RACCONTIROCHI, uno

gennaio 13, 2012

Salvare capra, cavolo…e lupo
Pensieri di una vecchia in viaggio

…”Fanno scivolare un collare al lupo e appesa ad esso c’è una campana! Quindi si disperdono e lasciano libero il lupo…”     (Un villaggio in Anatolia)
J. Berger, The Shape of a Pocket, Bloomsburypbks 2001

E’ fatica fisica, la prosa. A Francesca che l’aveva sentito dire, era rimasta impressa questa frase. Lei scriveva poesie, canzoni, arie che sono più leggere anche se magari più dense, più concentrate: si concludono in una volta, si portano in una pagina. Le scriveva da sempre anche se non sempre, piuttosto di rado anzi. Pareva non considerare altra possibilità; da quando da bambina suo padre le aveva francamente stroncato l’unico tentativo, un inizio di romanzo giallo a due mani. Non si era scoraggiata, piacevano i suoi scritti brevi, aveva imboccato un’altra strada.
La prosa la leggeva e molta, fatiche ne faceva e molte, anche a leggere: quando si trattava di ore, si dimenticava di sé come di cambiare posizione. Ma le piaceva immensamente. E quando si trattava di ore della vita anziché della giornata, pochi piaceri erano comparabili a quello del libro.
Il piacere di scrivere certo, soprattutto mentre la cosa è in atto, è enorme. A cose fatte è una bella soddisfazione, un bel ricordo: nell’insieme è più che altro piacere di restituire. Come quando si sono ricevuti molti doni e si conosce la felicità di donare. Che poi è sempre la stessa cosa…donare e ricevere, in un certo senso. Nel donare ricevi, nel ricevere doni. I doni poi sembravano provenire da un grande mercato comune delle civiltà, anche quando fra due doni correvano i secoli. La letteratura per Francesca era come un mare Nostrum in cui confluiva acqua da tutte le fonti del mondo.
Ora un impulso di chissà qual provenienza le suggeriva un pensiero che avrebbe potuto per lei essere ricco di conseguenze: forse era questione di mettersi comodi e scrivere una paginetta per volta? Poteva essere un buon approccio.

“Mamma, ma gli scheletri camminano?”  Si ricordava benissimo Francesca la faccina seria di sua figlia già coricata, che, pur con esitazione, approfittava della grande confidenza nei momenti prima di addormentarsi.
Doveva avere quattro anni perché il periodo era caratterizzato dall’impatto con la scuola materna. Dove era stata secondo lei abbandonata dalle amate maestre del nido. Dove allora parevano in voga comunissimi scheletrini di plastica.
Neanche al buio a Francesca scappava da ridere alle domande dei bambini. Non per tutto l’oro del mondo. Era diventata una sua passione rispondere prendendoli sul serio. In questo caso poi…
Un lungo dialogo era seguito per assecondare la curiosità escatologica. Soddisfare no, non era possibile. Assecondare – salve ferme opposizioni – era assunto a metodo sistematico. Un’educazione che vedeva innato nel bambino se non tutto tanto di buono.
La parola scheletro era entrata altrove nel vocabolario di Silvia ed era di nuova acquisizione. Il fenomeno stesso anzi era nuovo, relativamente: finora Francesca aveva partecipato attivamente alla nascita anche di ogni parola, nella sua bambina. Invece non aveva idea dell’oggetto che la mente di Silvia si raffigurava. Istintivamente materna, lievemente allarmata, per far fronte in qualche modo alla perdita di controllo, si studiò di far colpo introducendo un’altra parola nuova: “Gli scheletri no” disse sicura, “magari le anime.”
Quando erano stanche di volare, forse? Continuò a immaginare fra sé. O quando i soffitti erano bassi. Silvia è di carattere riflessivo e meditabondo. Le pause nei discorsi di tipo filosofico stavano a dimostrarlo, così Francesca le rispettava contemplando il suo prodigio.
Morire è rimanere senza vita in tutto il corpo. Ossa comprese. I bambini sono una forza della natura, sono positivi e si avventurano volentieri dove c’è movimento. Silvia voleva sapere dove andavano le anime. Francesca si era ficcata in un pasticcio adesso, perché non aveva nessuna voglia di sostenere giudizi universali, castighi eterni e raffigurazioni dell’inferno. “Andavano in cielo!”, disse con entusiasmo.
Dove sono poteva non dirlo, se avesse sviato verso lidi …più concreti? Non era il tipo Francesca da cambiare discorso, non si sarebbe mostrata impaurita alla sua creatura tenera e indagatrice. L’unica tattica che intravide fu ripiegare sui limiti della conoscenza, fatto assodato e non compromettente.
Non sappiamo dove sono le anime perché…non si vedono. Eh, se sono anime non si vedono. Questo dogma occorre sostenerlo. Non è il caso di impelagarsi a parlare del Concilio di Trento, con una bambina, si rassicurò Francesca e si ritirò dandole la buonanotte.
Ricordava una delle rarissime volte che aveva stentato a capire al volo il linguaggio infantile. Si era verificata nientemeno che con la figlia. “Città, città” continuava a ripetere Silvia, guardando la madre con occhi sgranati. A sua volta Francesca sgranò gli occhi scervellandosi…città? che città? L’esclamazione veniva dal silenzio perché prima Silvia stava giocando per conto suo. Che cosa vorrà dire? Ah ecco, si era staccata dalla maniglia del comò.  La bambina “ci sta!”. In piedi per la prima volta senza tenersi. Come dice ” ci ‘tà ” quando appila  legnetti da costruzioni. Il tono sommesso ma leggermente perentorio, il tono di una constatazione: le venivano le lacrime agli occhi ancora oggi ogni volta che se ne ricordava. Il tono di Silvia diceva che lei sapeva bene di non aver fatto nulla di eccezionale, ma… dal suo punto di vista degno di una qualche attenzione.
Nello studio paterno con il fratellino di undici mesi Francesca a undici anni incentivò la motivazione ai primi passi limitandosi a tenere a dovuta distanza una scatoletta colorata e da lui molto apprezzata. Nel caso della figlia aveva saputo che non c’era da preoccuparsi.
Non si può se non assecondare le inclinazioni. Le proprie e le altrui. Appena potare un rametto qua e là. Con questo collaudato sistema le piante giovani vengon su benissimo. La suprema affidabilità del metodo favorisce le rare correzioni. La parte sana tenderà sempre alla luce, la radice sana all’acqua. Non di molto è il bisogno. Francesca non era stata in India; aveva acquisito zen e acquistato zenzero, radice. Un giorno inventò un motto: “Avoid avidity” si ripeteva, e quasi aveva imparato.
Al tramonto c’è un po’ di foschia, controluce due pescatori, uno in piedi, uno seduto, in pose canoniche, in cima al molo. Un gatto lo percorre fino a riva lentamente. Silouette solo profilata, tutto color ardesia e senza terza dimensione. Come ritagli in carta nera dei figurinai.
Lenta anche una barca di pescatori, sono due anche lì dentro, in piedi, quasi immobili. Calma piatta. Quando la barca si allontana, perde tutto il colore, l’azzurro del fasciame che aveva brevemente profuso. La veduta più che suggerisce, espande la quiete che indubbiamente contiene. Si sente solo lo sciacquio debole del mare. Anche in primo piano il colore predominante è il grigio, dei ciottoli. Così spesso fluisce la vita. Che è molto bella e incanta. Che trasporta una malia, delle cose fin dentro a chi guarda.

All’epoca in cui a Francesca raccontavano la fiaba di Cappuccetto rosso, il paese era già luogo di villeggiatura. I suoi nonni materni vivevano con la bisnonna in città e trascorrevano lì tutta l’estate. Ma la bisnonna era nata in una casa in paese, dove abitavano alcuni cugini, che avevano visto poche volte la città. La bisnonna, da bambina portava le mucche al pascolo, cosa che ora nessuno faceva più. Il parroco la vedeva intelligente e vivace, e riteneva che valesse la pena insegnarle qualcosa e prestarle libri. Il fratello sapeva diverse lingue, che aveva studiato da solo, e una volta aveva anche incontrato un lupo.
La nonna raccontava a richiesta qualche brano di storia vera, la bisnonna interveniva solo sporadicamente con una precisazione: si teneva un po’ in disparte pur ascoltando tutto, perché era quasi sempre il personaggio principale delle vicende. La sua storia includeva un fidanzamento con un compaesano, il quale emigrò in America. Scrisse poi che stava bene, nel nuovo continente, che aveva casa e terreno, e spedì la sua foto sul calesse. Intanto di là rinnovava alla fidanzata la richiesta di sposarsi… anzi di raggiungerlo per sposarsi. La bisnonna voleva sposarlo, ma gli fece sapere per certo che non avrebbe mai acconsentito, anzi che non avrebbe mai posto piede su un transatlantico perché aveva una gran paura. Il che era comprensibile. Allora egli vendette tutto e fece ritorno. Quindi diventò il nonno Giacomo: e i bambini chiedevano ogni volta come sarebbe stato se lei fosse partita, se loro fossero nati là. Francesca pensava persino che non si sarebbe propriamente trattato di lei, che non sarebbe neanche mai nata, dato il salto di generazione, cioè senza il suo vero padre, oltre a quella differenza…d’oltreoceano.
I bambini però chiedevano insistentemente che si raccontasse l’altra parte della vicenda, di cui anche ai loro occhi stupiti, questa era solo una pallida premessa. Non si veniva mai a sapere una parola sul matrimonio o la vita dei bisnonni, come se le cronache non lo registrassero e si passasse sotto silenzio per un tacito generale accordo. Invece la storia proseguiva direttamente nel mezzo della prima guerra, di cui la nonna aveva già qualche ricordo personale, e che aveva separato il bisnonno, bersagliere sul Carso, dalla bisnonna rimasta in paese con due figli piccoli.
E qui accadde il fatto, quella parte della storia che raccontata e riraccontata non stupiva un filo di meno e teneva ogni volta col fiato sospeso. Una notte la bisnonna si svegliò, nel cuore della notte si era sentita chiamare: due volte, dalla voce di suo marito. E siccome notizie se ne aveva raramente, non aveva dubitato che egli potesse essere tornato; era corsa ad aprire la porta. Per fortuna non dormiva sola, e aveva svegliato una donna che potè testimoniare il giorno e l’ora. Non c’era nessuno e non si ebbero nemmeno più notizie dal Carso fino alla fine della guerra. Una lettera orlata di nero comunicava ufficialmente, confermava anche l’ora di quella notte, alcune circostanze come l’essere stato colpito da una granata mentre avanzava su un sentiero a capo del suo drappello. E il particolare – nella lettera – che lo avevano i sopravvissuti udito invocare due volte il nome della moglie, a voce alta. La mamma, che aveva studiato, spiegava come si trattasse di un caso di telepatia, e noi capivamo che era un tipo di sensibilità. Francesca confessa: non aspettava altro, allora, che l’evento che avrebbe rivelato quel dono anche a lei.
Se non era ora di andare a dormire, davanti al camino, si poteva ancora sentire raccontare – ma il modo si faceva più pacato, la tensione si stemperava – delle difficoltà che erano intervenute, del lutto in abiti neri portato dalla nonna bambina, della forza di carattere della bisnonna, che si era dovuta trovare un lavoro in città, faceva la carbonaia, dava ordini agli uomini, e teneva i conti. I sacchi di iuta dall’orlo ripiegato…e dentro il luccichio delle facce più larghe dell’antracite, le disomogeneità di taglio, una storia di alberi e di miniere.
Nella seconda guerra poi erano sfollati al paese sull’Appennino. La nonna aveva a sua volta già figli piccoli, la bisnonna compiva traversate a dorso di mulo o a piedi, si nascondevano i partigiani. Nessun episodio saliente eguagliava per la capacità di rapire, quel richiamo, quel grido ripetuto dell’uomo morente: Carlottin! Carlottin!, le sue ultime parole.
Bambina, Francesca dava la mano al nonno, taciturno, e andava con lui per funghi, nei boschi di castagno. Oppure in gita in cima a qualche monte.
Avrebbe voluto fare mille cose. E mille e una ne doveva fare perché mandava avanti la baracca. Ma oltre a quello che riusciva a fare, con cui stupiva prima di tutto sé stessa, le venivano idee su idee che doveva accantonare, una cantina piena, una dispensa in disordine. Era fervida di idee.
Aveva bisogno anche di star ferma a pensare, quando le veniva qualche pensiero. Ma la vita è una sola per ognuno. Protestava allora fra sé in dialetto – non lo parlava mai. “La vita è la mia! Lasciatemi quella. Ci sono ingordi che vogliono quella degli altri. Vivi e lascia vivere. La mia è proprio la mia e di nessun altro. Puoi condividere quanto vuoi, la tua è la tua. Nemmeno te la può vivere un altro al tuo posto, chiaro? “ Ogni tanto aveva illuminazioni.
A volte lasciava cadere tutto, piangeva, diceva che non riusciva a far niente. Ma a far niente riusciva, allora, e così si riprendeva. Desiderava portare i raggi di felicità in giro per il mondo. Quando si accorse di poterlo fare si vergognò di non averlo fatto prima. Non se ne era accorta o non lo aveva fatto perché si vergognava. Ma ora era facile. Tutte le creature dovrebbero ricevere e trasmettere, supponeva allegra.
Felicità non è una parola abusata e ottusa. E’ una ‘parola-mondo’, ce ne sono. Ci sono parole che sono mondi, mica niente! …Felicità… Un mondo di felicità non c’è, ma un mondo su cui la parola felicità apre le finestre sì. Francesca ogni tanto elargiva rivelazioni.
Non era sempre stato così. Come avrebbe potuto capire, altrimenti? Il passato non c’è più ma è fondamentale, basilare. La giovinezza travagliata come solo può esserlo; e tanta della sua infanzia ingrata. Allora aveva la precisa sensazione di un’energia negativa, quando era nervosa, un flusso, che le usciva dalle cinque dita di ogni mano, come fulmini in un fumetto. Si sapeva contenere, ma non era solo un bene. Per lei come per chi le era vicino. Era stata sola, molto sola e molto alle prese con la sua solitudine.
Al cinema, The Million Dollar Hotel di Wenders: esplosivo esplorare esclusione. Con dovizia di mimica e gesti;  senza molto dialogo. La storia d’amore narrata al presente sembra sottolineare la narrazione di una storia di amicizia del passato. “Non si spoglia nessuno”, osservò Francesca.  “Una perla rara”, le rispose il marito.
La natura passionale aveva fatto sì che fosse innamorata. Era innamorata Francesca, ora? Il lettore non lo può sapere se non scrutandone il cuore, non lo può sapere ora. Inoltre qui non succede mai niente, siamo nella zona di pensiero, dove l’azione non può spingersi.
L’amore che cercava caparbia, che tutta la vita aveva continuato a cercare, era assoluto. Direte che allora non l’aveva mai trovato. Invece no, era un assoluto relativo, per quanto strano sembri. Un assoluto relativo: vivente, mitigato, compatibile con la vita. Un amore che facesse toccare l’anima. Le  anime degli innamorati o la terza anima, la specie di anima che si veniva a formare, come un figlio, nell’amore stesso. Che bisognava allevare amorevolmente se si voleva che l’amore acquisisse una certa durata. Che assolutamente non sopportava maltrattamenti, era un’anima fragile. Poteva ammettere di essere tenuta in disparte per breve tempo, se ne stava in un angolo a giocare con le sole proprie risorse, insomma come un bambino ben abituato fin da piccolo. Senza avere più autonomia di un bambino piccolo.

Una questione di tono. Non bon ton. Pensandoci bene era sempre questione di tono. Per questo scrivo e anche parlo quando sto bene, – continuò a riflettere Francesca – solo con un buon tono riesco a immaginare le parole.
Sognava un ricongiungimento della musica alla poesia. Non un ritorno, ma… un ricollegarsi alle epoche in cui  accadde che i poeti inventassero cantando, accompagnassero il loro canto con la lira, la mandola, il clavicembalo; i provenzali…i bizantini…chissà quante altre volte nell’antichità. Se mai lo sapremo.
Francesca, che era dedita ai ricordi, si accorse di essere stata respinta da un tono di una frase, non dal contenuto. Più di una volta. Non aveva mai smesso di far caso alla musica delle frasi. Come quando i bambini non capiscono ancora il significato delle parole, ma ne captano benissimo l’atmosfera.
Le cadenze del dialetto, le lingue straniere, il cicaleccio fra la folla nelle piazze, sull’autobus. Senza ascoltare ciò che viene detto. Una sorta di musica universale: molto affascinante. Il senso dell’udito!
Il tono dei pensieri, anche, che sono poi discorsi fra sé e sé, cambia con l’umore. Quando il tono è noioso, anche il pensiero è noioso. Capita eccome, di annoiarsi da sé. Mentre altrimenti, da soli, soli con sé stessi, non ci si annoia. Osservò: quanto più efficace la parola detta con il tono…che le si confà. Il vocabolario povero dei bambini piccoli non la deludeva mai, grazie all’espressività dei loro toni. Esercizi di sensibilità.
Non aveva bisogno di cercare le persone a cui rivolgere lo sguardo, il sorriso, il qualunque gesto. Non si può far finta d’ignorare, non era la bellezza, anche la bellezza, anche fisica, era semplicemente… che le persone si ricordavano di lei. Anche dopo un brevissimo insignificante interscambio. Di lei…in un modo legato all’aspetto, alla prima impressione. Non era che in qualche modo faceva colpo? Non necessariamente con simpatia, forse. Si ricordavano facilmente, questo era un dato assodato. In effetti una fortuna, se non si era un ladro, se non s’aveva nemmeno motivo di celarsi. Lei cercava di passare inosservata quando stava male. Ma quando le uscivano i raggi, non doveva cercare le persone su cui cadessero. Non doveva fare proprio niente. Era la natura solare che provvedeva a tutto.
Il costume poteva essere giallo. Con tanto azzurro nel mare e nel cielo, tanti toni di blu…Anche il verde, subito a ridosso della spiaggia, la bella macchia mediterranea piena di odori. Giallo stava bene a lei bruna, di pelle olivastra che si abbronza subito, e si intonava all’ambiente. Costume nero ci vuole sempre, anche bianco ne aveva uno; naturalmente interi. Grigio le piaceva molto, era venuto di moda alla fine del secolo nella biancheria intima. Aveva portato tanto, da bambina, la scamiciata grigia. Le piacevano molto le vecchiette vestite di nero sulla soglia delle case bianche nei paesi. Si comprò un due pezzi giallo.
Mentalmente vide il beauty-case e partì per la tangente. I prodotti nella lista della spesa potrebbero avere solo generiche indicazioni sul prezzo, perché prescindiamo dalle marche per elencare comunque solo quelli di uso quotidiano o quasi, senza affatto voler essere maniaci: si pensi che ne abbiamo trascurati alcuni, che riteniamo meno indispensabili, forse facoltativi.
Sapone per il viso, sapone per la doccia, shampoo e balsamo, crema per il cuoio capelluto, lacca per capelli, tonico, crema per brufoli, lozione equilibrante, crema contorno occhi, crema idratante, mascara, matita occhi, rossetto, salviette struccanti, maschera pulizia del viso, maschera nutriente, deodorante, profumo…
Mi sembra di non dimenticare nulla, tantopiù se mi ricordo tutta la sequenza al mattino appena alzata, suppongo che la ritualità faciliti la memoria. L’apprendimento non è immediato, tantomeno avviene in profumeria, bensì segue perlopiù le strade della vita, le scelte fra naturalezza e aggressione chimica, il bisogno di restauro dettato da età.
Da giovane Francesca era già ben radicata nelle abitudini. Il caso e la necessità avevano fatto sì che un giorno fosse costretta a abbandonarne una; non era facile, ma si poteva farne a meno…Poteva smettere di essere abitudine, poteva diventare facoltativo un atto che era sembrato indispensabile. Questo dava un senso di libertà, e pregevole è l’umana capacità di adattamento, come tante volte dimostrato. Poteva essere un’aggiunta, un piacere in più: più piacevole di un’abitudine.
Si applicò qualche volta ad abbandonare abitudini, allora, quasi per il gusto di farlo, magari per lasciare che se ne formasse una nuova, un diverso modo di fare la stessa cosa.
Si accorse che il cambiamento di una piccola cosa poteva avere effetti imprevedibili su altre cose, metteva in moto il bisogno di cambiamento, la revisione: era un gioco e ossigenava il cervello.
Il traghetto prese il largo. Finalmente in mare. Si vedeva la città allontanarsi, ben distinta, vie e palazzi nella prima luce del mattino. Poi solo una grande scia bianca da poppa, il solco delle murate ai lati… Francesca poteva stare molto tempo a guardare.
Isole, le sue mete preferite. Voleva vederne molte,  e non avrebbe voluto una casa su un’isola. Da alcuni decenni ormai alimenta la speranza di una vecchiaia in decenti condizioni di salute, soprattutto per potersi permettere una vacanza lunga. Acciacchi permettendo, che d’altronde erano stati così numerosi nella sua vita e chissà… forse almeno potrebbero non aumentare.
Uno stacco, immersa nella natura. Non è una scoperta, se mai una riscoperta, e quasi di tutti, nel mezzo del cammin di loro vita… una riscoperta con un suo fascino…come se si risvegliasse un’ascendenza nomade.
Intanto il pensiero correva ancora verso riva. Una figlia femmina. Sia lei che il padre, ognuno per sue diverse ragioni, avevano desiderato che fosse femmina. Ma ciò che era singolare era che da parte di madre Silvia era la quarta femmina primogenita. Per quattro generazioni consecutive era nata prima una femmina. E ora Francesca era curiosa di vedere se anche a Silvia…
Non sapeva bene di che cosa, ma fin dall’inizio ne andò fiera, da quando la vide: quante cose aveva capite da lei, sì, proprio da sua figlia. Non dall’esperienza di essere madre, non si riferiva genericamente a questo. Tramite la freschezza dell’intelligenza, l’istinto incontaminato di bambina… per esempio: Silvia aveva le proprie simpatie a prima vista. Ai suoi primi passi, traballante per la strada, Silvia sorrideva ad alcuni come se scegliesse fra gli sconosciuti occasionali nella folla delle vie pedonali; invariabilmente, uno dopo l’altro, sorrideva a chi si dimostrava subito dopo (poi anche al più refrattario riconoscimento materno) come dotato di particolare benevolenza nei suoi confronti, di speciale predilezione per i bambini, provvisto di quattro tenere parole di cuore pronte ad essere offerte a quel sorriso; e sempre aveva fatto incontri convincenti per la mamma. Non era possibile che sapesse sempre suscitare simpatia da chiunque; non possiamo negare che certuni sono irrimediabilmente privati della simpatia per i più piccoli; alla mamma dunque restava un che di inspiegabile e misterioso, a cui rispondeva pensando fra sé che Silvia doveva avere un sesto senso per discernere velocemente.
Era cresciuta bene. In tutte le più diverse occasioni aveva dimostrato di possedere quel non so che, quel certo equilibrio, che hanno le persone a loro agio nella vita. Forse l’amore ricevuto si risolve in facilità a riceverne, e poi diventa l’amore stesso che queste persone danno.
Era una bella soddisfazione migliorare il mondo, aver generato un qualcosa di “migliore di sé stessi”. E qualcosa di tangibile, che si poteva abbracciare.

Lo sguardo fisso sulle onde, Francesca lasciava fluire anche le onde nella sua mente. Onda su onda. La natura è ordinata, se la si guarda con un certo occhio, magari quello di Linneo, botanico,  zoologico. Se si guarda oltre la classificazione, la vita …no, sembrava proprio senza regole.
Poteva sembrare che seguisse almeno alcuni criteri. Salvo lo scarto, il capriccio di allontanarsene imprevedibilmente. La tendenza a aumentare il disordine. Non sarebbe altro che il terzo principio della termodinamica. Non sarà una legge eterna, perché nulla è eterno a questo mondo, tantomeno ciò che fa l’uomo, meno ancora quello a cui dà nome di legge l’onnivoro non onnisciente.
Indaghiamo oltre, si incoraggiava: la mitologia di tutte le culture ci parla del caos primordiale. La creazione introduce un minimo di ordine. La fisica non smentisce ancora i modelli proposti nel secolo scorso, che sarebbero energeticamente più stabili, quindi più probabili nella realtà, più irregolari sono, più discordanti dallo schema logico, più ingannevoli dal punto di vista della comprensione razionale. Fatto ad oggi accertato, una materia è più ‘solida’, più gli elettroni sono liberi di scrollare invisibilmente internamente. Dal caos al caos? Chi poteva saperlo. Credo che la natura ami il paradosso, soleva dire Francesca. Si sentiva, spesso, quasi presa in giro da tanti exploits, tanta arguzia, tanta buffonaggine, anche, da far pensare al giullare di un re.
Come dice il buon senso, nella vita succede di tutto, quindi mai ipotecare il futuro, mai dedurre impossibilità. Basta saper aspettare, dare tempo al tempo. La natura vive tempi inimmaginabili. Il centesimo di secondo, i miliardi di secoli. Aspettare non rientra nelle modalità del correre, ecco che può costituire una varianza: correre correre correre aspettare e viceversa aspettare aspettare aspettare e all’improvviso prendere la corsa, scattare. Quando? No, domanda sbagliata. Non bisogna nemmeno chiederselo, per non formalizzare una struttura, per non irrigidirla. D’intuito.
Assorta nelle visioni, Francesca ama nel contempo perdersi nella disquisizione a partire dalle parole. Le viene in mente Francis Ponge quando parla della pioggia: “La pluie ne forme pas les seuls traits d’union entre le sol et les cieux.” Sembra di vedere il fitto tratteggio fra il suolo e i cieli, ma non è l’unico trait d’union. No, ne esistono altri, fisici e metafisici. A un tratto le sembra…  come altro dirlo?  che la natura sia anche sopranaturale. Il mondo della natura appartiene al sensibile, ma non solo. Il cielo sovrasta, la natura è un suo sottoinsieme. Creata a  immagine di un dio. Ecco, qui vuole arrivare. La natura umana contiene elementi che la legano alla terra. Contiene elementi che ci fanno pensare a un legame con il cielo, a un’anima. E contiene altri elementi, che hanno a che fare con l’arte; sono come un ponte, fra corpo e anima, fra terra e cielo, un arcobaleno… per avallare la coesistenza di viltà, bassezze e nobili desideri.
Come nelle onde cerca nella filosofia, perché non è stato risolto il problema del male. Cerca una morale… che non neghi il male inestirpabile. Una funzione che possa unificare bene e male, come sono uniti nella vita. I cardini di una passerella, che ci rassicuri; quando, in bilico, non siamo assicurati né di qua né di là, sui baratri di tanta infamia. Sorride fra sé, dei suoi pensieri, non sa se con le labbra o meno. Piccolo rendiconto di coscienza, all’atto di partire. Eppure…perché l’amore fa ridere? Perché è dolce. Perché l’amore fa piangere? Perché è amaro. Sembra una contraddizione? E’ un’ambiguità? Molta ambiguità è vera. E’ vera la risposta doppia, molteplice, sfaccettata. Fondamentale è scandagliare il fondo. Dove le ambiguità si esauriscono. Dice Emily Dickinson: Water is taught by thirst. Imparare l’acqua dalla sete.
Caro amore, ti porto un po’ d’acqua. Se riconosciamo un ecosistema. Se dal letame nascono i fiori, se certi mali permettono il ciclo dell’azoto. C’è qualcosa di marcio, c’è la muffa. E c’è il dolore. Le cure, le medicine venivano impartite a Silvia con la formula: è un male che fa bene. L’analisi occupava Francesca, curiosa, finchè trovava due o tre cose che je sais d’elle, e alla fine sentiva il ricongiungersi di tutto al tutto. E’ tutto attaccato. Il cerchio si chiude. Provava persino una momentanea soddisfazione. Non vorrei mai che si confondesse, proseguiva divertita, l’educazione con l’addestramento. Pratica questa più spesso riferita a cani o soldati, ma nella quale non riponiamo peraltro più alcuna fiducia. Invece educazione è già del neonato: in primo luogo nella radice etimologica di e-duco, porto fuori, al mondo, dalla caverna uterina. Auspico quindi un’educazione ostetrica: una buona tecnica, una mano che conduce ma che si vuol far sentire il meno possibile. L’immagine immediatamente successiva vede fra le braccia inerti della puerpera in barella, che arginerebbero la scivolata, il piccolo, posato ma non tenuto da alcuna mano, sulla pancia per il primo contatto pelle a pelle, guidato dall’olfatto, autonomo arrampicarsi e incespicare nei suoi primi movimenti all’aria aperta, per la scalata al colostro.
L’educazione basata su un principio fondante, che deriva dal detto “per amore o per forza”: bisognava decidersi, quando si voleva far fare qualcosa a un bambino, se si voleva farglielo fare per amore o per forza. E siccome fra i due lei era contro la forza, a netto favore dell’amore, puntava decisamente su questa via, cercava in tutti i modi di non dover ricorrere all’altra, insomma era impegnatissima a conquistare le simpatie dei bambini. La saggezza in fondo al pozzo è invariabilmente semplice. In fondo al cuore ci rende invariabilmente felici.
Ascoltata la fiaba di Cappuccetto rosso, Silvia l’aveva commentata così, come l’aveva accolta, con un fare un po’ secco: “Mamma, il lupo…non è cattivo. Ha fame.” Ecco perché, in qualche modo, bisognava salvare anche il lupo.

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