Raccontirochi, n.2

gennaio 19, 2012

Come Virus Vicente fu sconfitto da un battaglione di
batteri senza perdere alcunchè
Storia di imprevisti e favola per i bambini degli altri.

Solo alcuni miliardi di secoli erano passati dacchè per nascere, Caos aveva suscitato il boato del Big Bang e qui da noi era cominciato tutto. Tutto niente, solo questa storia. Come urlo di neonato era stato forte, ma pare non ci fosse nessuno in ascolto, nessuno in grado di ascoltare. Madre Terra però se ne uscì con l’esclamazione che avrebbe poi caratterizzato le sue bonarie ire verso il bambino: mondo crudele! E il modo in cui lo disse era tonante; pare secondo alcune supposizioni esser comparso anche il fulmine.
Virus Vicente, ora, era sicuramente un figlio della progenie di Caos, ma molto molto lontano nella discendenza. Prediligeva in effetti le discese e ne compiva a bizzeffe, ripetutamente, ora incarnandosi ora facendosi digerire, alla lettera, per quanto vi si possano discernere reminiscenze filosofiche umane, ora nell’uno, ora nell’altro essere. Al momento infatti la varietà degli esseri non era dubitabile. Era al contrario una delle poche certezze, tant’è che si udiva spesso la frase ‘il mondo è bello perchè è vario’, si udiva ad ogni angolo, senonchè era pure interrotta qua e là dal grido di mamma: mondo crudele! o a volte in tono rassegnato, un sommesso ‘il mondo è crudele’ senza esclamativo.
A farne le spese, di tali spostamenti, cadute e scivolamenti, erano allora i batteri, altri figli della progenie, i più disgraziati, all’epoca, indubbiamente. Intanto perchè si trattava di un popolo sterminato e poverissimo per giunta, e poi perchè per un motivo o per l’altro, storicamente, come da congetture di congiunture… pare sia per questo e pare sia per quello, si determinò il fatto noto (o vennero determinati essi stessi, non ci importa approfondire): i batteri erano quasi tutti uguali. Non era piacevole a vedersi, tale loro uniformità, dilagante per ogni dove. Sia che adempissero alle proprie necessità, si recassero a procurarsi cibo, passeggiassero o si annidassero. Talmente ricoprivano le superfici per la tendenza sempre più vincolante ad ammassarsi nonchè a ‘consumare’ qualsiasi spazio utile. Potevano ricordare le orde barbariche o forse la crescente concentrazione della folla nelle metropoli dei primi millenni, quando intorno avanzava il deserto, una sorta di tabula rasa, almeno agli occhi della vita organica degli esseri di dimensioni superiori.
Minime differenze fra i vari gruppi e ceppi batteriologici si potevano osservare, invero, e molto esse contavano fra coloro. Di continuo infatti si osteggiavano, in tutte le sfumature, fino a trucidarsi e annientarsi a vicenda, a causa delle sfumature ad esempio del colore, essenzialmente bruno, della pelle. E’ vero che il bruno poteva differenziarsi nei vari individui, conteneva sì diverse percentuali di giallo, rosa, o arancio. Ma è anche vero che per tutti il verde, il violetto, il blu non erano predominanti. Per quanto riguarda  l’occhio, e nell’occhio l’iride, esso godeva di una poco più che duplice possibilità.

Oggi a un crocicchio di periferia sbraitavano tre batteri, Taddeo, Ivan e Sebastian, come tutti i batteri, molto litigiosi, attaccabrighe, rompiscatole, e persino attaccascatole nella sottospecie barattoli di latta, vedasi botulismo. Conformandosi all’uso del tempo, i batteri litigiosi conducono una continua battaglia. Nel senso che conducono una vita che consiste quasi esclusivamente in questo; quasi tutte le loro energie sono rivolte ad alimentare tale attività. Poteva dipendere dal fatto che sono molto mobili: in effetti, in un mondo molto grande essi proprio non riescono a stare fermi. La vita per questi esseri è movimento e agitandosi per loro natura, si può dire a loro discolpa che certo avevano molte occasioni di imbattersi in qualche parapiglia. Ormai comunque avevano sviluppato altamente il gusto oltre che la tendenza a cacciarvisi. Che dessero la caccia a un cibo, che fuggissero da un virus o che semplicemente decidessero di darsi addosso l’un l’altro, come capitava, poteva dipendere dalle situazioni, ma secondo le ricostruzioni storiche i batteri erano a quell’epoca sempre a mezzo. Sempre a discutere, sempre invischiati in qualche contesa. E’ vero, i motivi del contendere non mancavano neanche allora, e i batteri, come abbiamo detto, non erano particolarmente propensi… alla meditazione. No, caspita, che eufemismo, non erano propensi nemmeno a pensare. Dovevano muoversi. Ballavano in continuazione, anche sul posto. La prima volta che li vidi credetti che dovessero far pipì.
“Un batterio maldisposto è una vera calamità” dicono i batteri Ivan e Sebastian, incalzandosi e accalorandosi come si conviene. “Tanto avverso ormai nei nostri confronti, da non accorgersi se facciamo una battuta; da continuare a credere che stiamo parlando sul serio, e quindi considerarci pazzi.” “In quanto tali ci considera a priori; così conferma anche i suoi giudizi.” Intanto zampettavano e gesticolavano ambedue senza posa. “Non è più un nostro interlocutore nemmeno se parliamo per difendere il nostro operato; è una causa persa spiegarsi a qualcuno che non vuole capire. Men che meno sarà il caso di difendere le nostre opinioni.” Non conoscevano nemmeno di vista il batterio in questione, però incontrandosi spesso fra loro seppure casualmente, i casi altrui venendo loro immancabilmente a portata d’orecchio, era passatempo abituale e quasi d’obbligo esprimersi in proposito. Per nulla al mondo se ne sarebbero lasciati sfuggire l’occasione. Dei casi altrui erano sublimamente ghiotti.
“Mi hanno ingannato,” continuava con voce stentorea quanto decisa Taddeo, “e mi sono ingannato. Sbagliano insieme: chi inganna e chi si inganna. Si sbaglia insieme come si fa un’altra cosa, insieme. Dare di sé una falsa immagine, ingannevole… ma per dare, bisogna che ci sia chi riceve, bisogna essere almeno in due. Anche chi ha preso un granchio, ha in parte contribuito al falso. Vi risulta? D’altronde nemmeno quando si è fisicamente soli, si è del tutto soli. Siamo tutti attaccati in un mondo dove tutto è attaccato a tutto il resto. Fuori o dentro. Ci si compenetra più o meno allegramente. Diciamo pure di più: del male che circola, anche chi lo subisce dovrà prendersene carico. Non sarà questione di colpa, se vogliamo rimediare.”
Sebastian: “Quello là ha già dimostrato di non essere troppo intelligente. Ma così scemo da credere di lavorare? Piuttosto: stronzissimo nel farlo credere.”
Ivan ammutolì sconcertato da quel che gli era appena passato per la testa: se uno razzola male è perché in altro modo non ce la fa…se predica bene, però, qualcosa di bene fa. Possono essere due cose diverse. Laconico, e di carattere introverso, disse: “I proverbi a volte non bastano.” Nell’aria aleggiava la domanda ‘che fare?’ e ancora una volta madre terra imprecò.
Discutevano in maniera oziosa, quindi saltavano spesso di palo in frasca; l’interesse d’altronde  era completamente sincero, almeno per l’atto di parlare. Anche se poi non sapevano proprio spingersi oltre. Né con la comprensione, né tantomeno con una qualsiasi risoluzione, per non dire azione. Le loro parole rimanevano come si suol dire lettera morta, lasciavano il tempo che trovavano, e pazienza.
“Noi non abbiamo idea…”, proseguì Ivan quasi in trance, con aria un po’ fuori di sé come peraltro aveva spesso,”…di quanto più di noi sappia chi sa più di noi. A dire il vero è già tanto se sappiamo distinguere chi sa più di noi.” Ora toccò agli altri due guardarlo allibiti. Le idee non erano il loro forte, e pazienza. Ma Ivan aveva colto una palla al balzo e ormai era bene avviato a passarla: “Afferriamo una piccola parte, la mettiamo in pratica meglio che possiamo, stimiamo chi ci fornisce uno spunto, uno spuntino dalla sua tavola imbandita, della quale peraltro non vediamo l’orlo della tovaglia. Non sappiamo quanto più di noi sa.” Questa conversazione dimostra che la specie progredisce; l’evoluzione, senza che gli interessati come gli spettatori sapessero verso quale meta, compiva i suoi piccoli passi. Si può ben dire che i tre fossero batteri d’eccezione.
Virus Vicente, passando di lì si era fermato a ascoltare. Siccome l’argomento lo toccava, ne aveva da aggiungere di suo, ma non lo disse ad alta voce. “Il miglior luogo dove leccare il culo è a letto. Penso per conto mio. Cioè per quanto mi riguarda, il letto è anche l’unico luogo dove ciò sia ammesso. Certo chi non coglie tali occasioni, sarà pressochè costretto a sbizzarrirsi altrove, al lavoro o con cosiddetti amici nella vita di relazione. Quest’ultima, di conseguenza, non potrà che esserne viziata. Ecco dove porta il turbamento. Il proibizionismo e il puritanesimo alla radice di molti mali. La perdita di anima-lità e fisicità alla radice della bestialità.” Pensò a Tina.
E andandosene, svoltato l’angolo, entrò in un caffè. “L’unico luogo,” continuava mentalmente, “in cui mi piace si sgomiti, è alla cassa. Voglio dire quando tutti vogliono pagare per tutti. Qualche volta mi è capitato, ma non spesso.”
Per chissà quale ragione, Virus Vicente si era dinuovo incupito, e riprese a rimuginare. Ci fu un tempo, ricordava, in cui proprio a causa della indiscutibile predisposizione… da guerrafondai, batteri e virus furono gli uni e gli altri strumentalizzati ai fini di guerra umana. E a questo scopo vennero anche geneticamente modificati, ai fini di potenziare la bellicosità; allevati a mo’ di mercenari, condizionati in campi di addestramento estremisti per distorcere e incentivare la caratteristica aggressività. Vennero sminuzzati e spediti per posta quando la carta non era ancora definitivamente caduta in disuso. Altri, spediti nella posta elettronica danneggiarono se non il fisico vero e proprio dei nemici, molti macchinari elaboranti, che, come protesi, ne costituivano il prolungamento sia delle mani che della memoria; dato che pare fosse allora alquanto diffusa l’abitudine a trascorrervi molto tempo ‘attaccati’. Molto tempo inteso rispetto a termini di paragone quali lo stare attaccati a un qualche esemplare della propria specie, ad esempio a guardarne uno da vicino. Pare anzi che nella cultura delle classi dominanti un così semplice atto fosse considerato sconveniente.
Quella brutta storia era chiamata malamente ‘bioterrorismo’. In un periodo in cui di biocose ce ne stavano parecchie e indicavano già cose sia buone che cattive, e stavano prendendo campo le biotecnologie… ci mancava solo quello. E pensare che ‘bio’, radice greca, stava per  ‘vita’!
Pensava, il nostro, eccome se pensava. Scaltro come era. Gli pareva, a volte, di non poter smettere. Erano tante le cose spiacevoli. Alcune sembravano ormai appurate. Per esempio, allorchè si rendeva necessario un richiamo alla tradizione, ogniqualvolta si volesse trasmettere un messaggio di non ostilità, si ricorreva simbolicamente al contatto fisico ‘omologato’; si facevano circolare immagini di durata perfino anomala,  se rapportata alla quasi banalità del gesto. Veniva proiettata ovunque, sugli innumerevoli schermi sparsi ovunque, la lunga ripresa fotografica di una artificiosamente prolungata stretta di mano, che, già rigida e formale, diventava grottesca grazie all’uso ripetitivo e al contesto. In effetti era solo uno dei tanti gesti di saluto vigenti,  per un solo periodo storico, nella moda del tempo; un diverso modo di fronteggiare a un bisogno costante; un voler  dichiarare appartenenza a un gruppo piuttosto che a un altro, a un secolo piuttosto che al precedente, magari.
Alcuni tra i più osservatori, notarono e fecero rilevare che venivano pronunciate formule di saluto in concomitanza di occasioni in cui individui anche fra loro sconosciuti, si intersecavano su un sentiero fuori mano o in mare aperto; mentre al contrario non appena uno di loro, uno qualunque, uno, si inseriva sulle grandi arterie, motorizzato a dovere, si avviava immediato e immancabile l’insulto reciproco. L’intolleranza era una questione che aveva a che fare con gli spazi.
Era in voga, invece, come fosse un altro bisogno costante, l’accalcarsi delle masse, il raggruppamento in numero così elevato, da rendere fisicamente spiacevole il risultato, se non lesivo. Ammassarsi, poi regolarmente accapigliarsi: così molti spendevano il tempo libero. A prescindere dai motivi, da un qualsivoglia motivo. Dare per scontato il fatto di avere un motivo, ma dimenticarsi… di non esserselo chiesto.
Virus Vicente pensava che non c’era niente da vincere e niente da perdere. Se ne andava a zonzo, tutti i giorni. Gli piaceva molto anche stare in casa, perchè  poi  a suo modo scriveva tutto. Era disoccupato, nel senso che non era impiegato da nessuno, ma si occupava da sé, di tantissime questioni, di quasi tutto, in effetti, di tutto quel che capitava. Era un po’ anomalo, rispetto alla sua razza, ma neanche tanto, secondo lui. Diceva che dopo essersi fatto problemi in gioventù e dopo essersi sperimentato qua e là in giovinezza, dopo essersi cimentato con molte cose apparentemente più grandi di lui, nella maturità, ora nell’incipiente vecchiaia aveva nel suo bagaglio un bilancio a suo dire positivo.
Non che non fosse mai di cattivo umore! Era di umore anche pessimo, si infuriava: era ed era rimasto, in tutto e per tutto, un passionale. La sua diversità gli derivava semplicemente dalle casse. Scritti su scritti di alcuni membri della sua famiglia, casse di cui era entrato in possesso fin da piccolo e che gelosamente custodiva come un tesoro. Non era l’unico al mondo ad aver letto tanto e a possedere una biblioteca di famiglia, ma è anche vero che i virus non si dice letterati, bensì capaci di leggere e scrivere, non erano molti.
Se per caso gli veniva chiesto qualcosa in merito, lui accennava appena, lasciava capire sì, che per lui la cultura aveva importanza… in qualche modo, però, sminuiva; e così per amore di modestia sminuiva sé stesso. Ogni santa volta riusciva a sviare il discorso dichiarando di avere avuto una, ‘la’ grande fortuna, il suo dono di natura ereditato: il suo gene dell’umorismo, che lo rendeva capace di scherzare, lo aiutava a sdrammatizzare, e gli dava il gusto di far ridere il suo interlocutore. Lui aveva solo coltivato un’attitudine.
La stessa cultura, vale a dire la sua genoteca, le famose casse, pareva esser stata solo funzionale all’umorismo. Certamente non la ingigantiva, non la vedeva come un fine a sé stesso e tantomeno la divorava, come la divorava, ai fini di una qualsivoglia ambizione. Lo sfoggio non era per lui. Quei batteri e quei virus che culturalmente si difendevano meno, erano caduti in preda all’ideologia corrente; forse era insieme il prodotto e l’agente della decadenza della loro civiltà. Essi stessi erano diventati il germe della decadenza.
L’immagine era tutto, tutto era solo immagine. Ovviamente l’immagine del dio denaro; qualsiasi attività era svolta in funzione di quest’idolo, e ci si attivava solo se si poteva ragionevolmente sperare di avvicinarsi a quel tempio. Sempre, per questi “miseri morali”, ogni minima cosa, a sentir loro, era un problema di soldi. Si erano dimenticati di essere dei miseri mortali con la ti, perché avevano acquistato molti status symbol e se li facevano spenzolare addosso. Non esistevano altri problemi. Per loro, non pareva esistere la morte. Morivano come mosche, statisticamente; facevano le corna se la morte passava loro davanti, ma non ne prendevano atto, più di così, finchè non toccava a loro. Quasi che non pensarci potesse equivalere ad annullarne l’esistenza. Pare la chiamassero rimozione. Così la solidarietà aveva perso terreno. Come già, prima ancora, l’ideale di fratellanza universale. E la terra continuava a urlare al mondo crudele.
In cotale mondo ve ne erano, all’interno delle diverse razze, molti che si arruolavano, facevano esclusivamente la vita militare, e per così dire ‘spostavano’ la pace in un’altra vita, magari eterna, un’esistenza a cui si aspettavano di rinascere. Avrebbero anche potuto chiamarla biovita, a questo punto, sebbene non ne fossero affatto certi nel loro intimo, quanto potevano invece esserlo davanti al nome di uno yogurt al supermercato.
Come non esistevano etimologie non esistevano contraddizioni. Non erano più vere religioni quelle che circolavano, ma la credenza era quella. Sarebbe stata un’operazione arbitraria come un’altra, una fantasia da accogliere come le altre, senonchè degradati o graduati, e del resto gli uni al pari degli altri, la pace non la godettero mai. Dico mai in vita loro, né ebbero modo di assaggiarla; si pensa oggi che non sapessero bene a che cosa si riferissero quando la prospettavano; quando addirittura qualcuno di loro dichiarava di combattere per la pace. Forse in qualche modo ne favorirono la prospettiva. La pace era tutta da inventare.
La loro vita, la vita che si sarebbe potuto percepire per il fatto che c’era, non aveva alcun valore. Non se ne parlava nemmeno. Solo dell’idolo si parlava, solo l’idolo si imitava.
“Non ho mica ammazzato nessuno, io”, si ripeteva virus Vincente. Oppure se gli strombazzavano i guidatori rampanti maleducati: “pago le tasse come tutti gli altri, io.” Inutile dirlo, in questi casi non erano previsti rimedi efficaci. Era già piuttosto noioso per lui imbattersi a ripetizione in vicende sempre riconducibili a quella che non poteva definire se non ‘pochezza di vocabolario’. Per virus Vicente questa era la tragedia, e con questa tragedia doveva convivere.

Era già stato tentato di tutto in precedenza, lo si sapeva bene. Rivoluzioni, restaurazioni, cicli terapeutici a diverse frequenze, insurrezioni, sollevamenti, sommosse, ribellioni, fino al malcontento masticato e rimasticato come gomma. Si poteva a stento inglobare tutto nell’evoluzione, dare l’ultima definitiva possibilità al miglioramento graduale, sapendo di poterlo ottenere a poco per volta e a singhiozzo. A fatica, bisognava soprattutto affidarsi ormai alla voglia di migliorare. Voglia, questa, che si doveva pur riconoscere a ciascuno. Peggio ancora, ad esser pignoli, bisognava altresì e prima di sperimentare, ‘supporre’, che essa risiedesse in ciascuno, non fosse che in un angolo. Inoltre bisognava dare per scontato ormai, che alla parola ‘migliore’ corrispondesse per tutti un significato se non identico, almeno abbastanza simile. A fatica, bisognava pur sempre dar credito e fiducia.
Il punto più arduo era il cosiddetto egoismo. Visto che non è affatto costante, e che dipende tanto dallo ‘spazio’ a disposizione, una volta afferrato il modo in cui poter manovrare su quel punto della dura questione, una volta in possesso del filo di Arianna , si poteva senz’altro dipanare la matassa,  il groviglio per giunta. Lo scoglio era superato, la grettezza, i particolarismi, l’avidità erano acqua passata.
Quando finalmente a nessuno mancò quasi tutto, quasi tutti si accorsero finalmente che: esiste una forte somiglianza fra ‘non avere’ e ‘avere a fianco qualcuno che non ha’. Quel benedetto qualcuno non dev’essere troppo attaccato, ma siccome attaccati si è, dev’essere sistemato alla giusta distanza. Come fra gli atomi la maggior stabilità energetica risulta dalla somma algebrica delle attrazioni/repulsioni; e come di ogni atomo furono considerate le attrattive e le affinità quali prodotte e risultanti dai suoi elettroni, quasi da braccini mobili, che sembrano pencolare nel vuoto con esitanti vibrazioni, che però in definitiva risultano responsabili della posizione del nucleo oltre che di loro stessi. Riguardo alla ricerca di posizione e di distanza appropriata, pur soggetta a costanti aggiustamenti, una volta innescato il meccanismo, si percepì infine ma inequivocabilmente: non può che essere benvenuta e benvoluta la pratica. Oltretutto per l’esperienza che ne deriva, grata al palato più esigente.
Ai giorni nostri quindi, Virus Vicente salutava con gioia ogni evento di benevola inclinazione verso il prossimo, in cui gli fosse dato di incorrere. Sentiva che gli si sollevava il morale, che respirava più a fondo; e partecipava come meglio poteva.
Solitamente era ben accetto. Non era il tipo da propinare un suo intervento se non intravedeva prima una buona accoglienza. C’era voluta una vita, da parte sua. Miliardi di secoli erano trascorsi, ma non invano, possiamo dire. Lo vediamo: bene in carne; né troppo curato, né trascurato nel vestire; non indossare troppi colori ma neanche troppo smorto; ha raggiunto una misura, il suo personale equilibrio, da cui traspare una moderata soddisfazione. Come un benestante gentleman. Lo possiamo vedere aggirarsi per ogni dove, e spesso i bambini smettono di piangere quando lo vedono. Non sembra farci caso, ma si vede subito che non ha mai fretta. Perciò se uno lo guarda, ricambia lo sguardo adeguandone l’intensità. Specie con i bambini. Da parecchi anni fa tutte le conoscenze possibili di tutte le speci viventi. Inoltre considera speci viventi anche le rocce, i fossili, le conchiglie, e naturalmente le piante e gli astri. Ama i viaggi universali e li compie con flemma. Scrive, e mette tutto nelle casse. Si pensa che tutto sia ora registrato lì dentro, descrizioni, storia, cronaca, interpretazione, insomma la memoria e ciò che si è dimenticato. Si sente lui stesso libero di dimenticare perché sa che c’è tutto nelle casse, che lui tiene lì. Non si sa mai. Dovesse interessare a qualcuno. Chi desidera consultarle trova la porta aperta. A dispetto della quantità, non è nemmeno difficile pervenire alle pagine necessarie, poiché gli accessi sono regolati da straordinarie serie di incroci di argomenti e chiavi di lettura, ciascuna  persino tabulata. E’ un lavoro di grande impegno e richiede al nostro un’applicazione quotidiana. Felice solo di poter essere utile, ha già invitato alcuni giovani ad apprendere il suo metodo, giovani che essendoglisi presto affezionati, fungono volentieri da coadiutori.
Tina non era il suo vero nome, ma siccome era stata da sempre, cioè da quando tutti e due erano assai giovani, l’innamorata di virus Vincente, da immemorabile data le avevano appioppato quel soprannome ‘Vicentina’, e in men che non si dica, quasi prima di accorgersene, era per tutti il suo nome: Tina. Comunque a lei non dispiaceva, tanto era presa dalle sue faccende di cuore, tanto era di carattere prorompente, tanto era pazza di Vincente, del suo ragazzo che correva a incontrare, prima; del suo compagno che tornava da lei, poi, quando cioè decisero di convivere e convolarono.
Educazione equivale a ricatto ragionato. Alla definizione avevano contribuito in diversi modi i figli. Il ricatto puro e semplice, del tipo ‘non ti danneggio, se mi paghi’, di stampo mafioso, è del tutto diverso, è reato. Tanto aveva con forza sostenuto virus Vincente alle prime ingenue rimostranze dei figli. Per altro il sistema, accompagnato da tanto affetto, era scivolato in modo indolore nell’accettazione.
I figli avevano provato a ricambiare i genitori con pari moneta, ma ciò non aveva sortito effetto alcuno, né minimamente influito sui coniugi, che insieme tenevano saldamente in mano il bilancio: era bastato loro formulare la fatidica domanda: ‘chi lavora qui?’ attenuata da un ‘per ora’, che ai figli era parsa una spaventosa apertura sull’incertezza. Ragionevolmente si prospettava loro un’inversione di ruoli, mantenere i genitori in cambio del diritto di pretendere qualcosa da loro. Al momento impensabile e molto più preoccupante della sottomissione al predetto assioma, che cioè il governo e le decisioni finali spettassero e fossero di pertinenza di chi si occupava dei mezzi di sussistenza, per intendersi, di chi preparava loro il cibo nel piatto o li imboccava, secondo le rispettive età. Non fuggirono mai di casa, poi, anche in seguito.
Tina e Virus Vicente non ebbero mai a pentirsene dei loro metodi. Esercitarono il loro potere sempre nella maniera più sensata possibile, sollecitarono il più possibile la partecipazione, la libera scelta e l’intelletto – entro questi precisi limiti. Per esempio, tutto ciò che era per i loro piccoli un divertimento era considerata una legittima aspirazione; fosse anche un’insulsa fase infantile e quindi certamente transitoria; magari derivata da una mancanza di migliore indirizzo, ossia proprio di loro in quanto genitori. La curiosità non andava punita. Semplicemente ogni cosa aveva un suo prezzo – non monetizzabile questa volta, ma il prezzo di un qualsiasi piccolo o grande impegno. Contratto su contratto, si contrattava alla grande.
Non si premiavano i bambini perché mangiavano, non si riconosceva alcun merito a chi aveva mangiato, non si pensava nemmeno lontanamente che dovessero mangiare per forza. Si aspettava che mangiassero per fame. Si dava per scontato che ne sentissero il bisogno e volessero soddisfarlo. Si pensava cioè che dovessero mangiare per forza, ma non  una forza imposta, bensì una buona forza interna a loro stessi. La forza della fame naturale. Non si verificò, guarda cielo, il cosiddetto capriccio alimentare, non voler assaggiare qualcosa, rifiutarsi categoricamente a qualcos’altro. Solo ragionevoli preferenze. Non si verificò capriccio di sorta. Solo ragionevole ribellione, ma tanta capacità di contrattare quanta disponibilità e pazienza e fantasia avevano ivi investito Tina e Vicente.
Felici genitori erano stati di pargoletti, felici persino di adolescenti e ora felici di persone mature e adulte, più in forze di loro, felici di figli a cui potevano rivolgersi per aiuto. I loro bastoni della vecchiaia. Non erano ancora legalmente maggiorenni, che già venivano considerati tali, ne andavano tutti fieri,  eppure chiedevano volentieri consiglio ai parenti.
Non aveva ancora pienamente realizzato come stavano le cose, il maggiore dei due, e chiese a Tina, che era di ritorno da un’assenza durata qualche giorno e stava riponendo gli strofinacci: “Mamma, tu mi consideri grande?” ”Certo e non per tuo merito particolare, tant’è che considero grandi pure i tuoi amici, e ritengo, ragionevolmente, che dovrebbero essere considerati tali anche dai loro genitori. Alla vostra età le vostre facoltà sono ormai pienamente sviluppate. Non avete la minima esperienza, però, questo è altrettanto fuor di dubbio. Solo l’esperienza ormai vi farà crescere, quindi vi occorrono le possibilità di farvela, le occasioni di cavarvela; e non mancano i rischi da correre, non vi terremo mai nella bambagia io e vostro padre.” Tina era una mamma molto coccolona che li abbracciava volentieri e così fece ancora una volta.
Non erano mai stati lasciati soli a piangere, non erano mai stati picchiati o umiliati altrimenti. Ora avevano grande rispetto per gli altri, e  se si sentivano umiliati, grande capacità di riserbo come prima reazione, e di equilibrio, poi.
Vicente e Tina avevano nel nastro elicoidale del codice genetico allora altrimenti detto DNA, la stoffa dei loro antenati, e così i figli. Ma per esperienza sapevano bene quanto avevano assorbito dall’ambiente esterno, principalmente dalle rispettive famiglie d’origine. La famiglia conta più di ogni altra cosa. Avevano dapprima stentato a crederlo, ora invece amavano concordare su questo, che a ciascuno di loro la comune esperienza aveva inconfutabilmente dimostrato. Si trattava di una piacevole sicurezza per tutti i protagonisti e vi si poteva attingere coraggio a scapito del dilagante cinismo, che condizionava molte coppie a evitare di fare figli. La cronaca nera dei tempi rigurgitava di matricidi, sparatorie in classe e violenze, crimini improvvisi senza apparente motivo per la gente che conosceva di vista i giovani portatori di orrore. Non si doveva pensare sempre al peggio, nemmeno da vecchi.
In un mondo pieno di cattiveria, i bambini spalancano mondi di bontà. Cerchiamo solo di dargliene modo. La nostra ricompensa per aver fatto del bene è nella sensazione stessa di farlo. Non è mica posticipabile, questo lo abbiamo imparato dai bambini che cercano subito soddisfazione anche quando secondo noi c’è da aspettare.
L’avventura coi figli era stata dichiaratamente una politica di condiscendenza. D’altra parte erano stati molto severi, inflessibili, e parsimoniosi nel regalare oggetti.
Erano due vecchietti, i nostri, innamorati dei bambini degli altri, di quelli che passavano per la strada. Se li additavano l’un l’altro, se passeggiavano insieme; se li descrivevano a vicenda, se ognuno andava per i fatti suoi.
Idilli e catastrofi. Era la vita. Io non vi dico che fossero tutte rose e fiori. Ma nemmeno tutto uno schifo, anche se c’era la guerra. Anche se nello spettacolo prevaleva l’immagine cruenta. Gran parte del popolo era rimasto al circo dell’imperatore, i giochi che comunemente si prospettavano, erano ancora riconducibili a quel prototipo. Una sorta di spietato dare in pasto ai leoni qualche malcapitato primo cristiano, caduto nel fascio dei malfattori. Ci si divertiva con la morte.
Idilli e catastrofi. Era la vita. Qualcuno durante i suoi viaggi nel tempo, nello spazio, nei libri, negli incontri…virus o batterio che fosse, iniziava a imparare l’importanza di osservare. Le eccezioni a quel che ci si poteva aspettare, erano sempre tante e precipuamente degne di considerazione.

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