubbi | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Giocarcisi le palle | |||||||||||||||||||||||||||||||
| incollare il sedere | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Pararsi il culo | |||||||||||||||||||||||||||||||
| rompipalle | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Stringere il culo | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Mangiamerda | |||||||||||||||||||||||||||||||
| A gambe levate | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Ali ai piedi | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Ballo di S. Vito | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Correre la cavallina | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Darsela a gambe | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Darsi la zappa sui piedi | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Far salti di gioia | |||||||||||||||||||||||||||||||
| farci il callo | |||||||||||||||||||||||||||||||
| In punta di piedi | |||||||||||||||||||||||||||||||
| La coda tra le gambe | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Latte alle ginocchia | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Mettere in fuga | |||||||||||||||||||||||||||||||
| passo felpato | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Piedipiatti | |||||||||||||||||||||||||||||||
| piedi di piombo | |||||||||||||||||||||||||||||||
| prende piede (l’ipotesi) | |||||||||||||||||||||||||||||||
| avere i piedi per terra | |||||||||||||||||||||||||||||||
| spilli sotto i piedi (agitazione) | |||||||||||||||||||||||||||||||
| A crepapelle | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Mi tarpa le ali | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Nato con la camicia | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Pellaccia | |||||||||||||||||||||||||||||||
| pelle vellutata | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Star sulle spine | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Strisciare per terra | |||||||||||||||||||||||||||||||
| in carne e ossa | |||||||||||||||||||||||||||||||
| pelle e ossa | |||||||||||||||||||||||||||||||
| avere la pelle dua | |||||||||||||||||||||||||||||||
| A testa alta, bassa, in su | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Capelli dritti | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Colpo di testa | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Dannarsi l’anima | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Farsi le ossa | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Mettersi l’anima in pace | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Mi va alla testa | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Scaccio i pensieri | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Stringo i tempi | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Testa nel pallone | |||||||||||||||||||||||||||||||
| testa nelle nuvole | |||||||||||||||||||||||||||||||
| la funzione crea l’organo | |||||||||||||||||||||||||||||||
| montar la testa | |||||||||||||||||||||||||||||||
| averne l’anima piena, le palle | |||||||||||||||||||||||||||||||
| tapparsi gli occhi, il naso, la bocca, le orecchie | |||||||||||||||||||||||||||||||
| Aver occhio naso orecchio culo | |||||||||||||||||||||||||||||||
Faccia tosta, di merda, di bronzo, di culo
|
Riguardo ai corpi
gennaio 25, 2010
| PROVERBI CHE RIGUARDANO IL CORPO |
| 1. A caval donato non si guarda in bocca |
| 2. Al cuore non si comanda |
| 3. Avei a fassa comme o cu u l’è un passaporto |
| avere la faccia come il culo è un passaporto |
| 4. Chi non ha testa ha gambe |
| 5. Chi no po fa de fotografie, ch’u no se scordi i òggi e u l’amie |
| chi non può far fotografie, non si dimentichi degli occhi e guardi |
| 6. Contadino scarpe grosse cervello fino |
| 7. Dui cu fan ciù de un cu |
| Due culi fanno più di un culo |
| 8. Feua o dente feua o do |
| Fuori il dente fuori il dolore |
| 9. Gia che te rigia chi ghe l’ha in to cu u l’è sempre u Dria |
| Gira che ti rigira chi ce l’ha in culo è sempre il Dria |
| 10. Giochi di mano giochi di villano |
| 11. Il lupo perde il pelo ma non il vizio |
| 12. Il sole scalda i belli |
| 13. In po pe un in brassu aa moae |
| Un po’ per uno in braccio alla mamma |
| 14. La lingua batte dove il dente duole |
| 15. L’amo l’è orbo ma o vedde lontan |
| L’amore è orbo ma vede lontano |
| 16. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore |
| 17. Megiu un do de stacca che un de coeu |
| Meglio un dolore di tasca (denaro) che uno di cuore |
| 18. Mens sana in corpore sano |
| 19. Occhio del padrone ingrassa il cavallo |
| 20. Occhio non vede, cuore non duole |
| 21. Occhio per occhio, dente per dente |
| 22. Orecchie sorde stancano la campana più vivace |
| 23. Osse co osse fan scintille |
| Ossa conossa fan scintille |
| 24. Sezze (16 culo, nella cabala) chi l’ha bruttu s’u nettezze |
| Sedici chi l’ha sporco se lo pulisca |
| 25. Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino |
| 26. Tìa ciù un pei de mussa che un carro de buoi |
| Tira più un pelo di mussa che un carro di buoi |
| 27. Tutti i nodi vengono al pettine |
| 28. Una mano lava l’altra |
| 29. Chi s’impetta o s’incorussa, ciapellette o no ne sussa |
| Chi s’impunta o se la prende caramelle non ne succhia |
| 30. Piscia ciaeo e stanni allegro e buzurrite de o mego |
| Piscia chiaro e stai allegro e fatti gioco del medico |
| 31. E corna en comme i denti finti: primma te fan ma poi t’aggiutan a mangia |
| Le corna son come i denti finti: prima ti fanno male poi ti aiutano a mangiare. |
| PROVERBI CHE RIGUARDANO AZIONI FISICHE |
| 1. A l’ase stanco tutti i figgeu ghe satan addosso |
| All’asino stanco tutti i bambini gli cascano addosso |
| 2. Can che abbaia non morde |
| 3. Chi dorme non piglia pesci |
| 4. Chi è causa del suo mal pianga se stesso |
| 5. Chi no cianze no tetta |
| Chi non piange non tetta |
| 6. Chi si somiglia si piglia e si accapiglia |
| 7. Chi troppo vuole nulla stringe |
| 8. Chi va con lo zoppo impara a zoppicare |
| 9. Chi va piano va sano e va lontano |
| 10. Chiagni e fotti |
| Piangi e fotti |
| 11. Comandare è megli’ e fottere |
| 12. De guersa se vive de beccia se meue |
| Di vagina si vive di usarla si muore |
| 13. La madre dello scemo è sempre incinta |
| 14. L’appetito vien mangiando |
| 15. L’orso che ti prende è quello che non vedi (inuit) |
| 16. Mangiou mi mangiou tutti |
| Mangiato io mangiato tutti |
| 17. Mors tua vita mea |
| 18. Navigare necesse est, vivere non necesse |
| 19. Partire è un po’ morire |
| 20. Quando il leon alsa la coa tutte le bestie sbassan la soa (ve) |
| Quando il leone alza la coda tutte le bestie abbassan la loro |
| 21. Ride bene chi ride ultimo |
| 22. Sciuscia e sciurbi no se po |
| Soffiare e sorbire non si può |
| 23. Se no andae comme tia o vento no saiae mai ciù contento |
| Se non vai come tira il vento non sarai mai più contento |
| 24. Semel in anno licet insanire |
| 25. Si jeunesse savait, si veillesse pouvait |
| Se giovinezza sapesse, se vecchiaia potesse |
| 26. Ti fae prima a satalo che a giaghe intorno |
| Fai prima a saltarlo che girargli attorno |
| 27. Una cosa è parlar di morte, altra morire |
| 28. Vivere bisogna come si dovesse morire domani, studiare come non si dovesse mai |
| 29. Vivi e lascia vivere |
| 30. if you stand still long enough, you will see your house come round again (ungheria) |
| se stai fermo abbastanza a lungo vedrai casa tua tornare da te |
Riguardo alle cose
dicembre 15, 2009
L’arte di dettagliare
o dello stile con cui operare il taglio di un’opera
Immaginiamo di ritagliare prima tutto intorno in giro ai fatti di cui si scriva o si parli o che si vivano. In tal modo da lasciar vedere più immediata l’evidenza. Non una regola, non una forma semplice: se sarà necessario si può scegliere una fronda, come sarebbe un antefatto, piuttosto che un cerchietto: se al nostro centro porti concisione.
Sembra, alla luce delle letture, che nel Medioevo i sentimenti fossero ben chiari ai più, senza sbavature, senza doverli indagare più di tanto, come riferimenti; pensiamo anche alla innovativa pittura di Giotto. E ci si potesse appellare ad essi in modo abbastanza univoco. Alludere alla maternità voleva dire richiamare una gioia e qualche dolore, parte di comuni esperienze; si toccava quel certo tasto.
Oggi un sentimento anche legato a semplice vissuto, a fatti di base, appare più indefinito nella lacerazione del comune sentire; esiste, ma navighiamo nell’imprecisione; forse sperimentiamo una tensione verso una maggior definizione, lo sapremo solo in seguito. Comunque sia, la coesione o il semplice accordo generale sul modo di recepire un accenno, non è scontato.
Individuata la cosa da dire, si tratta di scendere nel dettaglio per pulire la sensazione sollevata: anche se essa per sua natura rimarrà un misto anche di contraddizioni, la cosa dettagliata può far leva con più vigore su una purezza di sentimento, sulla sua immagine inequivocabile che ci portiamo dentro. Un’emozione di bellezza che corrisponde a un bisogno. La ricerca dell’essenza.
Un minimo dettaglio è già una cosa. Già ogni cosa ci rimanda a molte altre. Per vedere questa rete occorre che siano a fuoco i suoi nodi. Un nodo ben evidenziato, circostanziato nei dettagli, lascia che la rete si intraveda da sé, ad opera del lettore, di chi ascolta, o di chi guarda il mondo con curiosità.
Per questo è di fondamentale importanza sgranare i pensieri. Definire una scelta di nodi, di cose su cui concentrare i discorsi. Intorno a questi punti poi possiamo supporre che il resto si svolga quasi da sé, almeno senza particolare necessità della nostra presenza.
Il lavoro consiste nello sfoltimento artigianale, in sostanza. Ed è tutto quel che ci è dato di fare, peraltro. In conseguenza di un’ispirazione, quando ci visiti lo spirito, che ci dispone ad osservare. Chi compie qualcosa è lo spirito, al cui sevizio noi possiamo sintonizzarci.
Una distanza, sapersi tenere un passo indietro, non farà che lasciare più spazio alla cosa. Se abbiamo saputo scendere nei dettagli, non dobbiamo inventare nulla, possiamo esimerci dal costruire di più. Solo recepire, e seguire l’impulso a condividere.
I dettagli portano a un elogio del quotidiano. Più che sufficiente, basterà attingere un frammento per sentirsi parte di un flusso della grande memoria.
Raggiungere un ‘unità con il tutto è proprio il fine, non solo della letteratura, ma di ogni vita: risvegliare il nostro senso poetico. Allora dettagliare diventa un metodo, non solo per un modo di scrivere, ma per un modo di progredire, un fatto di coscienza.
Benessere nordico
dicembre 14, 2009
Francisco de Quevedo
novembre 27, 2009
Desde la Torre
Retirado en la paz de estos desiertos,
Con pocos, pero doctos libros juntos,
vivo en conversaciòn con los difuntos
y escucho con mis ojos a los muertos.
Si no siempre entendidos, siempre abiertos,
o enmiendan, o fecundan mis asuntos;
y en mùsicos callados contrapuntos
al sueno de la vida hablan despiertos.
Las grandes almas que la muerte ausenta,
de injurias de los anos, vengadora,
libra, oh gran Josef, docta la emprenta.
En fuga irrevocable huye la hora;
pero aquella el mejor calculo cuenta
que en la lecciòn y estudios nos mejora.
Dalla Torre
Ritirato nella pace di questi deserti,
con pochi, però dotti, libri per compagni,
vivo in conversazione con i defunti,
e ascolto coi miei occhi i morti.
Se non sempre intesi, sempre aperti,
o correggono o fecondano i miei assunti;
e in musicali silenti contrappunti
al sogno della vita parlano svegli.
Le grandi anime che la morte rende assenti,
dalle ingiurie degli anni, vendicatrice,
libera, o gran don Josef, dotta la stampa.
In fuga irrevocabile fugge l’ora;
però quella il miglior calcolo conta
che nella lezione e negli studi ci migliora.
A Roma sepultada in sus ruinas
Buscas en Roma a Roma, oh peregrino,
y en Roma misma a Roma no la hallas:
cadaver son las que ostentò murallas,
y tumba de sì proprio el Aventino.
Yace donde reinaba el Palatino;
y limadas del tiemplo las medallas,
màs se muestran destrozo a las batallas
de las etades que blàson latino.
Sòlo el Tiebre quedò, cuya corriente,
si ciudad la regò, ya sepoltura
la llora con funesto son dolente.
Oh Roma, en tu grandezza, en tu hermosura,
huyò lo que era firme, y solamente
lo fuggitivo permanece y dura.
A Roma sepolta nelle sue rovine
Cerchi Roma a Roma, o pellegrino,
e in Roma stessa Roma non la trovi:
cadaveri sono quelle che ostentò mura,
e tomba di sè stesso l’Aventino.
Giace dove regnava il Palatino;
e limate dal tempo le medaglie,
più si mostrano distruzione di battaglie
delle età che blasone latino.
Solo il Tevere restò, la cui corrente,
se l’irrigò città, ora sepolcro
la piange con funesto suon dolente.
O Roma, nella tua grandezza, nella tua bellezza,
fuggì ciò che era fermo, e solamente
ciò che è fuggitivo permane e dura.
Goza el campo de primavera templada
y no el corazòn enamorado
Ya titulò el verano ronca sena;
vuela la grulla en letra, y con alas
escribe el viento, y en parlerai galas
Progne cantora su dolor desdena.
Semblante azul y alegre el cielo ensena,
limpìo de nubes y impresionas malas ;
y si a estruendo marcial despierta Palas,
Flora convida al sueno en blanda grena.
La sed aumenta el sol creciendo el dìa;
de la càrcel del yelo desatado,
templa el arroyo el ruido en armonia.
Yo solo, oh Lisi, a pena destinado,
y en encendido inverno l’alma mia,
ardo en la nieve y yèlome abrasalo.
Gode il campo della primavera temperata
e non il cuore innamorato
Già annunciò la primavera un rauco segno;
vola la gru come una lettera e con le ali
scrive nel vento, e in ciarliere gale
Progne canora il suo dolore disdegna.
Sembiante azzurro e allegro il cielo mostra,
limpido da nubi e impressioni cattive;
e se a insegnamento marziale sveglia Pallade,
Flora invita al sonno, in modo blando acconciata.
La sete aumenta il sole al crescere del giorno;
dal carcere del gelo liberato,
tempera il ruscello il rumore in armonia.
Io solo, o Lisi, alla pena destinato,
e in incendiato inverno l’anima mia,
ardo nella neve e mi gelo bruciato.
Il sonetto ‘Molto obbligata’ diventa video
novembre 16, 2009
mi hanno fatto un regalo, tutto qua:
Voce: Fausto Gazzoli
Foto: C. Adezati
Sonetto: C.Adezati
Produzione: F.Gazzoli
Sorisottolpino
F. Ponge
ottobre 28, 2009
Francis Ponge, Le parti pris des choses, 1942
Pluie
La pluie, dans la cour où je la regarde tomber, descend à des allures très diverses. Au centre c’est un fin rideau (ou rèseau) discontinu, une chute implacable mais relativement lente de gouttes probablement assez lègères, une prècipitation sempiternelle sans vigueur, une fraction intense du mètèore pur. A peu de distance des murs de droite et de gauche tombent avec plus de bruit des gouttes plus lourdes, individuèes. Ici elles semblent de la grosseur d’un grain de blè, là d’un pois, ailleurs presque d’une bille. Sur des tringles, sur les accudoirs de la fenetre la pluie court horizontalement tandis que sur la face infèrieure des memes obstacles elle se suspend en berlingots convexes. Selon la surface entière d’un petit toit de zinc que la regard surplombe elle ruisselle en nappe très mince, moirèe à cause de courrants très variès par les imperceptibles ondulations et bosses de la couverture. De la gouttière attenante où elle coule avec la contention d’un ruisseau creux sans grande pente, elle choit tout à coup en un filet parfaitement vertical, assez grossièrement tressè, jusqu’au sol où elle se brise et rejaillit en aiguillettes brillantes.
Chacun deses formes a une allure particulière ; il y rèpond un bruit particulier. Le tout vit avec intensitè comme un mècanisme compliquè, aussi prècis que hazardeux, comme une horlogerie dont le ressort est la pesanteur d’une masse donnèe de vapeur en prècipitation.
La sonnerie au sol des filets verticaux, le glou-glou des gouttières, les minuscules coups de gong se multiplient et rèsonnent à la fois en un concert sans monotonie, non sans dèlicatesse.
Lorsque le ressort s’est dètendu, certains rouages quelque temps continuent à fonctionner, de plus en plusralentis, puis toute la machinerie s’arrete. Alors si le soleil reparait tout s’efface bientôt, le brillant appareil s’èvapore : il a plu.
Pioggia
La pioggia, nel cortile dove la guardo cadere, scende con andature assai diverse. Al centro è una tenda sottile ( o reticolato) discontinuo, una caduta implacabile ma relativamente lenta di gocce probabilmente assai leggere, una precipitazione sempiterna senza vigore, una frazione intensa di meteora pura. A poca distanza dai muri di destra e di sinistra cadono con più rumore gocce più pesanti, individuate. Qui sembrano della grandezza di un chicco di grano, là di un pisello, altrove quasi di una biglia. Sui listelli di ferro, sui davanzali delle finestre, la pioggia corre orizzontalmente, mentre sulla faccia inferiore degli stessi ostacoli si sospende in rombi convessi. Lungo l’intera superficie di un piccolo tetto di zinco che lo sguardo vede giù a piombo, essa cola in strato molto sottile, marezzato dalle correnti variate secondo le impercettibili ondulazioni e bozzoli della copertura. Dall’attigua grondaia da cui scorre con la contenzione di un ruscello infossato senza grande pendenza, cade di colpo in un filo perfettamente verticale, grossolanamente intrecciato, al suolo dove si rompe e rimbalza in aghetti brillanti.
Ogni sua forma ha un’andatura particolare; le corrisponde un rumore particolare. Il tutto vive con intensità come un meccanismo complicato, tanto preciso quanto arrischiato, come un’orologeria la cui molla è il peso di una massa data di vapore in precipitazione.
La suoneria a terra dei fili verticali, il gluglu delle grondaie, i minuscoli colpi di gong si moltiplicano e risuonano insieme in un concerto senza monotonia, non senza delicatezza.
Quando la molla si è distesa, certi ingranaggi continuano a funzionare per un po’, via via più lenti, poi tutto il meccanismo si ferma. Allora se il sole riappare tutto si cancella subito, il brillante apparecchio evapora: è piovuto.
Les mures
Aux buissons typographiques constituès par le poème sur une route qui ne mène hors des choses ni à l’esprit, certains fruits sont formèe d’une agglomeration de sphères qu’une goutte d’encre remplit.
Noirs, roses et kakis ensemble sur la grappe, ils se offrent plutot le spectacle d’une famille rogue à ses ages divers, qu’une tentation très vive à la cueillette.
Vue la disproportion des pèpin à la pulpe les oiseaux les apprècient peu, si peu de chose au fond leur reste quand du bec à l’anus ils en sont traversès.
Mais le poète au cours de sa promenade professionnelle, en prend de la graine à raison : « Ainsi donc, se dit-il, rèussissent en grand nombre les efforts patients d’une fleur très fragile quoique par un rèbarbativ enchevètrement de ronces dèfendue. Sans beaucoup d’autres qualitès, – mùres, parfaitement elles sont mùres – comme aussi ce poème est fait. »
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Le more
Sui cespugli tipografici costituiti dal poema, su una strada che non porta fuori dalle cose nè verso lo spirito, certi frutti sono formati da una agglomerazione di sfere che una goccia di inchiostro riempie. Neri, rosa e kaki insieme sul grappolo, offrono più lo spettacolo di una famiglia burbera nelle sue diverse età, che una tentazione molto viva a raccoglierle. Vista la di sproporzione tra semi e polpa, gli uccelli le apprezzano poco, così poca cosa in fondo resta loro quando dal becco all’ano ne sono attraversati.
Ma il poeta nel corso della sua passeggiata professionale, ne prende a modello (la grana) a ragione: “Così dunque, lui si dice, riescono in gran numero gli sforzi pazienti di un fiore tanto fragile benché difeso da un arcigno intricarsi di rovi. Senza molte altre qualità, more, perfettamente son more/mature – come anche questo poema è fatto.”
La fin de l’automne
Tout l’automne à la fin n’est plus qu’ une tisane froide. Les feuilles mortes de toutes essences macèrent dans la pluie. Pas de fermentation, de crèation d’alcool : il faut attendre jusqu’au printemps l’effet d’une application de compresses sur une jambe de bois. Le depuillement se fait en dèsordre. Toutes les portes de la salle de scrutin s’ouvrent et se ferment, claquant violemment. Au panier, au panier ! La Nature dèchire ses manuscrits, dèmolit sa bibliotheque, gaule rageusement ses derniers fruits. Puis elle se lève brusquement de sa table de travail. Sa stature aussitôt paraît immense. Dècoiffèe, elle a la tete dans la brume. Les bras ballants, elle aspire avecdèlices le vent glacè qui lui rafraichit, les idèes. Les jours sont courts, la nuit tombe vite, le comique perd ses droits. La terre dans les airs parmi les autres astres reprend son air sèrieux. Sa partie èclairèe est plus ètroite, infiltrèe de vallèe d’ombre. Ses chaussures, comme celles d’un vagabond, s’imprègnent d’eau et fontde la musique. Dans cette grenouillerie, cette amphibiguitè salubre, tout reprend forces, saute de pierre en pierre et change de prè. Les ruisseaux se muliplient. Voilà ce qui s’appelle un beau nettoyage, et qui ne respecte pas les conventions ! Habillè comme nu, trempè jusq’aux os. Et puis cela dure, ne seche pas tout de suite. Trois mois de rèflexion salutaire dans cet ètat, sans rèaction vasculaire, sans peignoir ni gant de crin. Mais sa forte constitution y rèsiste. Aussi. Lorsque les petits bourgeons recommencent à pointer, savent-ils ce qu’ils font et de quoi il retourne, – et s’ils se montrent avec prècaution, gourds et rougeauds, c’est en connaissance de cause. Mais là commence une autre histoire, qui dèpend peut-etre mais n’a pas l’odeur de la règle noire qui va me servir à tirer mon trait sous celle-ci.
La fine dell’autunno
Tutto l’autunno alla fine non è che una tisana fredda. Le foglie morte di ogni essenza macerano nella pioggia. Nessuna fermentazione, nessuna creazione di alcol: bisogna aspettare la primavera per l’effetto di un ‘applicazione di compresse su una gamba di legno. Lo spoglio si fa nel disordine. Tutte le porte della sala dello scrutinio si aprono e si chiudono sbattendo violentemente. Cestina, cestina! La Natura strappa i suoimanoscritti, demolisce la sua biblioteca, abbatte rabbiosamente i suioi ultimi frutti. Poi si alza bruscamente dallo scrittoio. La sua statura subito sembra immensa. Spettinata, ha la testa nella bruma. Le braccia spenzolanti, aspira con delizia il vento ghiacciato che la rinfresca, le idee. I giorni sonobrevi, la notte cade in fretta, il comico perde i suoi diritti. La terra nell’aria fra gli altri astri riprende la sua aria seria. La parte illuminata è più stretta, infiltrata di valli d’ombra. Le sue scarpe, come quelle di un vagabondo, s’impregnano d’acqua e fanno della musica. In quest’acquitrino, in quest’anfibiguità salubre, tutto riprende forza, salta di pietra in pietra e cambia di prato. I ruscelli si moltiplicano. Ecco ciò che si chiama una bella pulizia, e che non rispetta le convenzioni! Vestiti come nudi, bagnati fino all’osso. E poi questo dura, non secca tutto d’un tratto. Tre mesi di riflessione salutare in questo stato; senza reazione vascolare, senza accappatoio né guanto di crine. Ma la sua forte costituzione resiste. Così quando ricominciano a spuntare le piccole gemme, esse sanno quel che fanno e di cosa trattasi, e se si mostrano con precauzione, intorpidite e arrossate, è con cognizione di causa. Ma lì comincia un’altra storia, che dipende forse ma non ha lo stesso odore della riga nera che mi serve a tirare il tratto qui sotto.
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Guido Zavanone
ottobre 27, 2009
Guido Zavanone da Se restaurare la casa degli avi:
LA FELICITA’ a Giovanna
DAS GLÙCK
Ob es wirklich existiert,
ob es sich auf Erden oder anderswo verstecke
auf irgend einem unbekannten Stern oder Planet;
und sei es Gabe, Eroberung oder Begegnung
plòtzlich an einer Ecke einer ungewòhnlichen Strasse…
Ich aber weiss
dass ich es làngst
nicht mehr suche, seitdem
Du mir im Rahmen jenes Tages erschienst,
und Du Dich immer noch,
zwischen Verletzungen und Kùssen, sùss àrgerst,
beharrlich
neben mir lebst.
SERA IN CUCINA
Tu l’ascolti quel ronzio
che s’incide nel silenzio
della stanza ottenebrata
scende e sale
già t’inscrive nel suo cerchio
insistendo, un sibilare
che t’avvolge ti trascina
con sé dentro una spirale
in un gioco un poco tetro
nella stanza di cucina?
Cresce ancora quel ronzio,
orbitando alla finestra
batte stride contro il vetro,
tu ne tremi, cuore mio,
un moscone,
il Tempo,
Dio?
ABEND IN DER KÙCHE
Du hòrst diesem Summen zu
welches sich in der Stille eingraviert
des dunkelgewordenen Zimmers
erniedrigt sich, steigt,
schon schreibt es Dich in seinen Kreis ein,
gibt nicht auf, ein Keuchen,
ein Vibrieren,
das Dich einwickelt, und mitzieht
in einer Spirale
in einem etwas finsternen Spiel,
im Kùchenzimmer?
Es wàchst noch, dieses Summen,
am Fenster kreisend,
es schlàgt, es zischt gegen das Glas,
Du zitterst davon, mein Herz,
eine Fliege,
die Zeit,
Gott?
R.M.Rilke
ottobre 26, 2009
R.M.Rilke, Notizen zur Melodie der Dinge
Appunti sulla melodia delle cose
Siamo proprio all’inizio, vedi. Come davanti a Tutto. Con mille e un sogno dietro di noi e senza azione.
Non posso immaginarmi un sapere più beato di questo: che bisogna diventare uno che inizia. Uno che scrive la prima parola dopo un trattino di sospensione (dei pensieri) lungo secoli.